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UN APPROCCIO ALTERNATIVO AL PROBLEMA DEI RIFIUTI TECNOLOGICI: INCENTIVARE I CITTADINI E-mail
Ambiente ed Energia
di Francesco De Robertis
09 novembre 2012
rifiuti tecnologiciIl mercato mondiale degli articoli elettrici ed elettronici è in crescita anche in zone colpite dalla crisi1, ma l’incremento di consumo, associato al breve ciclo di vita di tali beni, provoca notevoli problemi di tipo ambientale. L'Unep (il programma ambientale delle Nazioni Unite) stima, che venga riciclato solo il 10% dei 50 milioni di tonnellate di tali prodotti ogni anno nel mondo.

Nella UE - secondo la Commissione Europea - attualmente solo un terzo dei rifiuti elettrici ed elettronici è oggetto di raccolta differenziata. Le quantità sono rilevanti: si stimano generati rifiuti per 10 milioni di tonnellate annue e si prevede un incremento di incremento a 12 milioni di tonnellate entro il 2020. L’applicazione della nuova direttiva europea del 4 luglio 20122 condurrebbe all'obiettivo di raccolta pari al 45% delle apparecchiature elettroniche vendute dal 2016 per poi salire al 65% nel 2019, oppure all’85% dei rifiuti elettronici prodotti ovvero pari a circa 10 milioni di tonnellate annue.

Eppure, secondo gli esperti dell'iniziativa Solving the E-waste Problem (StEP) delle Nazioni Unite e del Global e-Sustainability Initiative (GeSI), ogni anno, insieme con i rifiuti tecnologici, finiscono nelle discariche 320 tonnellate d'oro e 7500 tonnellate di argento. Essi stimano che il valore totale dei metalli preziosi utilizzati annualmente per la produzione industriale è di circa 21 miliardi di dollari, di cui soltanto il 15% viene recuperato. Nel Regno Unito, il Waste and Resource Action Programme (WRAP) calcola che dalle discariche di rifiuti tecnologici si possano recuperare nel prossimo decennio risorse per circa 7 miliardi di sterline.
Quindi, vi è consapevolezza sia del problema di gestione dei rifiuti sia delle opportunità di recupero delle materie utilizzate ma gli approcci rimangono ancora quelli tradizionali.
Il sistema di raccolta per lo smaltimento RAEE, cosi come strutturato oggi in Italia, è incentrato - almeno in teoria - sul principio “chi inquina paga”. I produttori o i distributori contribuiscono al sistema di raccolta pagando un contributo al fine di finanziare tale processo attraverso consorzi costituiti allo scopo.  Il contributo RAEE rappresenta un costo aggiuntivo per il produttore che lo riversa sul consumatore attraverso il prezzo finale mentre il conferimento del vecchio apparecchio presso punti di raccolta è affidato alla sola volontà del cittadino ed al suo buon senso. Se costui rimane indifferente o non collabora, non si ottengono i risultati sperati.   Infatti, il singolo che si accinge a dismettere tali beni, spesso non è consapevole delle conseguenze dello smaltimento scorretto inoltre, pensando di essere solo una piccolissima parte della collettività, tende ad attribuire uno scarso peso agli effetti del proprio agire, per cui il conferire i rifiuti presso i punti di raccolta o riportarli al rivenditore, può essere considerata un'attività “non prioritaria” o può essere addirittura visto come un impegno fastidioso e dispendioso di tempo. Del resto, come indicato dall’ISPRA, tra i macro problemi del paese, i problemi ambientali sono considerati prioritari solo dal 12,8% della popolazione e, tra questi, i problemi della gestione dei rifiuti sono solo residuali dopo l'inquinamento dell'aria, traffico e problemi particolarmente evidenti.3
Il sistema, cosi come finora attuato, pur avendo grosse potenzialità, evidenzia insufficienti risultati nel nostro Paese4 e lascia comunque il problema della gestione dei rifiuti tecnologici ed i relativi costi sociali in gran parte sulla collettività.

In questo contesto si può ipotizzare un intervento finalizzato al coinvolgimento dei singoli cittadini per ottenere risultati di rilievo nell'aggregato attraverso un sistema di cauzioni e di depositi (pay-back). Incentivando i cittadini alla riconsegna dei rifiuti nei punti di raccolta, si stimolerebbe la partecipazione al processo facendo leva sulla convenienza economica. In pratica si tratterebbe di istituire un congruo ecocontributo a carico del consumatore finale pagabile nel prezzo del bene che, al momento del conferimento per il riciclaggio, verrebbe rimborsato in tutto o in parte. Lo scopo è di rendere più conveniente conferire che abbandonare contribuendo a far gravare – almeno parzialmente - i costi su chi non collabora.
Un tale approccio incentivante si presenta di concezione diversa dall'istituzione o l'inasprimento di tasse sullo smaltimento che gravano sui prezzi senza possibilità di riscatto. La spinta all'azione di conferimento basata sulla funzione compensativa del pay-back, porterebbe ad una raccolta oltre che potenziata quantitativamente anche maggiormente efficiente, con miglioramento dei risultati ed ottenimento di maggior valore attraverso il recupero di materie e risorse.
Gli strumenti di pay-back per lo più attuati con forme di cauzioni oggi, sono compatibili con le politiche europee ambientali. Dove applicati, portano vantaggi netti di riduzione dei costi sociali dei rifiuti, rendendo parte attiva i cittadini che non si adoperano esclusivamente in forza di un principio morale a volte anche facilmente declinabile, ma spinti anche dal vantaggio economico immediato e diretto.
Un sistema simile viene applicato da anni con successo in Germania nel settore degli imballaggi al consumo al fine di prevenire e ridurre l’impatto ambientale dei rifiuti. Sia i produttori sia i distributori di bevande e bibite in contenitori monouso sono obbligati a trattenere una cauzione per ciascuna unità lungo l’intera distribuzione commerciale, oltre che a provvedere al ritiro ed al recupero dei recipienti vuoti. 
L'esperienza tedesca si è dimostrata efficace sia sul piano dell'aumento del tasso di raccolta dei rifiuti riciclabili, riducendo l'impatto ambientale causato dallo smaltimento in discarica, ma soprattutto, ha permesso di raggiungere un'elevata qualità di raccolta evitando o semplicemente riducendo gli errori o le problematiche riscontrate presso i consumatori, migliorando le performance.
Nel settore degli imballaggi anche Danimarca e Finlandia hanno da tempo implementato la leva fiscale associata ad obblighi normativi. In questi casi, la cauzione costituisce un elemento essenziale di un circuito di riutilizzo e uno strumento antielusivo della normativa fiscale.  In Germania e in Svezia, il deposito obbligatorio ha una marcata finalità deterrente.

Traslando tale esperienza in ambito di rifiuti tecnologici, si porterebbe la raccolta di rifiuti elettronici ad alti livelli qualitativi oltre che quantitativi, con la conseguenza positiva di ottenere sia maggiori quantità di materie seconde dal riciclo, sia notevole risparmio di costi di raccolta, smaltimento e bonifica.
Proprio dal Paese teutonico arrivano le prime iniziative tese ad introdurre le cauzioni sui cellulari ma non riscontrano entusiasmo tra le istituzioni europee. Infatti, come esplicato in risposta ad un’interrogazione al Parlamento Europeo lo scorso aprile, il Commissario Europeo per l'Ambiente Janez Potočnik, pur non escludendo la possibilità di poter applicare una tale sistema per gli ottimi risultati riscontrati, non la giudica una strada percorribile per via della complessità di attuazione considerato il numero degli operatori coinvolti, la numerosità di tipologie di prodotti e la loro durata. Tali oneri, secondo il commissario, potrebbero rappresentare un ostacolo al libero mercato. Infatti, il sistema di cauzioni tedesco ha generato anche controversie giuridiche5 inerenti la libera circolazione dei beni, principio fondante del mercato unico, ma l'estensione all'intero mercato comunitario, riallineerebbe le condizioni annullando disparità di trattamenti e ostacoli dovuti all'adozione del sistema solo in alcuni paesi.
Per ridurre al minimo gli oneri posti a carico degli operatori economici (produttori/distributori) si potrebbe optare per un sistema di pay-back tramite la fiscalità indiretta anziché il trasferimento di cauzioni nei vari passaggi commerciali. In tal caso, attraverso un rimborso fiscale immediato al consumatore che conferisce il bene a fine vita, si potrebbe ottenere lo stesso risultato.
Nello specifico si tratterebbe di applicare uno strumento fiscale avanzato di tipo ambientale, da utilizzare per raggiungere gli obiettivi e ottimizzare i processi di trasformazione dei rifiuti in risorsa, in particolare per quelli tecnologici.

1. Elettronica di consumo, primi dati positivi I tablet trascinano il mercato hi-tech in Italia su La Repubblica: http://goo.gl/kWCyx
2. DIRETTIVA 2012/19/UE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 4 luglio 2012 sui rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE)
3. Elaborazione ISPRA su dati ISTAT – Indagine Multiscopo annuale sulle famiglie “Aspetti della vita quotidiana”
4. Il consorzio Remedia dichiara di aver raccolto nel 2010 il 37% di quanto immesso nel mercato dai produttori associati ovvero oltre 1000 aziende [fonte: report di sostenibilità 2010] inoltre stima che ogni anno, in Italia, almeno un terzo dei rifiuti elettronici viene disperso e sfugge dai corretti canali di smaltimento, con una perdita per i raccoglitori consorziati e tracciati di 15 milioni l’anno;  Studio Remedia: IL SISTEMA NAZIONALE DI GESTIONE DEI RAEE, sett. 2012].
5. ved. Corte di giustizia dell'Unione europea, Sentenza del 14 dicembre 2004,  causa C-463/01

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