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IL CONTRATTO COLLETTIVO NAZIONALE: UNA CONDIZIONE PER LA CRESCITA INCLUSIVA E-mail
Lavoro
di Elena Granaglia
23 novembre 2012
ccnlLa trattativa in atto in questi giorni sulla contrattazione di secondo livello e sulla detassazione del salario di produttività investe la natura della crescita da attivare nel nostro paese. E, ancora una volta, lo scontro rischia di apparire fra chi, come i difensori della centralità del contratto collettivo nazionale, si attacca caparbiamente ai vecchi retaggi del passato, incurante delle necessità di flessibilità, di risposte su misura, di differenziazione delle remunerazioni che l’accresciuta concorrenza globale e le innovazioni tecnologiche richiederebbero e chi, come i difensori di una poderosa estensione della contrattazione di secondo livello, è disposto ad affrontare con coraggio le nuove esigenze.

In questo contributo, vorrei brevemente riprendere alcune ragioni a favore della centralità della contrattazione di primo livello, almeno se si ha a cuore una nozione di crescita inclusiva.
Primo, affinché la crescita produca benessere per chi sta peggio è necessario assicurare una base di condizioni comuni e non derogabili a tutti i lavoratori. Diversamente, non vi è alcuna garanzia che la crescita ripartisca i propri frutti su tutta la collettività. Ad esempio, seppure con dinamiche e entità diverse, da metà degli anni 70, in gran parte dei paesi OCSE, la crescita si è accompagnata ad un progressivo peggioramento per i lavoratori nella parte bassa/mediana della distribuzione (cfr. anche l’ultimo numero della Rivista delle politiche sociali dedicata ai lavoratori poveri). In questo contesto, molti paesi sono intervenuti con misure fiscali compensative, ma anche laddove ciò sia avvenuto, arginare gli esiti di mercato si è mostrato sempre più difficile (Immervoll e Richardson, 2011). Da un lato, più la distribuzione primaria diventa ineguale, più la redistribuzione rischia di rivelarsi una vera e propria fatica di Sisifo. Dall’altro lato, la frammentazione indebolisce la voce dei lavoratori nonché, frammentando i destini individuali, anche la cogenza degli ideali ugualitari. Ricordo come, in Italia, fatto pari a 100, nel 1991, il valore sia della retribuzione netta mensile per unità di lavoro dipendente sia del valore aggiunto, nel 2007, il primo era sceso a poco più di 80, mentre il secondo aveva superato 120 (Fassina, 2012).
Non a caso, gli stati sociali che storicamente hanno registrato i maggiori successi sono quelli in cui vi è stata complementarità fra una relativa compressione salariale e la redistribuzione operata dal sistema fiscale. Come notano Barthe e Moene (2009), con un’efficace espressione, l’insieme di questi due fattori fungerebbe da “moltiplicatore” di uguaglianza. E, non a caso, proprio oggi, nel fronte progressista europeo, sta facendosi strada la strategia della cosiddetta “pre-distribution”, ossia di un intervento volto a prevenire il più possibile disuguaglianze nel mercato del lavoro attraverso la definizione di minimi salariali e il rafforzamento della rappresentanza dei lavoratori (Hacker, 2012). Ora, il contratto nazionale è esattamente al cuore di questa strategia, garantendo una base di condizioni comuni e non derogabili a tutti i lavoratori.
Si potrebbe sostenere che sì, il contratto nazionale potrebbe tutelare i più deboli, ma a costo di altre iniquità: garantendo agli uni più di quello che si meritano e, simmetricamente, togliendo agli altri ciò che si meritano. Anche un siffatto convincimento, e questo il secondo punto, appare alquanto criticabile. Nel mercato, abbiamo l’illusione che tutto quanto riusciamo a ricevere sia nostro. Ma, appunto, si tratta di un’illusione. Il contributo marginale che riusciamo a fornire nonché il valore che riusciamo ad acquisire per tale contributo dipendono, in parte, certamente, da noi. Dipendono, però, anche da una pletora di altre condizioni che non dipendono da noi. Conta come il lavoro è organizzato; contano le dimensioni delle imprese, le dotazioni di capitale, le tecnologie adottate; conta il più complessivo contesto sociale, la distribuzione delle risorse e, con essa la domanda e l’offerta dei diversi fattori e beni, le infrastrutture esistenti nonché il sistema complessivo di norme sociali (che possono più o meno favorire l’ethos del lavoro) e la qualità delle istituzioni pubbliche, sia locali sia sovra-locali.
Al riguardo, vorrei ricordare come un economista quale Samuelson, nel suo celebre manuale di Economia, ci ammonisca a non dimenticare le parole di Hobhouse secondo cui “The organizer of industry who thinks he has 'made' himself and his business has found a whole social system ready to his hand in skilled workers, machinery, a market, peace and order -- a vast apparatus and a pervasive atmosphere, the joint creation of millions of men and scores of generations. Take away the whole social factor, and we have not Robinson Crusoe with his salvage from the wreck and his acquired knowledge, but the native savage living on roots, berries and vermin”1. In sintesi, gran parte di quello che produciamo è originato dall’interazione sociale. Una crescita inclusiva non può non garantire l’accesso a questo sovrappiù di origine sociale.
Certamente, il contratto collettivo nazionale è solo uno strumento per garantire a tutti il godimento della parte del sovrappiù che è di ciascuno, cui dovrebbero associarsene altri, quali un credito d’imposta a tutti i lavoratori (non solo quelli coperti dalla contrattazione di secondo livello) a basso reddito. Ciò nondimeno, è uno strumento.
Il che non significa negare il ruolo della contrattazione di secondo livello. Qualche dubbio desta, tuttavia, la sovvenzione fiscale del salario di produttività. Un incremento di produttività altro non è se non un guadagno netto per le parti che lo producono. E, se vi è tale guadagno, perché dovrebbe essere sussidiato anziché finanziato dai profitti? Si invoca la necessità di incentivare il bene pubblico della crescita. Ma, crescere/fare profitti è l’essenza del mercato e i sussidi dovrebbero essere limitati a diminuire specifici fallimenti dei mercati. Ad esempio, a favore del sussidio alle attività di R&S, milita il fatto che i vantaggi della ricerca potrebbero essere appropriati anche da imprese diverse da quelle che li producono e ciò condurrebbe ad un sotto-investimento privato. Fare lavorare in modo diverso i lavoratori (ad esempio, con turni su tutto l’arco della giornata) non ha questa caratteristica. Se, poi, l’elevatezza delle aliquote marginali effettive sui bassi redditi fosse un ostacolo all’accettazione di modifiche e compensazioni volte ad aumentare la produttività, allora, la via dovrebbe essere quella di interventi generali sull’Irpef (anziché solo per i lavoratori che possono godere della contrattazione di secondo livello). E, non si sottovalutino i rischi di elusione delle imposte associati al fatto che solo una parte del salario sarebbe detassata.
Infine, si potrebbe convenire su quanto finora affermato, ma temere conseguenze negative in termini di efficienza. Anche a questo riguardo, alcune brevi contro-obiezioni. Da un lato, non si dimentichi quella che è stata una delle ragioni centrali a favore della compressione salariale nei paesi nordici: garantire un elevato zoccolo di uguaglianza nelle remunerazioni avrebbe favorito l’efficienza, spiazzando le imprese inefficienti e favorendo gli incrementi di produttività, come peraltro, sosteneva anche Sylos Labini nel nostro paese. Da un altro lato, dovremmo avere imparato che la strada dell’abbassamento del costo del lavoro non sembra particolarmente utile alla crescita. Basti ricordare che in Italia, tra il 1992 e il 2001, la quota dei profitti è cresciuta più di 11 punti (OCSE), ma ciò ben poco è servito alla crescita. Dall’altro, tenendo a mente che in paesi come il Bengladesh, il raggiungimento di una paga oraria al di sotto dei 40 centesimi l’ora (Gallino, 2012) è stata considerata una vittoria, la strada per competere su questo fronte appare abbastanza ardua. Per fortuna, la crescita non dipende soltanto dal costo del lavoro (in una macchina Fiat, esso pesa il 7% del valore), anche se dall’indebolimento del lavoro si vuole sempre partire!

1. L’organizzatore di un’impresa che pensa di essersi fatto da solo e, da solo, di avere costruito la propria attività, ha di fatto trovato un intero sistema sociale pronto a fornirgli operai competenti, macchine, un mercato, pace e ordine - un vasto apparato e un’atmosfera pervasiva, creazione comune di milioni di uomini e molte generazioni. Togli il fattore sociale e non avremmo Robinson Crusoe, salvo dal naufragio e con la sua conoscenza acquisita, ma un selvaggio che vive di radici, bacche e animali molesti.
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