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UN FINANCIAL CRUNCH QUASI ANNULLATO E-mail
Finanza
di Silvano Carletti
01 marzo 2013
financial crunchLa riduzione del credito alle imprese...
Le imprese italiane segnalano da tempo significative difficoltà nel reperire il necessario sostegno finanziario per la loro attività. L’espressione credit crunch viene in proposito evocata con frequenza. Tuttavia, ad un esame più approfondito la situazione appare (almeno un po’) diversa da quanto non sembri a prima vista.

Secondo quanto indicato dalla Banca d’Italia, a novembre 2012 l’ammontare dei prestiti alle imprese era inferiore del 3,4% al corrispondente dato del 2011 (-1,2% a/a la variazione del totale dei prestiti a residenti in Italia, -0,3% per quelli alle famiglie). In valore assoluto si tratta di una riduzione di 40 mld euro. La contrazione del credito alle imprese registrata in Italia s’inserisce in un andamento dell’area euro solo un po’ meno negativo (-1,9% a/a).
Se si guarda all’andamento dei prestiti al netto delle sofferenze lo scenario italiano del finanziamento bancario alle imprese appare anche più negativo: negli ultimi tre mesi disponibili (settembre – novembre 2012) una flessione di circa il 6% rispetto all’anno precedente. A rendere ancor più preoccupante il quadro è anche la rapidità con la quale si è manifestata questa flessione (a fine del 2011 la variazione a/a era ancora positiva, seppure solo marginalmente).

...causa/effetto di un maggior ricorso al mercato obbligazionario
La dinamica dei prestiti alle imprese al netto delle sofferenze è la combinazione di due flussi, l’erogazione di nuovi prestiti (in senso positivo) e la dinamica delle sofferenze (in senso negativo se aumentano).
Nel trimestre prima indicato (settembre–novembre 2012), l’erogazione di nuovi prestiti alle imprese ha registrato una contrazione del 9,5% a/a. Se si scompone questa variazione si scopre però che l’arretramento dei nuovi prestiti di dimensione più contenuta è molto limitata: -0,5% quelli fino a € 1 mln, -2% quelli fino a € 250mila. La contrazione dell’aggregato, quindi, risulta attribuibile quasi esclusivamente ai prestiti di importo superiore a € 1 mln (-14,4%).
La forte riduzione dei nuovi prestiti di significativo importo (oltre un milione di euro) è tuttavia suscettibile di una favorevole interpretazione se affiancata alla contestuale, maggiore disponibilità del mercato obbligazionario. Nel trimestre settembre–novembre 2012, infatti, il flusso netto delle nuove emissioni (in euro e con scadenza superiore all’anno) delle imprese non finanziarie italiane è risultato pari a circa a 9,5 mld, quasi cinque volte il corrispondente dato del 2011. In termini percentuali, la crescita italiana è oltre due volte quella media dell’area euro (+157%). La quota del nostro Paese sul totale delle nuove emissioni risulta così incrementata di dieci punti percentuali (al 21%), ad un livello molto superiore a quanto rilevabile dal lato delle consistenze (13% a novembre 2012).
In definitiva, rispetto a 12 mesi prima nell’ultimo trimestre disponibile la contrazione dei nuovi prestiti (-11,9 mld) ha trovato compensazione per oltre tre quarti in una più intensa emissione di corporate bond (+9,5 mld).
Il fenomeno non è confinato agli ultimi mesi. Infatti, nei primi undici mesi del 2012 l’ammontare dei nuovi prestiti erogati alle imprese risulta in flessione del 3,6% a/a (-16,1 mld), riduzione limitata allo 0,6% per le nuove operazioni di importo fino a un milione di euro e allo 0,5% per quelle fino a 250mila euro; con una riduzione annua del 5,3% i nuovi prestiti di importo superiore a un milione di euro sono responsabili del 94% della contrazione totale dell’aggregato. Nello stesso periodo le emissioni nette (in euro e con scadenza superiore all’anno) effettuate dalle imprese italiane risultano aumentate di 13,8 mld. Rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente, quindi, l’acquisizione di risorse esterne (nuovi prestiti bancari + emissioni nette) da parte delle società non finanziarie risulta ridotta di soli 2,2 mld, (-0,5%).
Il fenomeno appena descritto non è solo italiano anche se il nostro Paese è tra quelli in cui sembra più netto.
La disponibilità dei mercati obbligazionari a colmare o attenuare la più cauta erogazione di nuovi prestiti bancari è fenomeno proseguito nei mesi più recenti. La stampa internazionale ha evidenziato anche a gennaio una forte crescita delle emissioni di corporate bond in tutti mercati mondiali fenomeno favorito da una consistente limatura dei rendimenti richiesti.
Nel decreto sviluppo 2012 approvato a metà dello scorso anno sono state introdotte misure dirette a consentire un più facile accesso al mercato del debito anche alle  imprese di più contenuta dimensione. Previo il rispetto di alcuni requisiti, le imprese minori possono emettere cambiali finanziarie (fino a 18 mesi) e obbligazioni (durata di almeno tre anni) beneficiando di un trattamento fiscale sostanzialmente allineato a quello più favorevole riservato alle società quotate. Secondo stime del Ministero per lo Sviluppo sarebbero alcune centinaia le società potenzialmente interessate dal provvedimento.

Il preoccupante deterioramento della qualità dei prestiti alle imprese
Oltre al negativo andamento della congiuntura, ad ostacolare un più favorevole andamento del credito alle imprese è soprattutto il deterioramento di questa parte  portafoglio prestiti. Alla fine di settembre 2012 (ultimo dato disponibile) il totale dei prestiti deteriorati (escluse le esposizioni ristrutturate) ammontava a 213 mld, dei quali il 56% (119 mld) sofferenze1. Rispetto ad un anno prima l’insieme dei prestiti deteriorati risulta aumentato di 38 mld, dei quali 16 mld sofferenze e 12 mld incagli.

I prestiti deteriorati delle imprese
(escluse le esposizioni ristrutturate; mld di euro)
graf1
Fonte: Banca d’Italia

Nell’ambito dei prestiti deteriorati quelli attribuibili alle società non finanziarie sono il 67% (143 mld, dei quali 78 mld sofferenze e 49 mld partite incagliate). La quota appena indicata è superiore di circa 9 punti percentuali a quella che si rileva considerando le imprese nell’ambito dei prestiti al settore privato non finanziario residente.
All’ultima rilevazione (settembre 2012) il tasso annuo di decadimento (cioè il rapporto annualizzato tra il flusso delle nuove sofferenze e il totale dei prestiti non in sofferenza all’inizio del periodo) è risultato per le imprese pari al 3,3%, più del doppio di quello attribuibile alle famiglie (1,4%). Alla fine del 2011 era ancora al 2,7%.
Nel bimestre ottobre-novembre 2012 è ancora aumentata l’esposizione nei confronti dei debitori segnalati per la prima volta in sofferenza. Inoltre, l’ammontare delle partite incagliate risulta (settembre 2012) nel caso delle imprese cresciuto in un anno del 27% (oltre 10 mld in più). Se si guarda all’esperienza del 2011 quest’ultimo dato è di evidente gravità: la matrice di transizione tra classi di anomalia relativa al 2011 segnala, infatti, che nell’arco di quell’anno la quota delle partite incagliate trasferite nella classe di anomalia più grave (cioè a sofferenza) è pari a quasi un quarto del totale ed è sensibilmente maggiore della quota dei prestiti incagliati che registrano un miglioramento di status (23% vs 9%).
La Banca d’Italia ipotizza che il tasso di ingresso a sofferenza dei prestiti alle imprese possa continuare ad aumentare fino a metà 2013. Ci si attende che la velocità della successiva discesa sia molto contenuta. Le analisi econometriche, mettono in evidenza come la possibilità di predire correttamente l’andamento del tasso di ingresso a sofferenza sia più modesta nel caso delle imprese di quanto non si verifichi per le famiglie e diminuisce rapidamente all’allungarsi dell’orizzonte di previsione. Si deve, inoltre, aggiungere che sul tasso d’ingresso a sofferenza delle imprese incide ampiamente il problema del ritardo dei pagamenti, una grandezza finora raramente inclusa nei modelli e comunque non facilmente considerabile (soprattutto per ciò che concerne i contratti con la Pubblica Amministrazione).

Il nodo del ritardo dei pagamenti
Nell’ultimo anno lo scenario italiano ha subito un sostanziale deterioramento sia dal lato della congiuntura economica sia da quello altrettanto importante del ritardo dei pagamenti (quasi un terzo dei fallimenti delle imprese sarebbe riconducibile a questa circostanza). Secondo il Cerved la percentuale delle imprese in grave ritardo nei pagamenti (oltre 2 mesi dopo la scadenza concordata) è passata a livello nazionale dal 5,3% del secondo trimestre 2011 al 6,6% del terzo trimestre 2012. Il Nord Ovest è al 5,1%, il Nord Est al 4,6%; tre regioni (tutte nel Sud) sono a doppia cifra, altre tre regioni sono oltre il 9% (tra esse il Lazio).
Per alleviare il problema del ritardo dei pagamenti della Pubblica Amministrazione (tra i 70 e i 95 mld a seconda della fonte) a metà dello scorso anno è intervenuto il governo. L’intervento, tuttavia, è risultato sia contenuto nella dimensione (10 mld) sia soprattutto tradotto in procedura operativa con molta lentezza (il provvedimento è stato messo a punto nel maggio 2012 ma la ricezione delle domande è cominciata solo alla fine del gennaio scorso).

1. A fine 2012, il totale delle sofferenze risulta salito a 125 mld, delle quali 83,5 di competenza delle imprese e 39,9 mld delle famiglie.
  Commenti (1)
Crediti deteriorati,ritardi nei pagament
Scritto da Alberto Zevi, il 07-03-2013 13:31
Buona parte delle imprese non Ŕ in grado di emettere obbligazioni e comunque di farlo in tempo utile. Il problema quindi sussiste.  
Una parte rilevante dei fallimenti deriva dai ritardi nei pagamenti (della PA e, a catena, da parte di quelli delle altre imprese. Le misure previste per affrontare il problema sono poco efficaci. Il protrarsi del problema concorre a ridurre la capacitÓ produttiva e competitiva del sistema Italia. Il tempo disponibile Ŕ oramai scarso.  
Che succederebbe se in pochi mesi (3-6) lo Stato in tutte le sue articolazioni pagasse i suoi debiti? Una buona parte andrebbe a sanare i crediti deteriorati delle banche. Conseguentemente per queste ultime si aprirebbero nuovi spazi per accrescere i loro impieghi. L'attuale circuito vizioso diventerebbe virtuoso.  
Non si pu˛ aspettare 6-8 mesi per avere il consenso dell'UE. Ma, per non forzare pi¨ di tanto la situazione nei confronti dell'UE, mentre si realizza quanto proposto, si potrebbero bloccare i crediti relativi al 2013 ed avviare per questi la trattativa. Tenuto conto della situazione Ŕ presumibile che l'UE alla fine acconsentirebbe anche il pagamento dei crediti 2013 (che sarebbero comunque remunerati all'8%).

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