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MEZZOGIORNO E CRISI. GLI EFFETTI DELLA CRISI SUI DIFFERENZIALI REGIONALI DI DISOCCUPAZIONE E-mail
Lavoro
di Chiara Mussida, Francesco Pastore
16 novembre 2012
mezzogiornoPremessa Pochi osservatori si sono soffermati a riflettere sugli effetti della crisi sui differenziali geografici di disoccupazione. La crisi non ha effetti uguali sui mercati del lavoro delle diverse aree del paese. Quali sono le aree più colpite? La crisi aumenta oppure riduce i divari già profondissimi fra il Mezzogiorno ed il resto del paese? In un articolo da poco pubblicato, suggeriamo che la crisi ha aumentato i divari regionali. In genere le crisi hanno effetti asimmetrici da un punto di vista geografico. Esse provocano importanti ristrutturazioni industriali le quali colpiscono di più le regioni dove più forte è la localizzazione delle industrie colpite.

I flussi nel mercato del lavoro come misura dell’intensità dei processi di ristrutturazione
Per rendersene conto, si sono utilizzati i dati che misurano i flussi nel mercato del lavoro fra occupazione e disoccupazione, il cosiddetto turnover di lavoratori. Per calcolarlo abbiamo utilizzato i dati longitudinali dell’Indagine delle forze di lavoro, La figura 1 mostra che i flussi nel mercato del lavoro sono maggiori in quelle regioni dove già maggiore è la disoccupazione regionale, vale a dire le regioni meridionali.

Figura 1: Turnover e disoccupazione regionale, 2004-2010
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La presenza di maggior turnover nelle regioni meridionali potrebbe essere una sorpresa per quanti sono abituati a pensare al turnover solo come la conseguenza di maggiore flessibilità nel mercato del lavoro. Il Mezzogiorno, infatti, presenta percentuali di turnover più alte rispetto al nord in tutto il periodo analizzato. Prima della crisi (media 2004-2007) e anche durante (2008-2010), infatti, il turnover al centro sud supera in media il 20%, contro circa il 10/11% del nord. Questo evidenzia che il turnover non era solo più alto nel Mezzogiorno prima della crisi, ma anche successivamente. La recessione ha quindi il solo effetto di aumentare le percentuali di turnover in tutte le aree geografiche.
In realtà, il turnover e i maggiori flussi sono solo in parte spiegati dalla quota dei lavori temporanei e da altri fattori di tipo istituzionale. Più importante è il ruolo appunto delle ristrutturazioni industriali. Per rendersene conto, si osservi la Figura 2, nella quale si rappresenta la cartina geografica delle regioni italiane divise per indice di Lilien, che misura il grado di ristrutturazione industriale1. La cartina mostra chiaramente che nel Mezzogiorno, c’è un più intenso processo di ristrutturazione industriale.

Figura 2: Indice di Lilien per regione, 2004-2010
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I motivi per cui la ristrutturazione industriale è più intensa nel Mezzogiorno sono tanti, alcuni di natura temporanea ed altri di natura permanente. I primi includono una maggiore apertura al commercio internazionale da parte di nuovi competitori e l’introduzione di nuove tecnologie che causano l’uscita dal mercato di produzioni più tradizionali. Vi sono però fattori più di lungo periodo in grado di spiegare perché alcune regioni presentano una particolare debolezza di fronte alle crisi economiche, causandone una minore competitività ed attrattività agli investimenti dall’estero. Fra tali fattori, vale la pena ricordare: a) il basso livello di capitale umano e fisico; b) gli alti tassi di criminalità, in specie quella organizzata; c) la riduzione nei flussi migratori come meccanismo di aggiustamento; d) la dipendenza economica dalle regioni più sviluppate; e) la presenza di trappole della povertà.

Il grado di concentrazione industriale
Un ulteriore fattore di debolezza del Mezzogiorno è la scarsa concentrazione industriale, in genere misurata dall’indice di Herfindahl2. Come dimostra la seguente Figura 3, la concentrazione industriale tende ad essere maggiore a livello di NUTS2 nel Nord che nelle ripartizioni del Centro-Sud. In altri termini, nel Centro-Nord vi è maggiore densità di industrie. Come suggeriva Marshall, il grande economista di Cambridge, vi sono vantaggi anche occupazionali dei distretti nelle fasi di ristrutturazione industriale poiché le competenze acquisite dai lavoratori licenziati in un settore possono essere riutilizzate in un altro settore. Questo è vero quando le aree industriali considerate sono sufficientemente ampie.
In uno studio simile sull’Italia, condotto però utilizzando dati a livello di sistemi locali del lavoro, Basile et al. (2012) trovano che nei distretti industriali c’è meno possibilità di trovare lavoro altrove. La differenza fra i nostri risultati e quelli precedenti sono probabilmente da attribuire al diverso grado di aggregazione territoriale usato nei due studi. Nei sistemi locali del lavoro, i distretti non riescono a sfruttare l’effetto portafoglio legato alla diversificazione, che consente ai lavoratori di muoversi dai settori più colpiti a quelli meno compiti.

Figura 3: Indice di Herfindhal per regione, 2004-2010

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Quanto pesa la ristrutturazione industriale?
Ma quanto pesa complessivamente la ristrutturazione industriale? Per rendercene conto abbiamo svolto un esercizio econometrico molto semplice. Abbiamo verificato quanto incidesse l’indice di Lilien e di Herfindahl sul tasso di turnover a livello regionale, una volta che avevamo controllato per tutti i fattori che incidono sul tasso di turnover, quali genere, età, livello di istruzione, regione di residenza (NUTS1) ed indicatori per la dimensione dell’impresa, il settore di occupazione (distinzione fra pubblico e privato), ed il tipo di contratto (temporaneo o a tempo indeterminato).
Considerando le determinanti del divario regionale fra i tassi di turnover, riscontramo che le donne, i giovani ed i lavoratori meno istruiti hanno il più basso tasso di turnover. Quest’ultimo è anche associato a contratti di lavoro temporaneo soprattutto nelle piccole imprese.

Considerando la maggior concentrazione di giovani nelle piccole e medie imprese, spesso con contratti di lavoro temporaneo ed in regioni ad elevate disoccupazione, riscontriamo che il divario in termini di tassi di turnover si reduce del 18% fra il Centro Sud ed il Nord Ovest e dell’11% rispetto al Nord Est.
Il tasso di turnover regionale (NUTS1 e NUTS2) ha una relazione positiva con il cambiamento strutturale, misurato dall’indice di Lilien, e negativa con il grado di concentrazione industriale, misurato dall’indice di Herfindahl. Controllando anche per gli indicatori di mutamento strutturale e di concentrazione industriale, otteniamo una riduzione più elevata, fra il 25 ed il 40%, del divario regionale nei tassi di turnover.
Tutti i fattori considerati ed in particolar modo gli indici di Lilien ed Herfindahl giocano quindi un ruolo rilevante sui tassi di turnover e sui loro divari regionali. I risultati ottenuti ci hanno motivato ad estendere la ricerca, in un prossimo futuro, alla distinzione fra le componenti della variabilità delle quote occupazionali (indice di Lilien), in particolare la componente dovuta al cambiamento strutturale e la componente legata a modifiche del contesto istituzionale. Un’attenzione particolare sarà inoltre dedicata alla valutazione distinta dell’impatto sul cambiamento strutturale delle variazioni delle quote dei lavoratori temporanei e di quelle dei lavoratori permanenti.

Riferimenti bibliografici
Basile, R., A. Girardi, M. Mantuano and F. Pastore (2012), “Sectoral Shifts, Diversification and Regional Unemployment: Evidence from Local Labour Systems in Italy”, Empirica, 39(4): 525-544.
Mussida, C. e F. Pastore (2012), “Is there a Southern-Sclerosis? Worker Reallocation and Regional Unemployment in Italy”, IZA discussion paper, n. 6954, Ottobre.

1. L’indice di Lilien misura la dispersione fra industrie nei tassi di crescita dell’occupazione. Viene calcolato come la somma delle quote di occupazione settoriale sull’occupazione totale al tempo t moltiplicate per le variazioni (in termini logaritmici) dell’occupazione settoriale e totale fra il tempo t-1 e t. In altri termini, misura le variazioni/deviazioni della crescita dell’occupazione settoriale fra due periodi, t-1 e t.
2. L’indice di Herfindahl misura il grado di concentrazione industriale. Viene calcolato come il quadrato della somma delle quote dell’occupazione settoriale sull’occupazione totale. Un elevato indice implica un’industria meno competitiva e quindi un’elevato grado di concentrazione dell’occupazione nelle imprese che la compongono. Viceversa, un basso indice sottende una più equa concentrazione dell’occuapzione fra le imprese, dunque un maggior grado di competitività fra le stesse.

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