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IL RITORNO DELLA XENOFOBIA EUROPEA E-mail
Politica e Istituzioni
di Davide Assael
08 febbraio 2013
xenofobiaIl 27 novembre scorso il deputato ungherese Marton Gyongyosi, approfittando degli scontri di Gaza, ha richiesto che venisse stilata una lista dei parlamentari ebrei ungheresi, in quanto potenziale “minaccia per la sicurezza nazionale”.

Si tratta dell’ultimo atto dell’emersione di pulsioni xenofobe e territoriali cha ha coinvolto tutto il continente europeo dall’affacciarsi della crisi economica nel 2008-09 e che ha visto il successo del Partito della Libertà di Geert Wilders in Olanda, dei Veri Finlandesi di Timo Soini, del Front National di Marine Le Pen in Francia, della FPÖ di Heinz Christian Strache in Austria, di Alba d’Orata in Grecia e la promulgazione di leggi liberticide in Ungheria ad opera del partito ultranazionalista Fidesz di Viktor Orban, che strizza l’occhio allo Jobbik di cui sopra (16,7% alle ultime elezioni elezioni, con tre seggi al Parlamento Europeo). Un fenomeno che esprime diversi significati. Anzitutto storico: era dal termine delle Seconda Guerra Mondiale che, in Europa, non si assisteva ad un simile consenso nei confronti di partiti che, dichiaratamente, non si riconoscono nei valori del costituzionalismo europeo. La probabile vittoria di Strache (l’erede di Haider. Quando l’allievo supera il maestro) alle elezioni austriache del prossimo anno porterebbe, anche in Europa occidentale, una forza di estrema destra a guidare un Paese membro dell’Unione.
Vi è, poi, un significato politico che riguarda lo stato dell’UE. Se, al momento dell’affermazione elettorale di Haider, bastò una sola ipotesi di alleanza di governo a far scattare le sanzioni contro l’Austria, oggi si assiste passivi all’instaurarsi di una vera e propria dittatura in Ungheria, dove la Corte Costituzionale è sottomessa all’esecutivo, come la magistratura, e i giornalisti possono attingere le notizie solo da un’unica fonte, governativa naturalmente. E va ricordato che l’Ungheria è un paese tecnicamente in default, che si sorregge solo in virtù degli aiuti europei. Non un’immagine edificante quella della Grecia ridotta in miseria per motivi economico – finanziari, mentre, verso l’Ungheria, non si prendono provvedimenti adeguati. Così come contrasta il PPE che minaccia, in modo neanche troppo velato, l’espulsione di Berlusconi perché mette a rischio il processo riformistico (?) montiano, mentre, ad Orban, giusto qualche rimprovero. Insomma, la UE oscilla fra manifesta debolezza (che reazione susciterebbero, in questo clima, delle sanzioni europee nei confronti di politiche nazionaliste?) e palese stato confusionale.
A fianco a questi vi è, però, un dato di antropologia culturale. L’Europa, ancora prima dell’Unione, è quel luogo politico dove si è tentato di riconoscere la dignità di tutti gli individui, a prescindere dalla loro origine etnica o religiosa. Questo percorso lascia indietro, come ci ha insegnato Freud, qualcosa: pulsioni territoriali, di gerarchia, di possesso non sono ammesse in questo luogo politico e finiscono con l’essere rimosse ed abitare il nostro inconscio. Ogni qualvolta si perde fiducia nel percorso europeo, per una crisi economica o per altro, questi istinti si riaffacciano, con tanta violenza tanto forte è stata l’opera di rimozione (Weimar docet). A ben vedere c’è un luogo dell’immaginario culturale europeo  che ammonisce dal condurre un percorso a matrice universalista senza confrontarsi col sacrificio richiesto: la relazione biblica fra Giacobbe ed Esaù, il momento in cui si sostituiscono ideali universalisti alle logiche gerarchico – genealogiche tipiche della mentalità orientale. Ѐ uno di momenti fondativi dell’Occidente. La storia è nota: Giacobbe, dopo aver sottratto con l’inganno la primogenitura che legittimamente sarebbe spettata ad Esaù, è costretto a scappare; il conflitto fra i fratelli si risolve solo quando il minore sarà capace di tornare dal maggiore e spiegargli le regioni della scelta sua e dei genitori. Ѐ questo ciò che dovrebbe fare l’Europa, saper spiegare le ragioni del proprio progetto, saper raccontare che la scelta di un’integrazione che garantisce i diritti è per il bene di tutti, per chi è d’accordo e per chi non lo è. Per Giacobbe e per Esaù. Le crisi sono cicliche, ci sono e ci saranno sempre, ma non è necessario che ogni volta, anche dopo la Shoà, si risveglino i più cupi fantasmi.
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