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MOLTIPLICATORI FISCALI E PIANI DI RIENTRO DAL DEBITO E-mail
Economia reale
di Emiliano Santoro
08 febbraio 2013
debito pubblicoLe misure di consolidamento fiscale adottate nell’area Euro hanno avuto il merito di orientare il dibattito di politica economica sul ruolo dei moltiplicatori fiscali. In tale contesto l’obiettivo dei principali commentatori accademici ed istituzionali è quello di comprendere come e in che misura il reddito nazionale sia influenzato da diverse misure di finanza pubblica.

Partendo dal presupposto che una stretta fiscale riduca inevitabilmente il reddito nazionale, resta da capire se sia preferibile adottare ricette imperniate su maggiori tagli alla spesa od aumenti alle tasse. Ammettendo, dunque, che piani di rientro dal debito vadano approntati per Paesi con particolari squilibri fiscali – tema peraltro molto controverso alla luce della protratta fase di contrazione – ci si chiede quale sia il mix di politica fiscale in grado di scongiurare effetti perversi sulla crescita. Un problema non da poco, se la rotta indicata è quella di  perseguire misure particolarmente austere.
La ricerca accademica è stata a lungo impegnata nella stima dei moltiplicatori fiscali, non giungendo tuttavia a fornire indicazioni univoche ed individuando diverse determinanti del meccanismo di trasmissione della politica fiscale, tra le quali il grado di apertura di un’economia e la stance di politica monetaria. Il Fondo Monetario Internazionale si è rivelato un inaspettato protagonista del dibattito, pubblicando nel World Economic Outlook dello scorso Ottobre un’analisi su una serie di interventi di risanamento, compresi quelli propugnati dalla troika in Grecia, Irlanda e Portogallo. Lo studio fa notare come in molti casi il reddito nazionale sia calato in misura superiore rispetto alla stretta fiscale indotta attraverso tagli alla spesa o maggiori imposte. In altre parole, il consolidamento ha avuto l’indesiderabile effetto di erodere il prodotto interno lordo in maniera più che proporzionale rispetto alla misura dello shock fiscale. Effetti perversi di tal fatta limitano lo scopo stesso di una manovra di finanza pubblica volta alla riduzione dello stock di debito, alimentando il divario tra l’onere medio del debito ed il tasso di crescita nominale dell’economia, incrementando dunque l’inerzia del cosiddetto “effetto palla di neve”. Pertanto, pur in presenza di annunci credibili di adesione ad un piano di rientro in grado di limare lo spread ed il costo della posizione debitoria, il rischio è quello di alimentare ulteriormente il peso del debito in rapporto al PIL. Più recentemente, il capo economista del Fondo Monetario Internazionale,1 Olivier Blanchard, è tornato a porre l’accento sugli effetti perversi che piani di consolidamento aggressivi attuati durante la crisi hanno generato, imputandoli ad errori previsivi sui moltiplicatori fiscali.
Autorevoli accademici quali Alberto Alesina e Francesco Giavazzi hanno in parte criticato questa visione,2 suggerendo che il rigore nei conti pubblici non porterebbe necessariamente ad un inasprimento della recessione, a patto che esso venga realizzato attraverso tagli alla spesa. Il policy mix alla base del piano di rientro è, secondo questa visione, un tema di cruciale importanza. In tale contesto dobbiamo però allargare il quadro di riferimento, evitando che un piano di finanza pubblica inizialmente ideato per sottrarci agli attacchi della speculazione internazionale possa rivelarsi controproducente. E’ sulla base di una consolidata tradizione empirica che Alesina e Giavazzi suggeriscono che “tagli di spesa, accompagnati da liberalizzazioni e riforme nel mercato dei beni e del lavoro, comportano costi di gran lunga inferiori rispetto a quelli indotti da aumenti delle imposte.” L’inevitabile conclusione è che se il Governo Monti avesse perseguito l'austerità tagliando la spesa, la recessione sarebbe stata molto meno marcata. Tale tesi è sostenuta in un recente studio3 che analizza piani di consolidamento fiscale basati su tagli alla spesa ed aumenti della pressione fiscale, alcuni dei quali non anticipati, nell’ambito di 17 Paesi aderenti all’OCSE. E’ tuttavia da rilevare come la strategia di identificazione dei moltiplicatori della spesa e delle tasse si basi sull’ipotesi, peraltro testata, che le mosse di politica fiscale in analisi siano esogene rispetto allo stato dell’economia, ossia che i consolidamenti fiscali oggetto dell’analisi non sono determinati dalla particolare fase ciclica in cui versa una data economia.
Nel contesto attuale, però, gran parte degli aggiustamenti fiscali sono imputabili ad ingenti squilibri indotti dalla crisi. Questo ci impone di guardare alla possibilità che la trasmissione della politica fiscale venga influenzata dallo scenario recessivo. A tal proposito, un recente saggio4 del Fondo Monetario Internazionale mostra che, durante una recessione, per ogni Euro di taglio alla spesa se ne perdono tra 1,6 e 2,6 di prodotto interno lordo, nel corso del primo anno; al contrario, il moltiplicatore delle tasse viene stimato nell’intervallo 0,16-0,35. Entrambi i moltiplicatori tendono poi ad aumentare a due anni dallo shock fiscale. L’implicazione principale di queste stime è che “se gli aggiustamenti avvengono durante periodi di recessione e prediligono riduzioni della spesa pubblica e degli investimenti, questi dovrebbero essere graduali, ma soprattutto essere almeno parte accompagnati da aumenti delle tasse.” Ciò al fine di limitare l’impatto negativo in termini di caduta dei livelli di attività economica. Le stime indicano inoltre che la probabilità che un aggiustamento intrapreso durante una fase di contrazione sia di ulteriore aggravio è almeno doppia rispetto all’eventualità che una ripresa si trasformi in recessione. In particolare, correzioni “forti” hanno il 20% di probabilità incrementale di accentuare o prolungare fasi recessive. Alla luce di questo studio è dunque giusto porre l’accento sulle asimmetrie nella trasmissione della politica fiscale nelle diverse fasi del ciclo economico e sui metodi per approntare un piano di consolidamento che minimizzi le ricadute recessive.
Per entrare nel merito della questione italiana, quale che sia la misura di politica fiscale da adottare, sarebbe il caso di aggredire tempestivamente lo stock del debito. Tale scopo potrebbe essere conseguito attraverso la dismissione di parti ingenti del patrimonio mobiliare ed immobiliare pubblico, nonché imprimendo un’azione di contrasto decisa e definitiva nei confronti dell’evasione fiscale, così da esercitare un effetto diretto in termini di convergenza a plausibili obiettivi del rapporto tra debito e PIL. Questa strategia consentirebbe di liberare la leva fiscale, così da poter perseguire misure anticicliche, che poi restano le grandi assenti nell’attuale quadro di politica economica. Quella prospettata non è una pia illusione. A tal proposito, è utile evocare il caso del Belgio nel periodo 1997-2002. In quel frangente Bruxelles ha mantenuto avanzi primari nell’ordine del 6% del proprio prodotto interno lordo, intaccando massicciamente lo stock del debito attraverso un piano di dismissioni del patrimonio pubblico. E’ importante notare come la spesa pubblica sia poi diminuita, soprattutto attraverso tagli a difesa e pubblica amministrazione. Ma ciò che è ancor più importante rilevare è l’aumento, se pur contenuto, della spesa per welfare ed istruzione. Questo a riprova del fatto che è possibile ridurre e rimodulare la spesa pubblica, riposizionando le minori risorse disponibili sui capitoli di spesa maggiormente virtuosi. Individuare tali voci non è compito facile, anche se qualcosa si è mosso, principalmente in fase esplorativa, nell’ambito della spending review. Resta da capire innanzitutto se il prossimo governo avrà la volontà e la forza per affrontare problemi la cui soluzione non può essere più rinviata e, in secondo luogo, come esso saprà misurarsi su questi temi, nell’osservanza di vincoli ideati per garantire la solidità dell’architettura istituzionale europea, ma rispetto ai quali la crisi ha messo in luce numerose contraddizioni. Un governo forte dovrebbe puntare a raccogliere attorno a sé il consenso necessario ad affrontare queste sfide, sottraendo il Paese all’abbraccio mortale tra speculazione finanziaria e declino economico.

1. Blanchard, O. and Leigh, D., (2013): “Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers,” IMF WP/13/1.
2. Alesina, A. e Giavazzi, F.: “Le falsità che circolano sulla cura Monti, ” Corriere della Sera del 22 Gennaio 2013.
3. Alesina, A., Favero C. e Giavazzi, F., (2012): “The output effect of fiscal consolidations,” mimeo, Harvard University and Università Bocconi.
4. Batini, N., Callegari, G. e Melina, G., (2012): “Successful Austerity in the United States, Europe and Japan,” IMF WP/12/190.

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