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LE RESPONSABILITÀ NELL'AFFARE MPS E-mail
Finanza
di Emilio Barucci
01 febbraio 2013
affare mpsIn una vicenda complicata come il Monte dei Paschi risulta difficile individuare il ‘‘colpevole’’. La cronaca ci suggerisce quattro possibili candidati: la politica, la disonestà dei manager, la loro incompetenza, la natura cattiva della finanza.

Tra derivati complessi e mercati finanziari in subbuglio, risulta difficile orientarsi anche per un lettore esperto, passiamoli in rassegna uno ad uno e proviamo a vedere cosa risulta.
La politica è il responsabile morale. Il Monte non è stato gestito male perché asservito agli interessi di un partito politico, l’origine dei problemi è piuttosto da rintracciare nel localismo degli assetti di controllo (via Fondazione) che ha portato la terza banca del paese ad essere gestita da un management  non all’altezza. Sicuramente la politica è stato il mezzo per raggiungere lo scopo ma i partiti sono stati più un taxi che un attore, le forze e le logiche di potere per arrivare all’obiettivo sono state di altra natura. Insomma, se la Fondazione fosse stata nominata direttamente dalle contrade oggi discuteremmo del rapporto banca-contrade.   
Veniamo alla disonestà. Se si esclude qualche evidenza di tangenti a funzionari del Monte per operazioni marginali, per adesso non vi è traccia di appropriazione indebita. Aspettiamo e vediamo se qualcosa salterà fuori nell’enorme sovrapprezzo pagato per l’acquisizione Antonveneta.
L’incompetenza e l’inadeguatezza del management c’entrano invece con quello che sta accadendo. Basta leggere le conclusioni dell’ispezione della Banca d’Italia del 2010. Emerge una banca in cui non ci sono controlli, contabilizzazione non corretta delle operazioni, non adeguata valutazione dei rischi, disinformazione o incapacità degli organi amministrativi della banca. Un esempio per tutti: il Monte ha commercializzato a lungo e con successo mutui a tasso variabile con tassi di interesse limitati dall’alto, ebbene questa protezione non era valutata  a dovere, risultato: i clienti hanno fatto un affare e la banca ci ha perso. Tutto questo è sicuramente il frutto dell’incompetenza del management, della sua inadeguatezza a governare una macchina complessa, e forse della sua spregiudicatezza. Sì perché questi controlli laschi non erano solo distrazione, erano funzionali a raggiungere un obiettivo di redditività elevata che era difficile da raggiungere con un’attività tradizionale sempre meno redditizia. Per farlo il Monte ha percorso la strada della finanza, prima bazzicando a piene mani i titoli tossici (Santorini, Alexandria, Patagonia, Anthracite, Nota Italia) e poi lanciandosi in una speculazione sui BTP trentennali. Un’operazione fatta a leva con pronti contro termine in cui la banca si indebitava a breve e investiva in titoli a lunga scadenza con una cedola elevata. Un’operazione redditizia che ha però portato ad ingenti perdite nel momento in cui la crisi dell’euro ha fatto lievitare i tassi.  
La banca dovrebbe essere gestita in modo prudente onde garantire la sua stabilità, quello che emerge è invece che la banca ha scommesso pesantemente sulla stabilità dei tassi e dell’Italia. Una cosa da irresponsabili. E’ bene precisare che si tratta di una scelta deliberata consapevolmente dal consiglio di amministrazione nel maggio 2009 e non il frutto dell’operato di qualche funzionario fedifrago.
Queste considerazioni ci portano all’ultimo imputato: la ‘‘finanza’’ è responsabile? Beh sì, l’inadeguatezza e l’incompetenza degli amministratori avrebbero arrecato pochi danni in una piccola banca con pochi margini di azione. La combinazione di una leva finanziaria eccessiva, controlli non efficaci, limiti oggettivi della vigilanza, esigenza di un’elevata redditività hanno creato le condizioni per operazioni dai danni irreparabili. Santorini e Alexandria da sole hanno prodotto perdite per 400 milioni di euro. L’insegnamento da apprendere è che occorre riformare la finanza limitando l’operatività delle banche all’intermediazione creditizia tradizionale e lasciando che nei mari della finanza navighino soggetti come gli hedge funds  e le banche di investimento. Le prime sono un bene pubblico e possono essere garantire anche con fondi pubblici, le altre sono un affare privato e il loro fallimento non dovrebbe gravare sui cittadini. Oggi abbiamo un ibrido, una banca che si comportava come un hedge fund e il conto per il cittadino è salato e, soprattutto, ingiustificato. 
  Commenti (3)
Banche, devianza e premi di produttività
Scritto da Massimiliano Deidda, il 07-02-2013 11:44
Tre le concause e i livelli di responsabilità dei disastri bancari: 
1) La deregolamentazione degli anni 80 e 90: la Glass Steagal Act del ’33 negli Stati uniti e la Legge bancaria del ’36 in Italia vengono smantellate, il sistema muta, regge dieci anni e crolla; 
2) Il processo di concentrazione bancaria e la devianza ai vertici delle Istituzioni creditizie (nel caso italiano è coinvolto perfino l’ex-Governatore della Banca Centrale): dietro i tecnicismi si nascondono semplicemente dei “pacchi” rifilati ai clienti, risparmiatori e imprenditori! 
3) La rimozione della resistenza interna dell’organizzazione alla devianza dei vertici degli Istituti di Credito attraverso l’abbassamento degli inquadramenti e l’adozione di meccanismi di salario variabile. 
La banca in Italia è un’organizzazione retta da un sistema di norme e procedure operative che, attraverso l'informatizzazione, determina attività divise, ripetitive, concatenate -ordinate e gerarchicamente controllate- agite da profili professionali omogenei, interscambiabili, sottoinquadrati, sotto la minaccia di: esuberi, precariato, outsourcing e delocalizzazione. La struttura di comando è distinta in direzione centrale e rete commerciale stravolta e riconvertita nell’ultimo quindicennio. La direzione centrale, considerata ridondante rispetto alle esigenze del core business a seguito delle fusioni, è stata sfoltita attraverso prepensionamenti e trasferimenti nella rete commerciale; coloro che hanno resistito, si sono allineati ai Consigli d’Amministrazione, e dal vertice proiettano “coni d’ombra” sulla rete commerciale. La competizione è elevata e incentivata da premi in denaro; la cooperazione si fonda sull'istinto di conservazione del gruppo contro i rischi professionali e sull'azione del sindacato; il controllo reciproco e quello gerarchico sono pressanti e favoriti dagli “open space. La comunicazione è verticale: top down; la formazione è orientata al solo perseguimento di risultati commerciali e non alla qualità del servizio o al presidio del rischio (lasciato ai soli automatismi –prociclici- imposti da Basilea II).
Banche, devianza e premi di produttività
Scritto da Massimiliano Deidda website, il 04-02-2013 09:16
Caro Emilio, su questo posso offrire più di uno spunto di approfondimento. 
 
Massimiliano 
 
Tre le concause e i livelli di responsabilità dei disastri bancari: 
1) La deregolamentazione degli anni 80 e 90: la Glass Steagal Act del ’33 negli Stati uniti e la Legge bancaria del ’36 vengono smantellate, il sistema muta, regge dieci anni e crolla; 
2) la devianza dei vertici delle Istituzioni creditizie (nel caso italiano è coinvolto perfino l’ex-Governatore della Banca Centrale): dietro i tecnicismi si nascondono semplicemente dei “pacchi” rifilati ai clienti risparmiatori e imprenditori! 
3) La rimozione della resistenza interna dell’organizzazione alla devianza dei vertici degli Istituti di Credito attraverso l’abbassamento degli inquadramenti e l’adozione di meccanismi di salario variabile. 
La banca in Italia è un’organizzazione retta da un sistema di norme e procedure operative che, attraverso l'informatizzazione, determina attività divise, ripetitive, concatenate -ordinate e gerarchicamente controllate- agite da profili professionali omogenei, interscambiabili, sottoinquadrati, sotto la minaccia di: esuberi, precariato, outsourcing e delocalizzazione. La struttura di comando è distinta in direzione centrale e rete commerciale stravolta e riconvertita nell’ultimo quindicennio. La direzione centrale, considerata ridondante rispetto alle esigenze del core business a seguito delle fusioni, è stata sfoltita attraverso prepensionamenti e trasferimenti nella rete commerciale; coloro che hanno resistito, si sono allineati ai Consigli d’Amministrazione, e dal vertice proiettano “coni d’ombra” sulla rete commerciale. La competizione è elevata e incentivata da premi in denaro; la cooperazione si fonda sull'istinto di conservazione del gruppo contro i rischi professionali e sull'azione del sindacato; il controllo reciproco e quello gerarchico sono pressanti e favoriti dagli “open space. La comunicazione è verticale: top down; la formazione è orientata al solo perseguimento di risultati commerciali e non alla qualità del servizio o al presidio del rischio (lasciato ai soli automatismi –prociclici- imposti da Basilea II).
Scritto da Maria Grazia Grassi, il 03-02-2013 08:14
Mi sembra un articolo molto giustificativo nei confronti della politica. Mi domando chi abbia nominato gli incompetenti e dove fossero i controllori dei medesimi dal momento che sono tutti di nomina politica.

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