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I DUBBI DEGLI ECONOMISTI E-mail
Politica e Istituzioni
di Emilio Barucci
06 dicembre 2012
dubbio-crisi1.jpgSecondo il filosofo danese Kierkegaard ‘‘Il dubbio è la disperazione del pensiero’’. Il dubbio sarebbe il motore dell’avanzamento della conoscenza dell’uomo verso la verità. 
Indagare il rapporto tra dubbio e crisi economica significa cercare di capire come essa abbia instillato dubbi tra gli economisti e i tecnici che sono preposti al governo dell’economia. E’ una questione importante anche alla luce della sicumera con cui molti di loro hanno disseminato (e continuano a fare) la tesi dell’esistenza di un’unica ricetta di politica economica. 

Continuando con la suggestione kierkegaardiana, sembra che gli economisti e i policy makers si siano fermati allo ‘‘stato estetico’’, una condizione in cui l’uomo mira ad ottenere il piacere per sé, che per l’economista significa fare affidamento sulla supremazia della sua tecnica. Una condizione che il filosofo contrappone a quella ‘‘etica’’ in cui invece l’uomo vive immerso nel dubbio e aspira alla conoscenza assoluta.

 

Passare da uno stato estetico ad uno etico pare opportuno anche perché il fenomeno della globalizzazione ha fatto sì che gli eventuali errori delle teorie economiche siano carichi di conseguenze. Forzando i termini del confronto, lo sviluppo impetuoso della finanza e dei derivati è paragonabile alla scoperta della bomba atomica: ‘‘armi di distruzione di massa’’.

 

Gli economisti hanno sempre avuto l’ambizione a governare l’economia lungo un sentiero di crescita equilibrato. E’ successo negli anni ’60 con le teorie keynesiane, a partire dagli anni ’80 sono la nuova macroeconomia classica e la microeconomia a pensare di aver raggiunto l’obiettivo tramite un paradigma incentrato sull’iniziativa privata e il libero mercato. Un progetto che si è trasformato in programma di politica economica: apertura al mercato, iniziativa privata, deregulation finanziaria, compressione della rappresentanza politica, limitazione della discrezionalità della politica, prevalenza del tema dell’efficienza su quello dell’equità.

 

E’ difficile distinguere tra idee economiche e ricette di politica economica. La crisi economica ha sicuramente messo in discussione queste ultime, ma conviene evitare di trarre facili conseguenze: esse sono figlie di un metodo di indagine economica ‘‘neutro’’ che ha portato artatamente a quelle proposte in modo quasi univoco. Il punto di forza delle tesi ‘‘neoliberiste’’ consiste proprio nel metodo di indagine condiviso dai più che in qualche misura vive una vita autonoma rispetto agli accadimenti economici e politici.

 

In qualche misura è il metodo ad essere divenuto ‘‘ideologia’’ in quanto le sue implicazioni sono andate ben aldilà di quelle che sono le sue potenzialità. Questo è accaduto per un processo di astrazione-deduzione che ha finito per far dire alla teoria economica molto di più di quello che poteva dire passando per una serie di semplificazioni che non appaiono essere giustificate. Il punto di partenza è la presenza della ‘‘mano invisibile’’ nell’economia: gli individui lasciati liberi di agire garantiscono uno sviluppo equilibrato. Questa tesi è stata provata formalmente negli anni cinquanta con riferimento al mercato dei beni facendo perno su due punti fermi: razionalità dell’individuo, mercati perfettamente concorrenziali. Forte di questo risultato, la scienza economica ha iniziato a coltivare l’ambizione ad essere come quelle esatte e ad avanzare proposte stringenti non solo sull’organizzazione dell’attività economica ma anche sulla struttura della società. La tecnica si è fatta proposta politica in modo improprio.

 

L’analisi economica ha infatti allargato il suo raggio d’azione in modo discutibile. E’ arrivata financo ad occuparsi di sistemi elettorali. La crisi finanziaria in qualche misura ci ha mostrato i limiti di questo processo: i titoli finanziari non sono come i beni di consumo, sono difficili da valutare; i mercati finanziari non sono perfettamente concorrenziali; l’azione delle lobbies finanziarie ha fatto sì che il mercato non funzionasse a dovere; la distribuzione della ricchezza non è una questione residuale.

 

Certo molti economisti erano consci dei limiti di questo apparato teorico ma i messaggi fatti passare dalla disciplina sono stati sempre più univoci: i problemi si risolvono aumentando il tasso di mercato, di iniziativa privata e limitando il ruolo del pubblico. Nessun dubbio albergava tra gli economisti e i policy makers. Così facendo si è chiesto troppo a quello che la teoria ci offriva. La crisi finanziaria ha presentato il conto di questa ambizione malriposta.

 

Quale lezione apprendere? Il metodo di indagine e i risultati conseguiti dalla teoria economica sono un avanzamento effettivo della conoscenza ma occorre che gli economisti recuperino un po’ di modestia. La crisi porta molti dubbi, la tecnica è importante nel risolvere i problemi ma ci sono temi che debbono rimanere nella sfera della rappresentanza politica ed in particolare sia quello della distribuzione della ricchezza sia quello dell’intervento pubblico non possono essere trascurati come accaduto negli ultimi venti anni. In definitiva è l’ora che ognuno torni con modestia a fare il proprio mestiere.

 

Estratto della relazione tenuta dall’autore presso l’Istituto Stensen di Firenze nell’ambito del ciclo di incontri Dubito ergo Sum. Articolo pubblicato anche su l’Unità.

  Commenti (1)
feedback
Scritto da Andrea, il 09-12-2012 23:03
Gentile Prof. Barucci, 
 
La sua riflessione Ŕ molto interessante. Concordo su molti punti con Lei.  
Cordialmente 
Andrea

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