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LE TENDENZE DELLA SPESA PUBBLICA IN ITALIA E-mail
Le schede
di Giaciglio
11 gennaio 2013
spesa pubblicaLa spesa pubblica italiana è normalmente considerata in crescita da molti anni e sostanzialmente fuori controllo. I dati che seguono hanno lo scopo di verificare la fondatezza di questa diagnosi.

Occorre, preliminarmente, definire i soggetti ai quali fare riferimento per calcolare la spesa pubblica rilevante ai fini dei parametri di Maastricht. L’Istat redige ogni anno una lista dei soggetti istituzionali rilevanti, cui il SEC 95 (Sistema Europeo dei Conti) assegna il codice S13. In tale lista rientrano, oltre al c.d. Settore Statale (amministrazioni centrali, enti locali e previdenziali), anche i soggetti di diritto pubblico o privato che dipendono dallo Stato in termini di copertura dei costi (i c.d. soggetti non market) o di influenza sulla governance. La spesa aggregata di questi soggetti è quella che viene ufficialmente presa in considerazione in ambito europeo e ad essa faremo riferimento nella nostra analisi.

Il rapporto tra spesa pubblica e Prodotto Interno Lordo
Nel 1990, in Italia, il rapporto tra spesa totale e Pil era pari al 52.6% (Fig. 1). L’unico altro paese per il quale si dispone del dato relativo a quello stesso anno è il Regno Unito, dove il rapporto era inferiore a quello italiano di oltre 11 punti. Per gli altri Paesi i dati Eurostat1 hanno iniziato a essere disponibili soltanto in anni successivi: per la Germania nel 1991 (il rapporto era del 46.3%), per la Francia e la Spagna nel 1995 (rispettivamente, 54.4% e 44.4%).
In Italia quel rapporto ha raggiunto il suo valore massimo nel 1993. Il successivo declino ha portato al minimo nel 2000, quando il rapporto ha toccato il 45.9%. Decisive, per questa dinamica, sono certamente state le politiche di rigore fiscale adottate per raggiungere gli obiettivi del Trattato di Maastricht, le quali sembrano responsabili anche dell’analoga tendenza avutasi in Spagna.
Nel 2000 il rapporto spesa totale/PIL della Germania è risultato inferiore a quello italiano nella misura – molto contenuta – di 0.8 punti percentuali: un calo marcato rispetto al 1991, quando il differenziale era di 7.4 punti. In quello stesso anno il rapporto francese era superiore di quasi 6 punti.
Nei sette anni successivi, la spesa totale è rimasta relativamente stabile in Italia in Francia e in Spagna mentre in Germania ha seguito un andamento a U rovesciata e nel Regno Unito ha prevalso un trend decisamente crescente2. Dopo il 2007, con l’arrivo della crisi, il rapporto è esploso praticamente ovunque e nel 2009 risultava di almeno 3-4 punti percentuali superiore rispetto ai valori del 2007. Nel 2010 si è stabilizzato in Germania e in Francia e si è contratto in modo piuttosto netto in Italia, Regno Unito e Spagna.
Un volta iniziata la fase recessiva del ciclo, la spesa è aumentata sia per l’azione degli stabilizzatori automatici sia, soprattutto in alcuni paesi, per gli interventi diretti a sostenere i sistemi bancari e, più in generale, a mitigare gli effetti  della crisi.
Nel 2009, nei Paesi considerati, il Pil è caduto in media (tenendo conto delle quote di Pil) di circa il 4.3%, mentre la spesa totale è cresciuta in media (ponderata con le stesse quote) di poco meno dello 0.9%. Ciò permette di stabilire la responsabilità relativa della crescita del numeratore e delle decrescita del denominatore nel determinare l’andamento del rapporto.

Figura  - Rapporto Spesa Totale/PIL
fig1

La spesa pubblica reale pro capite e il “dividendo dell’euro”
Utilizzando il deflatore del Pil fornito da Eurostat (GDPpi) e tenendo conto della popolazione, possiamo individuare l’andamento della spesa pubblica pro capite a prezzi costanti. I risultati sono riportati nella Fig. 2:

Figura  - Spesa Reale (GDPpi, 2005 = 100) Pro Capite, Indice
(Germania, Italia e Regno Unito 1991 = 100; Francia e Spagna 1995=100)

fig2

L’unico Paese nel quale si è verificata, nell’ultimo ventennio, una diminuzione della spesa reale pro capite è l’Italia. Per effetto di tale diminuzione, largamente concentrata nei primi 5 anni del periodo3, nel 2010 la spesa reale pro capite era inferiore di quasi un quinto rispetto al valore del 1991. In Germania, malgrado importanti riforme strutturali supply-side (quali le c.d. riforme Hartz del mercato del lavoro e del welfare), la spesa così misurata non si è ridotta sensibilmente, inducendo alcuni autorevoli commentatori a definirla un Paese “da salvare”4.
Dalla Fig. 3 si può vedere come la dinamica espressa dall’indice del grafico precedente abbia determinato, nei livelli, un cambiamento rilevante nelle posizioni relative: nei primi anni Novanta, la spesa pubblica pro capite in termini reali superava i 14,000 euro annui, risultando di gran lunga la più alta tra i Paesi considerati (i dati non sono disponibili per la Francia fino al 1995). Superata la crisi del 1992, il percorso di convergenza e l’appartenenza all’Area Euro hanno imposto un netto ridimensionamento, portando tale grandezza a meno di 12,000 euro. Solo la Spagna segna un livello inferiore, mentre Francia e Germania si attestano a livelli considerevolmente più alti (rispettivamente, 3,500 e 2,000 euro in più per abitante circa). Ed è importante, ancora, notare le differenze nella dinamica della spesa dal 2007 in poi.

Figura  - Spesa reale (GDPpi, 2005=100) Pro Capite
fig3

Nel 1990 l’Italia aveva già accumulato uno stock di debito notevole (94.3% del Pil, che raggiungerà il 121.2% nel 19945) e la spesa per interessi si aggirava intorno al 9.7% del Pil, rappresentando il secondo aggregato per dimensione (nella classificazione COFOG di secondo livello) dopo la spesa pensionistica. Dal 1993 la spesa per interessi ha iniziato a decrescere in modo molto marcato e nel 2010 essa rappresentava soltanto il 4.4% del Pil. Questa diminuzione rappresenta il c.d. “dividendo dell’euro”, del quale può essere utile determinare l’entità. Nel 1990, la spesa per interessi  in termini reali (prezzi 2005) superava abbondantemente i 143 miliardi di euro; esattamente 20 anni più tardi (e dopo avere toccato un massimo di 171 miliardi nel 1992), essa era scesa 63 miliardi.
Nello stesso intervallo di tempo, la spesa totale passava da quasi 781 a 715 miliardi (nel 1991 era stata di circa 804 miliardi). Dunque, dal 1992 (anno del picco) al 2010  la spesa per interessi, calcolata a prezzi costanti, è scesa di circa 108 miliardi, mentre la spesa totale si è ridotta di circa 89. Quindi, poco più dell’80% del dividendo dell’euro si è tradotto in minore spesa, mentre la restante parte si è tradotta in aumenti di altre componenti di spesa.
Gli andamenti della spesa pro capite sono, però, diversi: la spesa per interessi si è ridotta  di 1,970 euro annui, mentre la diminuzione di quella totale è stata di  2,315 euro, circa il 20% in più. Dal “dividendo dell’euro” non hanno tratto beneficio, a livello pro capite, altre componenti della spesa. Al contrario, nel complesso sono diminuite. E ciò è avvenuto mentre l’invecchiamento della popolazione avrebbe dovuto mettere sotto pressione alcune componenti della spesa sociale.
Dunque, l’evidenza disponibile sembra suggerire che nel ”ventennio dell’integrazione monetaria europea”, l’Italia ha visto ridursi la sua spesa pubblica sia in rapporto al PIL (dal 52.6% del 1990 al 50.4% del 2010) che in valore (reale) assoluto. Se, dal 2008 in poi, il Paese non fosse caduto in una pesantissima recessione  probabilmente oggi saremmo – come già accaduto nei primi anni 2000 – a livelli inferiori al 47.6% del 2007. L’andamento della spesa in termini reali pro capite, infatti, mostra un cambiamento di regime netto – al ribasso – nella dinamica della spesa pubblica, che non ha eguali nei principali partner europei.
Questi dati possono aiutare a comprendere meglio la situazione italiana e le sue specificità e, inoltre,  possono consentire di collocare il dibattito sulle politiche di austerity in un contesto più informato.

1. I dati cui faremo riferimento, ove non diversamente specificato, sono certificati da Eurostat secondo la classificazione economica per funzioni della spesa COFOG (Classification of the Functions of Government), lo standard internazionale adottato dal SEC95.
2. Dal 2000 al 2007 il rapporto spesa totale/PIL in Italia è stato in media del 47.5%. La Francia ha avuto un rapporto, sempre in media, più alto di 5.3 punti percentuali; la Spagna più basso di 8,7 punti. La Germania ha avuto una media del 46.5%.
3. Usando un deflatore che Eurostat calcola su un paniere rappresentativo dei consumi finali della PA (FCEGGpi), il risultato è ancora più marcato: nel 2010, l’indice della spesa reale pro capite sarebbe, in quel caso, pari a 77.3.
4. Si veda, in proposito, il contributo di uno dei più eminenti economisti tedeschi, Hans Werner-Sinn, all’indirizzo: http://www.voxeu.org/article/can-germany-be-saved
5. Mancando dati Eurostat per questa grandezza fino al 1995, la fonte dei dati sul debito pubblico è: FMI – WEO 2012 Database.

 
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