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IL VOLTO SOCIALE DELL’EURO-ZONA E-mail
Lavoro
di Luisa Corazza
25 gennaio 2013
europa socialeLe parole con cui il presidente dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker si è congedato dal suo incarico sono significative perché mostrano che una nuova consapevolezza serpeggia nei meccanismi decisionali europei. Si tratta della consapevolezza che senza una rinnovata attenzione ai problemi dell’occupazione e dell’inclusione sociale la stessa coesione economica dell’Unione rischia di perdere credibilità.

Nel congedarsi, Juncker ha puntato il dito sul problema dell’occupazione, quale problema che sino ad ora è stato sottovalutato e che l’Europa non può più permettersi di trascurare. In altre parole, secondo il presidente dell’Eurogruppo, occorre ritrovare la dimensione sociale dell’Unione economica e monetaria, con misure come il salario minimo, altrimenti l’Unione rischia di perdere la propria credibilità.
Per un verso, appare inevitabile che in un momento di crisi economica la dura realtà della disoccupazione (11.8% nell’Euro-zona) induca a fare i conti con la drammaticità della questione occupazionale. In quest’ottica si spiega probabilmente anche il riferimento esplicito del presidente Juncker al tema del “salario minimo”, che è stato commentato da diverse voci del dibattito politico e sindacale, senza che risultasse per la verità chiaro a sufficienza a quale concetto di salario minimo il presidente dell’Eurogruppo intendesse riferirsi. Infatti, un tale generico rinvio potrebbe richiamare due istituti molti diversi tra loro: il primo si riferisce all’idea di un reddito minimo da garantire a tutti i cittadini; il secondo si riferisce invece alla fissazione dei minimi salariali attraverso parametri legislativi.
Quest’ultima misura è diffusa in prevalenza nei paesi con una presenza sindacale debole e prevede che i livelli retributivi minimi siano fissati per legge e non tramite la contrattazione collettiva (è così ad esempio in Francia). In Italia tale scelta non ha mai trovato accoglimento, e sono i contratti collettivi a fissare i minimi salariali ritenuti dalla giurisprudenza idonei ad integrare quel criterio di “sufficienza” che l’art. 36 della Costituzione richiede per garantire al lavoratore e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Fino ad ora, i meccanismi di rinnovo e di recupero dell’inflazione previsti dal sistema della contrattazione collettiva hanno consentito il funzionamento di questo sistema. Certo le più recenti rivoluzioni della materia, e soprattutto il progressivo decentramento della contrattazione, potrebbero mettere in crisi la tenuta del sistema (soprattutto se si realizzerà un proliferare di livelli retributivi minimi differenziati per impresa e sul territorio). Tuttavia, abbandonare il sistema della contrattazione collettiva quale criterio principale della determinazione del salario minimo, non appare allo stato una misura né risolutiva né auspicabile. Oltre a condurre di fatto ad un depauperamento del sistema sindacale, rischierebbe nei fatti di livellare verso il basso le retribuzioni.  
E’ tuttavia assai probabile che nel congedarsi il presidente dell’Eurogruppo volesse riferirsi al c.d. reddito minimo garantito, anche perché è questa la misura che è direttamente connessa al problema della disoccupazione. In realtà anche questo concetto si presta ad essere precisato ulteriormente. L’idea del reddito minimo rinvia a diverse forme di sostegno al reddito, che prevedono a loro volta diversi presupposti e regimi di condizionalità. Il più esteso e “radicale” di questi è il reddito di cittadinanza o basic income , che implica un’erogazione di reddito da parte della comunità ai cittadini, secondo un criterio universale e a prescindere dall’apposizione di condizioni. Il concetto di reddito minimo garantito o di reddito minimo di inserimento è invece ristretto a quelle erogazioni di reddito finalizzate a combattere le situazioni di povertà e il rischio di esclusione sociale: in tal caso, tali erogazioni vengono spesso affiancate dalle c.d. politiche della condizionalità (le ipotesi in cui l’erogazione del reddito è condizionata a determinati comportamenti attivi del percettore), oltre che da una verifica dell’effettivo stato di bisogno. L’introduzione di tali misure è questione estremamente complessa, come appare evidente, e ciò soprattutto in un momento di particolare ristrettezza della spesa pubblica. A queste difficoltà di carattere generale si aggiungono alcune difficoltà specifiche, legate al contesto territoriale, che – con riferimento in particolare all’Italia – hanno in gran parte contributo ad alimentare la diffidenza verso queste forme di sostegno al reddito (solo per fare alcuni esempi: come conciliare il reddito minimo garantito con la presenza massiccia di lavoro nero ed economia sommersa? Le strutture burocratiche e amministrative deputate all’erogazione sono in grado di far fronte ai relativi compiti? In presenza di condizioni di disoccupazione strutturale non si determinerebbe una deviazione funzionale di tali strumenti?). Non si vuole qui entrare nel merito di un dibattito molto complesso, che andrebbe affrontato senza posizioni aprioristiche, ma con un approccio empirico, per valutare entro quali limiti tali misure possano essere introdotte, e fino a che punto gli ostacoli che presenta il nostro sistema si presentino come insormontabili.
Certo con una prospettiva di tal genere dovrebbero fare i conti molto più seriamente di quanto non abbiano fatto sino ad ora coloro che invocano una riduzione nella tutele della flessibilità in uscita, ispirandosi al modello della flexicurity alla danese. Si potrebbe dire, in altre parole, che un’apertura a forme di reddito erogate su base universalistica sia quella conditio sine qua non per rendere effettive le politiche di flexicurity e soprattutto per evitare gli effetti distorti di questo modello, con buona pace di chi pensa di realizzare la flexicurity partendo invece dall’erosione delle tutele sulla flessibilità in uscita.
Al di là dei significati attribuibili al rinvio fatto da Juncker al reddito minimo, e della loro concreta praticabilità, il dato più significativo delle parole scelte dal presidente dell’Eurogruppo per il suo congedo è quello di una ritrovata centralità delle politiche di inclusione sociale come condizione per la ripresa e la crescita dell’Euro-zona.
Nel quadro delle politiche sociali europee, il tema del reddito minimo garantito aveva per la verità da tempo assunto un ruolo di primo piano, come è naturale dato il suo stretto nesso di collegamento con le politiche di flexicurity. Ed, infatti, il reddito minimo garantito sembra ormai entrato a far parte dei diritti fondamentali della Carta dei diritti dell’Unione europea (art. 34, comma 3, Carta dei diritti dell’UE). Tuttavia, il fatto che questo discorso sia stato portato al centro delle politiche dell’Eurogruppo ha un significato diverso e politicamente assai più pregnante.
Come è noto, l’Eurogruppo è il luogo di coordinamento dei ministri dell’economia e delle finanze dei paesi che adottano l’euro. Il suo ambito di intervento si distingue perciò da quello più ampio delle politiche dell’Unione europea sia perché è ristretto ai soli paesi interessati dalla moneta unica, sia perché, ed è ciò che preme qui soprattutto osservare, è la sede delle politiche di coordinamento delle questioni economiche e finanziarie. Che l’Europa sociale, così ricca di buoni propositi nei Trattati, nelle direttive e nelle strategie della Commissione (basti pensare ad Europa 2020 che propone una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva), riesca a spargere qualche seme anche dove finora aveva imperato una logica di stretto rigore e controllo della spesa, era l’auspicio di molti. Il presidente Juncker ha fatto anche di più: non si è limitato ad arricchire la “visione” dell’Euro-zona guardando oltre gli asfittici confini del Fiscal compact, ma ha sottolineato l’interdipendenza tra ripresa economica ed inclusione sociale, mostrando che in assenza di quest’ultima l’Euro-zona non sarà solo più iniqua, ma anche e soprattutto incapace di crescere. 
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