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Fisco
di Ruggero Paladini
19 ottobre 2012
iva e irpefForse non ne valeva la pena; certo il governo, dati per acquisiti i due punti di Iva da metà anno prossimo, ha presentato la manovra come una diminuzione di un punto di Iva ed un ritocco, dopo sei anni, alle due prime aliquote Irpef (abbassate di un punto a 22 e 26).

Ma il 99% dei cittadini ha una percezione diversa: la diminuzione delle aliquote Irpef (con un intervento restrittivo sulle deduzioni e detrazioni, che si applica però già ai redditi 2012, anche se Grilli cerca di nascondere la cosa giocando abilmente tra competenza e cassa), non bilancia l’aumento dell’Iva, che questa volta si estende anche all’aliquota al 10%.
Ha dunque ragione il Financial Times quando parla di un leggero aumento della pressione fiscale, a regime (cioè dal 2014).  Tra l’altro c’è da considerare che l’aumento dell’Iva impatta totalmente sulla domanda, mentre la diminuzione dell’Irpef in parte viene risparmiata, quindi un (leggero) effetto restrittivo esisterebbe anche a parità di manovra. Ma non è questo il tema su cui vorrei soffermarmi.
Da tempo viene sottolineato che il problema principale dell’Irpef è quello di avere una struttura di aliquote marginali effettive (guardando cioè all’imposta netta e non a quella lorda) molto alte, e diversificate tra lavoratori dipendenti, pensionati, autonomi, ecc….(con un livello di trasparenza molto basso; si veda il Libro Bianco del 2008). Per fare un esempio semplice, un lavoratore single ha, da 8.000 a 28.000 euro, praticamente un’unica aliquota leggermente superiore al 30 per cento (per la precisione 30,17% fino a 15.000 e 30,34% dopo). Ciò determina un’elasticità dell’imposta, e quindi un fiscal drag, molto forte.
Se si decide di intervenire, la scelta di ridurre la prima aliquota è giusta; sulla seconda c’è già da discutere, perché accentua la distanza, già forte, rispetto alla terza aliquota che resta al 38. Si può comprendere che si sia voluto concentrare la diminuzione là dove si collocano i quattro quinti dei contribuenti.  Ma allora questo era il momento per ristrutturare il sistema delle detrazioni per tipologia di lavoro. Tornando al caso del lavoratore single, si tratta di ridurre la detrazione da 1.840 a 1.760 (cioè dell’uno per cento di 8.000) e di linearizzare la discesa fino a 55.000, eliminando l’attuale spezzata che fa scendere più velocemente la detrazione fino a 15.000. L’effetto sarebbe quello di ridurre la prima aliquota effettiva (fino a 15.000) da 30,17 a 25,74, quindi più di quattro punti percentuali, mentre la seconda scenderebbe di meno (29,74). Mentre con la proposta del governo la diminuzione delle due aliquote marginali effettive è di un solo punto.
Tra l’altro questo tipo d’intervento, costando un po’ di meno, consentirebbe di eliminare quelle franchigie alle deduzioni e detrazioni che hanno un sicuro effetto regressivo poiché la franchigia a 250 euro è uguale per tutti i contribuenti, mentre le spese mediche, interessi su mutui ecc.. crescono col reddito.
Vorrei rivolgere un invito ai deputati e senatori del centro sinistra a presentare degli emendamenti nel senso sopra descritto, invitandoli a resistere all’obiezione circa la riduzione della detrazione iniziale. Facendo calare la prima aliquota al 22 e contemporaneamente la detrazione a 1.760, si mantiene il livello di esenzione a 8.000 euro; è vero che, mantenendo la detrazione a 1.840, il livello si alza a 8.364 euro, ma questo innalzamento viene pagato con una elasticità dell’imposta maggiore, per cui negli anni successivi il lavoratore pagherà ben di più, così come è successo in questi anni. 
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