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LE DIFFICILI TRANSIZIONI DALLA SCUOLA AL LAVORO IN ITALIA E NEL MONDO E-mail
Lavoro
di Simona Tenaglia
11 gennaio 2013
scuola lavoroNella scelta del titolo del libro di recente pubblicazione “Fuori dal tunnel. Le difficili transizioni dalla scuola al lavoro in Italia e nel mondo” edito da Giappichelli, Francesco Pastore descrive questa particolare fase della vita dei giovani come “buia e lunghissima”.

I due aggettivi non sono scelti in modo casuale, bensì sono la conseguenza sia dell’ attuale organizzazione del sistema d’istruzione e formazione professionale italiano, nonché dello scollamento esistente tra scuola/ università da un lato e mercato del lavoro dall’altro.

L’obiettivo dell’autore è quello di descrivere, riferendosi in modo puntuale ad una vastissima letteratura economica, quali sono le cause della disoccupazione giovanile e riflettere su quale possa essere il migliore mix di politiche in grado di ridurre la durata delle transizioni scuola-lavoro. La discussione viene svolta comparando diverse nazioni europee (Italia, Spagna, Regno Unito, Svezia, Germania, Polonia e Slovenia) così da evidenziare i punti di forza e di debolezza di ciascun sistema.

Partendo dai dati sullo svantaggio assoluto e relativo dei giovani sul mercato del lavoro europeo, situazione che ha registrato un peggioramento negli ultimi venti anni, Pastore evidenzia in una prima riflessione come la difficoltà dei giovani non consista tanto nel basso livello di istruzione bensì nella carenza di capitale umano generico e specifico accumulato attraverso l’esperienza lavorativa. In tal senso la presenza di un contesto istituzionale che possa agevolare il passaggio dalla scuola al lavoro, come accade in Germania o in Giappone, può essere fondamentale nel contenere la disoccupazione giovanile.

Un secondo elemento di riflessione, legato alla già citata necessità dei giovani non tanto di trovare subito lavoro bensì di formarsi in modo da colmare il loro gap di capitale umano, è rappresentata dall’inadeguatezza delle classificazione tradizionale tra occupazione, disoccupazione ed inattività. Ciò che risulta più informativo per questa fascia di età è comprendere in quale fase della transizione scuola-lavoro si trovano i giovani, come avviene grazie all’applicazione della classificazione di recente proposta dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), la quale può indubbiamente rappresentare un utile strumento per disegnare politiche più mirate ed efficaci.

Una componente fondamentale del volume è poi rappresentata dalla comparazione, sempre supportata da un’ampia rassegna di letteratura economica, delle soluzioni fornite al problema della disoccupazione giovanile dall’approccio liberista e da quello interventista. Senza incorrere in contrapposizioni sistemiche, Pastore documenta il dibattito esistente tra le due scuole di pensiero: se da un lato i liberisti propongono una riduzione dei salari d’ingresso, accompagnati da una maggiore flessibilità sia in entrata che in uscita, d’altro canto gli interventisti si oppongono alla flessibilità in entrata ed ai contratti di lavoro temporaneo. In particolare viene discussa la capacità del lavoro temporaneo di essere un “…trampolino di lancio o un vicolo cieco…”. Per i liberisti il lavoro temporaneo favorirebbe l’ingresso dei soggetti più deboli nel mercato del lavoro, riducendo i costi di licenziamento e favorendo l’acquisizione di competenze;  al contrario per gli interventisti non ci sarebbe un effetto dei contratti a termine sulla dipendenza della disoccupazione dalla sua durata. La relazione tra durata della disoccupazione e tasso di ritrovamento del posto di lavoro dipenderebbe piuttosto da caratteristiche non osservabili (motivazione ed abilità lavorativa) dei soggetti che compongono il campione oggetto di studio. Inoltre il mercato potrebbe non essere in grado di fornire ai giovani un’occupazione che li aiuti a colmare il gap di capitale umano. I risultati dei lavori empirici che cercano di verificare gli effetti del lavoro temporaneo sono molto vari e dipendono da numerose condizioni, quali il paese analizzato, la presenza di corsi di formazione professionale, la durata del contratto temporaneo, la presenza di incentivi finanziari. Considerando tuttavia le analisi a livello macroeconomico, l’autore sottolinea come un risultato evidente sia la riduzione della durata dei singoli periodi di disoccupazione a seguito dell’introduzione dei contratti a termine, non accompagnata da una riduzione della durata media della disoccupazione complessiva né da una contrazione del periodo di transizione scuola-lavoro.

Queste considerazioni permettono all’autore di sollevare un dubbio sull’opportunità di concentrare l’impegno  delle politiche pubbliche verso interventi a protezione dell’impiego. Ricordando come in Italia le riforme al margine siano risultate incomplete accentuando il trade-off tra flessibilità e sicurezza piuttosto che contenendolo, sarebbe necessaria secondo l’autore una diversa combinazione di politiche per combattere la disoccupazione giovanile ovvero riforme urgenti del sistema di istruzione e di formazione professionale accanto ad una completa attuazione della flexicurity. E’ pienamente condivisibile il suo richiamo ai policy makers affinchè concentrino la loro attenzione sulla riduzione del tasso di abbandono universitario, sul numero ancora basso di diplomati, nonché sugli esigui effetti prodotti dalla riforma universitaria 3+2. I pregi  del modello tedesco di compartecipazione di governo e soggetti deputati all’istruzione potrebbero indubbiamente essere di esempio alle autorità governative italiane.

Un ulteriore spunto fornito dall’autore è relativo alla valutazione delle conseguenze che ricevere un’adeguata istruzione produce sulla vita di un giovane. Coloro che hanno un più basso livello di istruzione sono infatti i soggetti che più subiscono gli effetti dei cambiamenti del mercato del lavoro, quali la computerizzazione, l’immigrazione di lavoratori a bassa qualifica e l’entrata della manodopera femminile. Inoltre, i giovani che provengono da famiglie con un background elevato normalmente non incontrano grandi ostacoli nel processo di transizione scuola-lavoro. Al contrario i soggetti che provengono da famiglie svantaggiate spesso interrompono o abbandonano la scuola e più facilmente possono trovarsi in condizione di esclusione sociale.  A queste osservazioni si può affiancare il richiamo fatto dall’OECD nel volume “Doing better for families”, in cui viene sottolineata l’importanza di realizzare interventi in favore dei bambini prima che compiano i sei anni, così da evitare o ridurre gli effetti di situazioni di deprivazione nelle fasi successive della loro vita.

L’autore, nel sollevare questioni di grande attualità, offre delle argomentazioni partendo sempre da evidenze empiriche e mai da contrapposizioni ideologiche. Questa caratteristica rende il volume in grado di uscire dalle aule accademiche, sebbene ne mantenga il rigore scientifico, e di descrivere il fenomeno della disoccupazione giovanile partendo dalla realtà, riuscendo in parte a superare lo scollamento che a volte esiste tra questi due mondi.
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