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PER UNA TASSONOMIA DELL’EVASIONE E-mail
Fisco
di Raffaello Lupi, Alessandro Santoro
26 ottobre 2012
evasione fiscaleL’agenzia delle entrate ha fornito importanti dati statistici sulla distribuzione della ricchezza non registrata ai fini fiscali. Queste informazioni sono utili se inserite in un modello comportamentale e in questo modo suscettibili  di interpretazione.

Rispetto a questo obiettivo, la debolezza degli approcci accademici allo studio dell’evasione fiscale sta, dal lato degli economisti, nella terribile inutilità di certe astrazioni “socio matematiche” e, dal lato dei giuristi, nell’appiattimento sulla documentazione , legislativa e giurisprudenziale, che sconta le suddette carenze di modelli comportamentali, fermi alla grossolana contrapposizione tra “onesti e disonesti”. Serve un approccio diverso, che parta da una vera e propria tassonomia dell’evasione e proponga quindi alla statistica dei criteri per analizzare e leggere i dati.

La ricchezza sottratta al fisco  “da sopra” …
Una razionalizzazione dei fenomeni evasivi  si basa necessariamente su un criterio interpretativo. Noi proponiamo come tale la complessità dell’impalcatura organizzativo-contabile delle attività economiche. Questo livello varia in funzione di un’insieme di caratteristiche, quali la dimensione, la visibilità sul territorio, il numero di dipendenti, di rapporti con altri soggetti “qualificati” e di soci. Ad un estremo della scala si collocano le vere e proprie aziende, che raggiungono un livello criticamente alto di complessità organizzativa. Per livello criticamente alto intendiamo quello il cui raggiungimento implica la necessità genuina, per fini gestionali,  di un’apposita documentazione amministrativa e contabile che riguarda il rapporto dell’organizzazione aziendale con i consumatori,dipendenti, collaboratori, proprietari di immobili dati in locazione alle aziende, soci percettori di dividendi , eccetera. Su questa documentazione, che l’azienda produce, sia ben chiaro, non per intrinseca onestà ma come risultato naturale della sua complessità e rigidità organizzativa, il fisco moderno si inserisce  per tassare la ricchezza manifestata dagli interlocutori dell’azienda. E’ il concetto di tassazione attraverso le aziende, pressoché sconosciuto presso i giuristi e in qualche misura concettualizzato solo nei più recenti approcci economici basati sulla third-party information.
All’opposto estremo della scala della complessità si colloca chi lavora da solo, e non è tassabile (ovvero segnalabile al fisco) dalle aziende, che potremmo definire lavoratore (economicamente) autonomo (a prescindere dalla forma giuridica assunta dalla sua attività). Costui è tipicamente un soggetto che ha tre  caratteristiche di fondo. Da un lato nasconde con facilità ricchezza al fisco, proprio in quanto la sua attività è diretta a consumatori finali, perché l’evasione non ha costi organizzativi. Dall’altro lato, produce ricchezza  modesta , il che aumenta l’utilità marginale di ogni euro evaso rispetto ai suoi bisogni personali e familiari. La combinazione di questi tre fattori (bassi costi di evasione, alta utilità marginale dell’evasione ma anche alta avversione al rischio) determina il grado effettivo di evasione scelto dal lavoratore economicamente autonomo. Ed è qui che si inserisce la particolare modalità di evasione che definiamo “evasione da sopra”, ovvero la mancata  registrazione dei ricavi. Questo tipo di evasione  è molto difficile da accertare nelle sue componenti analitiche, perché è un’evasione poco visibile, che lascia poche tracce documentali, e che richiederebbe un’azione di contrasto basata sulla presenza (visibile o comunque percepibile) del fisco e sulla capacità (giuridica e politica) da parte dell’amministrazione di valutare, ovvero di stimare, il reddito plausibile (in assenza di una documentazione contabile affidabile) in relazione alle caratteristiche generali dell’attività. Al momento sembra di poter dire che questa presenza e questa capacità sono molto limitate, e che l’evasione “dal basso” rappresenta, quindi, una scelta razionale da parte del lavoratore economicamente autonomo1.

… e “da sotto” …
La descrizione delle fattispecie-limite che abbiamo fornito in precedenza lascia fuori tutta quell’amplissima terra di mezzo caratterizzata dalle attività economiche, che potremmo definire delle organizzazioni intermedie, dove  c’è un impegno  personale del titolare, ma anche una certa organizzazione di lavoro altrui. Queste possono essere viste, in chiave dinamica, come il risultato del desiderio naturale (e non necessariamente razionale) di allargamento della scala di attività da parte degli artigiani e dei piccoli commercianti. Questa crescita avviene sia in termini di capitale fisico sia in termini di capitale umano e con essa cresce anche l’esigenza di controllare i collaboratori e l’attività, ovvero crescono i costi dell’evasione, quantomeno dell’omessa registrazione dei ricavi, che rende più difficile il controllo dei collaboratori. . Queste organizzazioni intermedie tendono quindi a privilegiare l’evasione “da sotto”, compiuta, cioè, non omettendo la registrazione di ricchezza effettivamente percepita, ma definendo a valle l’imponibile desiderato attraverso una documentazione contabile fittizia. Questa modalità si sostanzia sia nella generazione di costi fittizi, sia nell’occultamento di ricavi coperti da fatture false emesse nella misura sufficiente a rendere “credibile” il reddito generato.  Nella misura in cui questi costi derivano non dalle procedure standard dell’organizzazione, essi sono poco intercettabili dall’esterno e non interferiscono con la regolarità delle procedure contabili che consentono il controllo dell’organizzazione stessa.  Tuttavia, si tratta di una modalità più rischiosa rispetto a quella descritta in precedenza, perché richiede il coinvolgimento di altre parti e quindi non si risolve all’interno dell’organizzazione.  Infine, l’aumento delle dimensioni  e  della specializzazione rendono meno  credibile la valutazione “estimativa globale”, indicata sopra per i piccoli commercianti e artigiani, e alla base degli studi di settore.

Conclusione
Dopo anni in cui il dibattito sull’evasione in Italia è stato snaturato da considerazioni moralistiche (cfr la grossolana e lacerante dicotomia “onesti-disonesti”) e letture politico-ideologiche, oggi grazie all’informatica siamo in grado di avere un quadro quantitativo molto più chiaro ed affidabile sulle dimensioni e soprattutto sugli andamenti del fenomeno.  A questo punto è necessario dotarsi di un criterio interpretativo e metterlo alla prova. Ad esempio, per mettere alla prova il criterio da noi proposto bisognerebbe provare ad individuare degli indicatori misurabili di complessità aziendale (numero di dipendenti e di soci, presenza di immobili in locazione, visibilità sul territorio, ecc) e verificare se la loro distribuzione territoriale e settoriale spiega le enormi differenze che la stessa Agenzia delle entrate da tempo osserva.

1. Così ragionando, si è addirittura portati a pensare che taluni livelli di reddito dichiarati dai lavoratori autonomi siano “irragionevolmente alti”, un fenomeno ben noto alla letteratura economica e che ha mandato in crisi i modelli tradizionali di analisi.
  Commenti (1)
PER UNA TASSONOMIA DELL’EVASIONE
Scritto da Maria Grazia Grassi, il 27-10-2012 05:16
Gli indicatori misurabili, sono di difficile individuazione, generici e generali, tuttavia sono un buon inizio. Quantomeno indicano la volontà di voler controllare.

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