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DIETRO IL PROGRAMMA MONTI SUL LAVORO LA SOLITA ILLUSIONE E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
08 febbraio 2013
lavoroAbbandonata – finalmente – la debole idea del contratto unico, il programma sul lavoro presentato da Monti, Ichino e Cazzola si compone di una serie di proposte per ora piuttosto vaghe. Accanto a misure da tutti condivisibili (tanto da essere presenti nei programmi di diversi partiti) come quelle volte a favorire una maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro o quelle che tendono a rimodulare il welfare alla luce dell’invecchiamento della popolazione, la misura che più fa discutere è la creazione di un nuovo contratto di lavoro, più flessibile e meno costoso.

I termini della maggiore flessibilità di questo nuovo contratto non sono per la verità del tutto chiari, perché la proposta esclude un nuovo intervento legislativo sulla neoriformata disciplina del licenziamento. Viene piuttosto chiamato in causa il ruolo della contrattazione collettiva, invocata nella forma della contrattazione derogatoria di recente introdotta con l’art. 8 d. l. 138/2011 conv. in l. 148/2011 (che autorizza la c.d. contrattazione di prossimità a derogare non solo alla contrattazione nazionale, ma anche alla legge). Ma neppure i fattori che dovrebbero rendere questo contratto meno costoso hanno contorni del tutto chiari: si ipotizza una sgravio fiscale (per il quale non si spiega però dove trovare le risorse) e uno sgravio contributivo (rispetto al quale non sono precisati i riflessi sulla posizione pensionistica del lavoratore).
Il documento invoca il sistema tedesco come modello di riferimento di questo nuovo contratto flessibile ed economico “figlio” della contrattazione collettiva. Ma, com’è noto, il sistema tedesco compensa il decentramento della contrattazione collettiva con un sistema partecipativo che è in grado di incidere profondamente sulla regolazione dei rapporti di lavori, compresi i licenziamenti.
In realtà, questo nuovo contratto di lavoro si ispira nella sua idea di fondo a quella nota linea di pensiero – da tempo alla base delle proposte di Pietro Ichino – che concepisce il mercato del lavoro come il risultato di una contrapposizione tra le opposte forze di insiders (i lavoratori occupati e protetti) e outsiders (i lavoratori non occupati o meno protetti). In questo scenario, fondato sul conflitto tra lavoratori (e dove il tradizionale conflitto tra impresa e lavoro sembra dato per scomparso), la vittoria degli uni andrebbe a scapito degli altri, sicché la diminuzione del livello generale di tutela dei protetti determinerebbe automaticamente il miglioramento della condizione dei non protetti, che vedrebbero aumentare le proprie chances di passare dalla condizione di outsiders a quella di insiders.
L’idea che un conflitto semplificato sia alla base di tutti i problemi si ripete più volte nel programma Monti-Ichino-Cazzola: il problema del lavoro dei giovani è visto come uno scontro tra lavoratori stabili e precari, la riforma della pubblica amministrazione è concepita come un’eterna lotta tra cittadino e lavoratore poco produttivo, e così via.
Si tratta di una visione astratta e angusta. Essa è astratta perché nessuno è stato sinora in grado di offrire riscontri empirici circa una correlazione tra diminuzione delle tutele del lavoro (in particolare quelle del licenziamento) e aumento dell’occupazione.
Ma l’ideologia retrostante a questo programma è anche e soprattutto angusta, perché si fonda su una concezione aritmetica dei comportamenti dei protagonisti del mercato del lavoro, che non tiene in considerazione l’insieme di variabili che determinano l’occupabilità di un lavoratore, non certo liquidabili nella tensione verso un contratto più flessibile. I Nobel per l’economia 2010 Diamond, Mortensen e Pissarides  hanno dimostrato che non è affatto scontato che l’introduzione di elementi di flessibilità (del salario, dell’orario di lavoro, della durata del rapporto) porti a far coincidere domanda e offerta di lavoro, perché il meccanismo di incontro tra domanda e offerta di lavoro è regolato da altri fattori, mentre elementi come la flessibilità entrano in gioco solo successivamente, quando le parti si sono già incontrate. In altre parole, questa lettura à la 2 più 2 fa 4 rischia di distogliere l’attenzione dai problemi veri del mercato del lavoro, che sono invece complessi, e tali restano anche se si decide di ridurre il numero delle norme sul lavoro o di tradurle in inglese (quale paese non anglofono produce testi di legge tradotti in inglese?).
I problemi di un mercato del lavoro poco efficiente non si risolvono attraverso ricette semplificanti, come quella in base alla quale poiché un lavoratore meno protetto appare più appetibile è riducendo le tutele del lavoro che possiamo risolvere le carenze occupazionali. Servono piuttosto interventi profondi e strutturali, come il potenziamento del sistema dei servizi pubblici all’impiego (che possono certo convivere con quelli privati, ma rispetto ai quali il soggetto pubblico non può abdicare alle proprie responsabilità), la creazione di un sistema di formazione che risponda alle esigenze reali del tessuto produttivo e che entri con quest’ultimo in stretto contatto (pensiamo all’esigenza di dotarsi di scuole tecniche in raccordo con il sistema delle imprese), l’introduzione di un sistema di ammortizzatori sociali che possa effettivamente supportare il lavoratore nelle fasi di transizione tra un’occupazione e l’altra (finchè il nostro paese non sarà dotato di un sistema di welfare di tipo universalistico occorrono particolari cautele nell’iniezione di strumenti di flessibilità in uscita). Ma, prima di tutto, è necessario riattivare la capacità rigeneratrice dell’economia reale, perché ritenere che i posti di lavoro si creano e si distruggono riformando le regole del lavoro è un’illusione cui non possiamo più permetterci di dar credito.
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