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L’INTERNET ECONOMY: UN’OPPORTUNITA’ PER LA CRESCITA E PER UNA MIGLIORE QUALITA’ DELLA VITA E-mail
Economia reale
di Attilio Pasetto
24 dicembre 2012
internet economyIl governo punta sulla digitalizzazione per far crescere l’economia italiana, avvicinandola agli “standard digitali” dei principali Paesi europei. Le opportunità offerte dall’Internet economy sono in effetti notevoli in termini sia di guadagni di produttività che di miglioramenti nella vita quotidiana delle persone.

Per coglierle occorre però, da un lato, inserire le singole misure a favore della digitalizzazione in un organico disegno di politica industriale, e, dall’altro lato, migliorare la qualità del capitale umano e accrescere la base culturale del Paese.

La digitalizzazione è una delle leve su cui punta il governo Monti per stimolare la crescita dell’economia italiana. Dopo l’istituzione nel giugno scorso dell’Agenzia Digitale, con il decreto legge del 18 ottobre 2012 “Ulteriori misure urgenti per la crescita del Paese” il governo ha adottato una serie di provvedimenti in tema di economia digitale, che dovranno ora essere implementati. Tali provvedimenti riguardano innanzitutto il completamento della banda larga in “aree a fallimento di mercato” del Centro-Nord (ad esempio comunità montane e piccoli comuni) per un importo di 150 milioni, che vanno ad aggiungersi ai 600 milioni precedentemente stanziati per il Mezzogiorno, per un totale di 750 milioni. Inoltre sono previste alcune disposizioni specifiche, come la creazione del documento digitale unificato “carta d’identità elettronica-tessera sanitaria” (che richiede una copertura di 82 milioni l’euro per 10 anni), la digitalizzazione della cartella clinica e del fascicolo sanitario, i libri scolastici in formato elettronico, le comunicazioni giudiziarie attraverso il web, l’estensione della moneta elettronica nei rapporti con la pubblica amministrazione, le smart cities. In aggiunta il decreto stanzia 170 milioni di euro per finanziare progetti di ricerca, che o abbiano una ricaduta sull’industria o soddisfino una richiesta espressa dalla pubblica amministrazione oppure rappresentino soluzioni innovative che rispondono a una domanda pubblica.
L’obiettivo è quello di far crescere l’Internet economy  in Italia, il cui peso attuale è stimato da società di consulenza come Boston Consulting e McKinsey in circa il 2% del PIL, portandolo da qui al 2015 attorno a valori più in linea con gli standard europei. In Francia e Germania l’economia digitale – comprendente sia le tecnologie dell’informazione e della comunicazione vere e proprie (ICT) sia le nuove aree di business, ricerca, socializzazione e intrattenimento create attraverso il web – conta per oltre il 3% del PIL. Per non parlare del Regno Unito (5,4%) o di Paesi nordici, come la Svezia, che viaggia oltre il 6%. Il contributo della digitalizzazione alla crescita del PIL è indiscutibile e stimato da McKinsey per il periodo 2004-2009 nel 24% medio annuo nominale per la Germania, del 18% per la Francia, del 23% per il Regno Unito, del 12% per l’Italia1.
In realtà non è facile misurare il ruolo della digitalizzazione nelle economie contemporanee, date le caratteristiche di pervasività delle nuove tecnologie e della loro estensione a tutti i settori di attività e potenzialmente a un’ enorme massa di utenti (cittadini, imprese, pubblica amministrazione). Ma proprio per effetto di questa pervasività la digitalizzazione rappresenta il futuro della società post-moderna e restarne esclusi o troppo attardati nella sua implementazione non è possibile.
Conviene quindi analizzare meglio la questione e capire quali sono, da un lato, i vantaggi della digitalizzazione e, dall’altro, gli ostacoli che impediscono una maggiore diffusione della cultura digitale nel nostro Paese.
I vantaggi della digitalizzazione derivano sia dai guadagni di produttività che le ICT consentono sia dalle opportunità offerte in termini di qualità della vita. I guadagni di produttività, ampiamente dimostrati dalla crescita dell’economia americana a partire dalla seconda metà degli anni ’90, sono resi possibili dall’interazione che attraverso le nuove tecnologie si viene a creare fra capitale umano e modifiche organizzative. Un adeguato livello di capitale umano permette infatti di utilizzare nel migliore dei modi le nuove tecnologie, che impattano in maniera determinante sulla produttività quando attraverso esse si modifica l’organizzazione aziendale. Non basta quindi introdurre gli strumenti informatici nelle imprese. Occorre che vengano effettivamente sfruttate le potenzialità di questi strumenti in modo da trasformare l’organizzazione interna attraverso il ruolo determinante del capitale umano. L’applicazione delle ICT non avviene però nello stesso modo in tutti i Paesi. Da qualunque punto di vista lo si guardi, lo sviluppo digitale italiano risulta inferiore rispetto ai principali Paesi industrializzati. Questo vale sia per singoli indicatori sia per indici complessi. Cominciando dai primi, gli utenti regolari di Internet sono il 48% in Italia contro il 65% della media UE 27, i cittadini che acquistano online sono solo il 15% contro una media europea del 40% e quelli che utilizzano servizi di e-government sono il 23% a fronte del 41% europeo, mentre le imprese che acquistano e vendono online sono, rispettivamente, il 17 e il 4% contro il 26 e il 13% della UE 27.
Ancora più interessante però è misurare il divario digitale del nostro Paese attraverso indici sintetici. Un esempio è costituito dall’EDDI – European Digital Development Index, elaborato per la Commissione europea da un gruppo di economisti italiani ed europei in associazione con il Collegio d’Europa2. Secondo questo indicatore, nel 2009 l’Italia si colloca al ventunesimo posto nell’UE 27 con un punteggio sintetico di 0,28 a fronte di una media europea di 0,36, in peggioramento rispetto al 2004, quando occupava la tredicesima posizione. I punteggi attribuiti a ciascun Paese sono la risultante di tre sotto-indici, che rappresentano le principali dimensioni della digitalizzazione. Il primo sotto-indice è dato dalla dimensione infrastrutturale (disponibilità e qualità dell’accesso alla banda larga), in cui l’Italia si colloca al diciassettesimo posto, con un punteggio di 0,23 a fronte di una media UE 27 di 0,27. Il secondo sotto-indice è rappresentato dall’utilizzo di Internet, che ha come componenti l’autonomia, l’intensità e la capacità professionale nell’impiego del web. L’Italia in questa classifica è ventiquattresima a pari merito con Cipro, con un punteggio di 0,39 contro una media UE 27 di 0,51. Il terzo sotto-indice è costituito dall’impatto che attraverso Internet si può esercitare su campi di attività come l’istruzione, il lavoro, la salute, la pubblica amministrazione, l’economia, la cultura e comunicazione. Qui l’Italia con 0,21 si posiziona al ventitreesimo posto, a fronte di una media UE 27 di 0,31.
Questi tre sotto-indici sottolineano il ritardo del nostro Paese in tutte le dimensioni della digitalizzazione, ma con un’accentuazione maggiore nell’utilizzo e nell’impatto. Il vero problema non è quindi quello dell’accesso a Internet - tant’è vero che l’Adsl raggiunge il 96% della popolazione italiana, contro il 95,3% della media UE 27 - quanto l’utilizzo effettivo che se ne fa e l’impatto sulle principali sfere di attività. In realtà, in Italia si usa molto Internet per la ricerca di informazioni, per comunicare, condividere le esperienze e socializzare attraverso i social network, molto meno per scopi produttivi e per attività, come l’istruzione, la sanità, i rapporti con la p.a., che influiscono in maniera significativa sulla qualità della vita.

Graf. 1 - L’indice europeo di sviluppo digitale* (EDDI)
graf1
*anno 2009. Fonte: Guerrieri e Bentivegna, The Economic Impact of Digital Technologies, 2011.

Che cosa si deve fare allora per accrescere l’impatto dell’economia digitale in Italia? Le singole misure, come quelle adottate dal governo, possono servire, ma non bastano, perché andrebbero inserite in un progetto di politica industriale organico e di più vasta portata. Quello che finora è mancato a questo governo.
Non solo. Ma le resistenze che impediscono la diffusione su vasta scala della digitalizzazione sono principalmente di tipo culturale. Una parte della popolazione – quella più anziana - prova diffidenza, timore verso le nuove tecnologie, mentre la maggior parte della popolazione giovane, che trova naturale dialogare con Internet, si serve della rete per le utilizzazioni più banali. E’ quindi a monte che occorre intervenire per favorire un processo di sviluppo del capitale umano del Paese, senza il quale le nuove tecnologie non sono comprese o sono sotto-utilizzate. Questo significa non solo accelerare l’alfabetizzazione informatica dei cittadini, ma anche accrescere la base culturale del Paese. Perché è chiaro che il passaggio all’Internet economy richiede una maturità, una consapevolezza della necessità di un passo avanti nella qualità della vita che solo un maggior bagaglio culturale può dare.

1. McKinsey Global Institute (2011), Internet matters: The Net’s  sweeping impact on growth, jobs and prosperity.
2. Vedi Guerrieri P. e Bentivegna S. (a cura di, 2011), The Economic Impact of Digital Technologies. Measuring Inclusion and Diffusion in Europe, College of Europe.

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