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SE TRE NON BASTANO E-mail
Politica e Istituzioni
di Roberto Tamborini
06 dicembre 2012
urna.jpgGli osservatori indipendenti sono concordi: le primarie del centrosinistra sono state salutari per il Partito democratico, taumaturgiche, trasformandolo in pochi mesi da opera incompiuta e cacofonica destinata alla subalternità, in protagonista politico centrale della transizione dalla Seconda alla Terza repubblica. Ottenuta questa importante ricapitalizzazione politica si tratta di farla fruttare. Impresa non facile.

Il merito del successo collettivo delle primare va ripartito fra diversi soggetti. In primo luogo, gli outsider, quelli fuori o contro l'apparato del Pd, come Renzi e Vendola, che le primarie le hanno volute, e le hanno sapute imporre. Poi, a pari merito, chi, tra gli insider, ha saputo capire e accettare la sfida come grande opportunità di (ri)dare un spirito vitale al partito mediante il battesimo nel Giordano del suo popolo; stiamo parlando in particolare del Segretario Bersani.

 

Bersani ora si trova nella posizione ideale dei leader dei grandi partiti popolari occidentali: sta al centro del partito, ed ha un'ala destra e un'ala sinistra che, almeno potenzialmente, possono contendere la leadership. Questa era, tanto per fare esempi familiari, la formula base dell'architettura della Dc e del Pci. La nuova ala destra, ora guidata da Renzi, è a pieno titolo dentro il partito (e siamo fiduciosi che la sua intelligenza politica gl'impedirà il suicidio di una scissione). La nuova ala sinistra, ora guidata da Vendola, è, formalmente, fuori dal partito, ma ci sono buone ragioni per credere che si tratti di una collocazione temporanea; e comunque, anche da fuori, svolge il ruolo di catalizzatore della sinistra interna. Per continuare con le note positive, aggiungiamo che l'articolazione destra-centro-sinistra, almeno per come esce dalla primarie, è più su contenuti e profili identitari che su beghe personali e di corrente (che ci sono, ma che per grazia del tempo che scorre si vanno affievolendo). I tre leader hanno quindi a disposizione una buona mano di carte. Dobbiamo quindi sperare, e per quanto possibile fare in modo, che le buone carte vengano giocate bene, anche per il paese. A questo fine, conditio sine qua non, è che la dialettica interna rimanga incentrata sulle questioni politiche, contenutistiche, identitarie. E su queste è dunque il caso di ragionare. Non entriamo qui nei dettagli dei programmi (Nel Merito l'ha già fatto con l'ottima sintesi di Barucci, e ne parlerà ancora a suo tempo) ma vogliamo interrogarci sul senso della direzione di marcia.

 

Due premesse. Punto primo: nel 2008 il mondo è cambiato. L'onda lunga del "mercatismo" e del neo-liberismo nata negli anni '80 del Novecento sotto gli auspici politici di Ronald Reagan e Mrs. Thatcher si è infranta sugli scogli della Grande Crisi. Ora c'è una potente risacca che, come noto, è un fenomeno molto pericoloso e distruttivo in quanto trascina nell'abisso cose e persone che si pensavano in salvo. Dopodiché, nulla sarà come prima, e bisogna attrezzarsi con nuove idee e mappe di orientamento.

 

Punto secondo: destra e sinistra esistono. Queste due categorie politiche sono come i punti cardinali: delle pure convenzioni, se ne può fare a meno, ma è difficile orientarsi senza. Sono aggregatori sintetici di visioni del mondo dopo le grandi rivoluzioni che inaugurano la nostra contemporaneità, quella francese e quella americana, quella liberale e quella industriale. Queste rivoluzioni introducono nella storia tensioni dialettiche nuove tra individuo e collettività, tra diritti individuali e doveri sociali, tra diritti senza risorse e risorse senza diritti, tra ricchezza e povertà, tra merito ed uguaglianza, e così via. Tutti i maggiori pensatori della politica hanno capito e ci hanno spiegato (talvolta sembra invano) che queste tensioni non sono facilmente ricomponibili, forse non lo sono affatto, ma sono vitali per l'evoluzione della società. Quando si cerca di risolverle sopprimendo un capo del dilemma, la politica degenera in tecnocrazia (che non è la competenza tecnica al servizio della politica) o autoritarismo. La politica esiste, ed è essenzialmente diversa dalla tecnocrazia, perché non c'è mai un modo solo di risolvere un problema sociale o economico. Chi dice il contrario sottrae opzioni e spazi di scelta alla società, e quindi lede gravemente la qualità della democrazia. Il compito dei sistemi democratici è quello di esprimere attori politici e organi istituzionali in grado di recepire l'orientamento sociale prevalente rispetto a questi grandi dilemmi, e consentirne l'alternanza senza spargimenti di sangue. La crisi mondiale ha avuto il merito di spazzar via la nebbia (corresponsabile del naufragio) del "né di destra né di sinistra". Se qualcuno ancora non ci crede si riveda il film dell'ultima campagna presidenziale americana. Se vogliamo, possiamo chiamare la politica incentrata sull'individuo che si estrinseca nella massima estensione della libertà economica e nell'appropriazione individuale dei suoi frutti "tipo A", e quella incentrata sulla dimensione sociale dell'individuo e delle sue realizzazioni, e dei doveri di reciprocità e redistribuzione che ciò comporta "tipo B", ma non è cambiando i nomi delle cose che le medesime cambiano, e che i dilemmi e conflitti di valori si risolvono miracolosamente.

 

Venendo al nuovo Pd. La nuova destra renziana ha il suo punto di forza e attrazione elettorale nel rinnovamento generazionale della classe politica (inclusa quella del Pd), l'abbattimento dei suoi privilegi, la creazione di un nuovo rapporto vitale con la società civile. Ma su tutto il resto, e in particolare sul piano economico-sociale, la sua proposta di rinnovamento dell'identità politica e programmatica della sinistra italiana rispetto alle "culture politiche" tradizionali confluite nel Pd non vince e non convince. Personalmente, non trovo idee nuove e chiare su come trasformare l'Italia nel solco dell'economia sociale di mercato europea, o del "capitalismo ben temperato" di un noto libretto di Romano Prodi. Sto dando per scontato che un partito democratico, sul piano fondativo, debba stare in quel solco, se no è un partito repubblicano o conservatore. Mi pare che siamo fermi al blairismo, cioè modernizzare con quel che era "moderno" negli anni '90, dopo che ci ha provato Veltroni, e un po' prima anche il D'Alema delle visite a Londra e all'Internazionale democratica. Si dice: ma in Italia quelle idee non le abbiamo mai realizzate; a parte che non è del tutto vero, e quel poco che è stato fatto lo si deve proprio ai governi di centrosinistra, agli appuntamenti con la Storia non si può arrivare in ritardo, perché non concede repliche. Col blairismo siamo ancora dentro al Novecento (un epiteto che la nuova destra del Pd generalmente scaglia contro gli avversari) e soprattutto siamo fermi a prima della Grande Crisi: totale impreparazione e subalternità rispetto al capitalismo finanziario, desertificazione istituzionale e normativa intorno a impresa e mercato, importante è la crescita e non la distribuzione del reddito, il lavoro precario non è un problema del mercato ma della collettività (e forse è un falso problema per schizzinosi), e però il welfare system deve essere sempre e ovunque più piccolo e meno pubblico, mettiamo i cittadini nelle condizioni di cavarsela da soli nel mercato metro e misura di ciò che ognuno si merita, eccetera eccetera. Nella nuova destra democratica non trovo tracce di consapevolezza dei problemi del futuro (non dico le soluzioni) indicati, che so, da Amartya Sen, John Rawls, Zygmunt Bauman o Michael Walzer (vedi Repubblica, 17 novembre); o almeno da Joe Stiglitz e Paul Krugman. Quanto al leader democratico attualmente alla Casa Bianca, bisognerà pur trarre lezione dal fatto che ottenne trionfalmente il suo primo mandato grazie alla promessa di realizzare in terra un nuovo capitalismo del Ventunesimo secolo, nonché del fatto che di questo si è discusso duramente anche nella seconda campagna elettorale, e che egli ha rischiato la rotta­ma­zione per aver dato l'impressione di non averci provato abbastanza.

 

La sinistra vendoliana ha un bagaglio culturale con alcuni contenuti più interessanti di quel che si pensa e si dice (soprattutto da destra, naturalmente). Prima di tutto è effettivamente post-comunista, in teoria e in pratica. La sua critica a mercatismo e neo-liberismo ha fonti comuni coi radical americani (tipo Occupy Wall Street), con ecologisti e comunitaristi nord-europei, col cristianesimo sociale di base; coglie le spinte profonde che percorrono le società occidentali della Grande Crisi, e non dimentichiamo che ha saputo ottenere anche importanti consensi politici in aree avanzate del nostro paese. Nel loro Pantheon, e in quello dei democratici tutti, meriterebbe un posto Elinor Ostrom (scomparsa nel giugno di quest'anno), massima studiosa americana, e promotrice, dei "beni comuni", e di tutto quanto di buono e di bene possono realizzare comunità che si auto-organizzano al di fuori delle relazioni di mercato, o delle istituzioni pubbliche, nei numerosi casi in cui le une e le altre non garantiscono un uso né efficiente né equo delle risorse. Per queste idee Ostrom non è stata fermata dalla polizia a Zuccotti Park ma ha ricevuto il Premio Nobel per l'Economia nel 2009. Però nel bagaglio vendoliano c'è ancora parecchia zavorra e retorica ideologica anti-Mercato e pro-Stato a prescindere, una visione antiquata del "conflitto capitale-lavoro" e delle sue soluzioni, un certo millenarismo anti-tecnologico, il disprezzo per i vincoli di bilancio e l'attrazione fatale per l'equazione pubblico=gratis, la confusione nociva tra nuove forme di auto-organizzazione sociale e vecchie organizzazioni corporative a tutt'altro finalizzate. Ciò produce effetti retrospettici, backward-looking, uguali e contrari all'ala destra, così che entrambe finiscono per combattere tra loro sempre la stessa battaglia di fine Novecento.

 

Della vasta e colorita raccolta di metafore bersaniane, quella che mi pare colga meglio la sua cifra è che un albero senza radici non fa foglie (chissà perché non frutti), e se si vedono delle foglie non sono le sue. E' evidente che le radici del centro bersaniano sono quelle delle culture politiche fondative del Pd (dunque non solo quella socialdemocratica), che àncorano il partito nel lato che chiamiamo sinistra delle spettro delle visioni del mondo moderno. Stante quel che ho scritto all'inizio, è chiaro che per me la metafora arborea individua un difetto genetico del Pd, ed è bene, se non tardi, porvi rimedio. Certamente questo bisogno spiega larga parte dell'esito delle primarie. Ma, naturalmente, avere radici non basta: per dare foglie, e buoni frutti, occorrono molte altre cure. E qui nascono problemi e sfide del nuovo centro bersaniano.

 

Guardando in casa propria, se il centro bersaniano vuole essere mobile e progressivo deve saper "sintetizzare" il meglio delle ali. Tra cui metto al primo posto la trasfor­mazione profonda e radicale del sistema dei partiti e dei meccanismi della politica, tema su cui il grosso del Pd è rimasto troppo inerte rispetto alle sollecitazioni renziane, per non parlare di quelle grilline. Sul fronte economico-sociale, al momento l'ala sinistra ha qualcosa da offrire in più della destra, ma più come istanze e suggestioni che come soluzioni e ricette per l'azione di governo. Secondo il ministro Barca, all'Italia manca un'idea del capitalismo del Ventunesimo secolo. Un compito che fa impressione, ma allerta su natura e dimensione della sfida vera che fronteggia il Pd. Purtroppo c'è poco da imparare dal passato e da movimenti e partiti fratelli in giro per il mondo, i quali se la passano tutti piuttosto male, sia come produzione di idee che come risultati politici. Se vogliamo vedere il problema da un'angolazione meno vertiginosa di quella di Barca, possiamo ricorrere al titolo del libro di un altro Nobel, Le istituzioni del capitalismo di Oliver Williamson (tra l'altro, padre intellettuale di Ostrom). Allora, occorre ripensarle e riscriverle queste istituzioni.

E per l'Italia il punto di partenza non può che essere l'Europa, di cui la Grande Crisi ha messo a nudo limiti e fragilità letali, che hanno il loro epicentro nell'anacronistico equilibrio tra dimensione sovranazionale (delegata alle tecnostrutture) e poteri nazionali (fittizi) trascritto nei Trattati vigenti, e nel deficit di legittimazione democratica che ne deriva. L'Italia, come ogni altro paese europeo, dovrà recuperare spazi di manovra delle politiche economico-sociali non già sganciandosi dalle istituzioni comuni, ma agendo da protagonista, credibile e autorevole, per riformarle profondamente in senso federativo, sostenendo anche i "sacrifici" che ciò comporta. Per inciso, questa è anche l'eredità più significativa (l'unica?) del governo Monti che va capitalizzata dal governo prossimo.

 

La seconda sfera istituzionale a cui occorre metter mano è quella pubblica. Proprio chi ha ben chiari spazi, limiti e complementarità della sfera pubblica con quella privata non può pensare di non riformare profondamente concezione e disegno dello Stato e della pubblica amministrazione, che è ancora arroccata nella logica del corpo separato votato al controllo burocratico (con connessi benefici) anziché strumento flessibile di regolazione del mercato e di fornitura di servizi ai cittadini.

 

Infine, viene anche la sfera della "privata amministrazione", ossia le norme che regolano le forme auto-organizzative della società civile, in primis ovviamente l'impresa a scopo di lucro, ma anche la banca, il no profit, il privato sociale, la cooperazione. Questo è l'ambito dove il liberismo classico si arresta e si astiene, e lo ha fatto ostentatamente la destra italiana, mentre è, dovrebbe essere, l'ambito distintivo della sinistra riformista. L'ha insegnato Williamson, e tutta la ricerca economica successiva: è il disegno di questa sfera istituzionale che determina la capacità di un sistema di creare crescita economica e prosperità sociale. Ce lo insegna la Germania, i cui successi tanto industriali che di coesione e sicurezza sociale fanno leva su una ben precisa concezione dell'impresa come rete di relazioni inclusive dei suoi diversi stakeholder e su un sistema coerente di norme giuridiche. Ce lo insegna, purtroppo, il declino socio-economico del nostro paese, frutto anche di una struttura industriale e d'impresa padronale divenuta anacro­nistica negli anni '90. Essa ha espresso una classe egemone socialmente e politicamente (116 parlamentari di estrazione imprenditoriale nell'ultima legislatura, e un tal Silvio Berlusconi), la quale sotto la pressione competitiva globale, a protezione di sé stessa non ha saputo far altro che trascinare il paese in una scellerata riedizione sotto vesti pseudo-moderne del conflitto di classe tra "padroni e operai", cavalcato dalla destra e subìto dalle sinistre, da quella radicale in assetto di lotta su un terreno ad essa congeniale, e da quella riformista in perenne ansia da prestazione e assenza di idee nuove e migliori degli opposti antagonisti. Finchè non guarderemo avanti per capire cosa è, come deve funzione, e come dev'essere riformata l'impresa del Ventunesimo secolo, il paese continuerà a giocare la partita a somma zero del ventennio berlusconiano, senza crescita economica, senza innovazione, senza creatività sociale, senza estensione dei diritti, senza miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita.


  Commenti (1)
Scritto da Luisa Corazza, il 08-12-2012 15:03
Ho trovato l'articolo di estremo interesse. Molto lucido e costruttivo. Il problema, messo correttamente a fuoco, Ŕ la ricerca di un diverso equilibrio dei rapporti economici e sociali.

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