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IL GIANO BIFRONTE DELLA FINANZA ITALIANA: CHIUSI E AVVENTURIERI AL TEMPO STESSO? E-mail
Finanza
di Nicola C. Salerno
08 febbraio 2013
finazaLe vicende del Monte Paschi Siena, di cui si dibatte in questi giorni, mi hanno fatto ripensare ad un articolo scritto un po’ di tempo fa per nelMerito (“Più crucci che delizie nella leva finanziaria all’Italiana”).

Lì si argomentava, statistiche Eurostat alla mano, la presenza di troppi intrecci domestici tra banche e istituzioni finanziarie, all’origine di un consolidato delle attività finanziarie significativamente inferiore a quello degli altri Paesi europei in percentuale del Pil. L’altra caratteristica che emergeva dal confronto internazionale era la bassa propensione per degli investitori esteri a detenere attività finanziare italiane.

Ne veniva fuori la fotografia di un sistema chiuso, in cui tutti tendono a collegarsi con tutti e a partecipare, in qualche proporzione, in tutti, e per ciò stesso ad alto rischio di compromessi sia sul fronte della concorrenza che su quello del rispetto delle regole e delle  leggi. Un sistema “conservativo” che, come molti hanno osservato, ha negli ultimi 15-20 anni impedito di valorizzare al meglio la leva finanziaria per la crescita del Paese, ma ci ha anche fatto da scudo, nel 2007 e nel 2008, contro le ondate più forti della crisi. E infatti la  conclusione dell’articolo proponeva una lettura di sfaccettata: banche e finanza meno catalizzatori di crescita, ma almeno più solide, più solide che negli altri grandi Partner europei, più solide che negli Usa.

Un giudizio che non può non essere rivisto adesso, perché quello che sta emergendo è un quadro molto più complesso del “semplice” trade-off tra stabilità e propensione al rischio imprenditoriale e alla crescita. La finanza innovativa e spericolata non è rimasta lontana dai confini italiani, è arrivata anche da noi ed è stata utilizzata per puntellare il più possibile proprio quegli equilibri chiusi e conservativi. Una strana e molto provinciale combinazione di tradizione e innovazione. Ed è sintomatico che questo mix abbia trovato culla fertile proprio nella banca che più di tutte ha simboleggiato, per oltre cinque secoli, la continuità nei metodi e nei mezzi, il legame viscerale col territorio, l’istituzione aggiunta affianco al Comune, alla Provincia, alla Regione, la “stanza di compensazione” dei vari punti di vista sugli indirizzi politici e di politica economica.

Si è fatto ricorso ai derivati per tappare i buchi di questa continuità con la tradizione. Ci si è incamminati sul sentiero dell’innovazione della finanza sintetica proprio per allungare la vita alla governance vecchio stampo. Si è andati in Germania e addirittura in Giappone per il confezionamento dei prodotti complessi più adatti ad abbellire i bilanci, a diluire le perdite, a posticipare il redde rationem. Posizioni sui derivati sono state aperte, chiuse e ricontrattate, in una escalation che, a fronte di un po’ di ossigeno nell’immediato, aumentava esponenzialmente il rischio. Si scopre adesso, stando a quanto riportato dalla stampa, che alcuni dei derivati sono consistiti in “scommesse” sui titoli di stato italiani, proprio nel frangente di maggior tensione sugli spread, un altro canale di confusione tra economia e politica, tra (sperato vantaggio) privato e (possibile maggior costo) pubblico.

Una simile situazione si è già presentata in Italia, qualche anno fa, con l’uso e l’abuso dei derivati da parte dei Comuni. Il fenomeno è stato bloccato per legge, dopo insistenti allarmi da parte della Corte dei Conti. Anche allora quello che venne fuori fu un singolare miscuglio di resistenze al cambiamento e di improvvisa fiammata di innovazione finanziaria, con quest’ultima che avrebbe dovuto risolvere o diluire i problemi di bilancio, e posticipare sia rendiconti della politica che riforme di struttura. In particolare, apparve molto fantasiosa, almeno a me, quella combinazione, che allora venne alla ribalta, tra da un lato chiusure ideologiche alle aste per la selezione sul mercato del miglior gestore di servizi pubblici locali e, dall’altro, il ricorso ai mercati per acquistare prodotti sintetici frutto della più complessa ingegneria finanziaria. Prodotti tanto complessi che spesso se ne capiva solo l’up-front, l’anticipazione di cassa utile ai Comuni per tamponare gli squilibri, restando totalmente al buio la sottostante spirale di rischio.

I derivati sono stati vietati agli Enti Locali. È stato correttamente deciso che casca al di fuori del mandato elettorale di politici e amministratori stipulare contratti dai profili finanziari e di rischio ai limiti dell’indecifrabilità, agganciati a grandezze economiche lontanissime (sul piano logico ma anche geografico) da quelle che influenzano lo sviluppo e il benessere delle comunità locali. Il cittadino non vota perché il suo rappresentane scommetta sui mercati, non vota per agganciare il suo Municipio al Nikkei.

La domanda conclusiva: è davvero così eretico ipotizzare di vietare i derivati anche alle banche, e magari fare di questa scelta un punto di rifondazione delle regole bancarie internazionali? Sono pezzi così essenziali per svolgere al meglio le funzioni del sistema bancario? Qui in Italia gli strumenti più complessi e spericolati sembra siano stati, per adesso, solo al servizio della conservazione degli equilibri di potere e di influenza. Sia sul fronte privato, la banca, sia su quello pubblico, l’amministrazione dei Comuni. L’antico, letterario e italianissimo “cambiar tutto per non cambiar niente”.
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