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UN PATTO PER LA PRODUTTIVITĄ PROGRAMMATA. SUBITO. E-mail
Economia reale
di Giuseppe Ciccarone
19 ottobre 2012
produttivita programmataSono passati tre anni e mezzo da quando lanciammo sulle pagine di nelmerito.com la proposta di riformare la contrattazione salariale in modo da perseguire un tasso "programmato" di crescita della produttività.

Questa proposta si è fatta progressivamente strada nel dibattito corrente, fino a trovare eco nelle parole che il ministro Passera ha affidato alle colonne de “La Repubblica” dell’8 ottobre scorso. E’ ora possibile realizzare un tassello indispensabile per rilanciare la crescita e favorire il riequilibrio dei conti pubblici. Si tratta di una occasione da non perdere per non allungare il già troppo esteso elenco di occasioni mancate che ha caratterizzato la politica economica italiana degli ultimi venti anni.
La recente misura in favore delle start up innovative, inserita nel decreto sviluppo 2.0, ha fatto temere che il ministro Passera volesse limitare le misure per la crescita della produttività a imprese molto piccole che non distribuiscono utili. La preoccupazione era motivata dal fatto che la piccola dimensione d’impresa è una delle cause principali della bassa dinamica della produttività. In Italia − come sappiamo, se non altro, per l’utile insistenza del direttore generale della Banca d'Italia, Fabrizio Saccomanni, e del suo vice Salvatore Rossi − la difficoltà delle imprese con meno di 10 addetti a impegnarsi in attività di R&S e ad adattarsi rapidamente al cambiamento tecnologico impone loro di generare un valore aggiunto per addetto che è circa la metà di quello delle medie imprese e due volte e mezzo più basso di quelle grandi. Senza scomodare la letteratura accademica, basta sfogliare un numero dell’Economist della scorsa primavera per sapere che la storia si ripete identica negli altri paesi europei, dove la correlazione tra dimensione di impresa e crescita della produttività è stabilmente di segno positivo. Dato che quasi il 95 per cento delle imprese italiane è di taglia micro, non sorprende affatto che sia più difficile far crescere la produttività media nel nostro paese che in Germania, dove le imprese hanno in media quasi 40 addetti (meno di 10 in Italia) e circa il 90 per cento dei lavoratori è occupato in imprese di dimensione media o grande. Sorprende però scoprire che il nostro governo intende incentivare proprio le imprese di piccole dimensioni, anche se limitatamente a quelle che si occupano di sviluppo e commercializzazione di prodotti o servizi “ad alto valore tecnologico”.
I timori sono svaniti con l’esplicito invito del ministro Passera a realizzare un “grande patto per la produttività” capace di sostanziarsi in “un accordo tra governo, imprese e sindacati per riformare la contrattazione e puntarla sul rilancio della competitività”. E’ musica per le nostre orecchie, dopo il lungo periodo di silenzio che ha seguito la proposta di realizzare un patto per la produttività programmata, proposta avanzata tre anni e mezzo fa su questa rivista e nei libri di nelmerito, oltre che nel dibattito accademico. Questa proposta, indipendentemente concepita anche da Sebastiano Fadda e originariamente condivisa soltanto da qualche sindacalista illuminato, era infatti rimasta inascoltata fino al 9 gennaio scorso, quando è stata ripresentata al dibattito da un articolo di Marcello Messori sul Corriere della Sera. Un suo successivo intervento al seminario ASTRID del 20 settembre scorso ha favorito il sostegno al progetto di molti esponenti delle parti sociali, tra i quali Beniamino Lapadula e il vicepresidente di Confindustria, Alessandro Laterza.
Lo stesso giorno delle dichiarazioni del ministro Passera, anche il mondo accademico ha fatto sentire la sua voce, con un intervento su Affari e Finanza di Nicola Acocella, Riccardo Leoni e Leonello Tronti, fautori di un patto per la produttività declinato in un livello micro, dove si premia l’accordo tra le parti sociali per la riorganizzazione dei luoghi di lavoro, e un livello macro, nel quale “è necessario rivedere il modello contrattuale per renderlo idoneo a incentivare la collaborazione tra capitale e lavoro per la crescita e l’ammodernamento del sistema produttivo”. Siamo ormai in molti a credere che questo meccanismo incentivante si chiami produttività programmata. Con questa espressione intendiamo infatti un accordo che preveda: (i) la fissazione negoziata di un obiettivo quantitativo per la crescita della produttività (i patti sociali funzionano meglio quando si perseguono obiettivi quantitativi); (ii) la realizzazione un nuovo modello di contrattazione salariale che contenga al suo interno un meccanismo di incentivo agli investimenti innovativi e alla riorganizzazione dei luoghi di lavoro.
Di fronte a questo crescente sostegno, la nostra speranza di realizzare la riforma è nelle mani del governo e delle parti sociali. Speriamo che il primo sia disposto a destinare al progetto risorse sufficienti per favorire l’accordo, magari tagliando una parte dei sussidi attualmente destinati alle imprese e utilizzando queste risorse per ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto attraverso la crescita della produttività. Forse anche gli estensori del “Rapporto Giavazzi” potrebbero accettare l’idea che non tutti i tagli di quei sussidi debbano essere destinati a riduzione di imposte. Forse anche i rappresentanti delle imprese potrebbero comprendere che questa riduzione del CLUP è oggi più urgente e importante di sussidi a investimenti che, almeno in base all’esperienza passata, esse farebbero comunque. Forse anche il sindacato potrebbe condividere l’urgenza di una riforma in grado di favorire l’aumento dei salari e di contribuire a far uscire le politiche per la crescita dalle secche nelle quali sono state impantanate dalle scarse risorse pubbliche a disposizione e dalla parimenti scarsa convinzione dimostrata dall’esecutivo nell’elaborazione di un progetto di politica industriale degno di questo nome.
Alcune proposte tecniche, già disponibili, rappresentano concrete basi di partenza per realizzare un accordo di alto profilo. Serve solo la disponibilità a ricercare un punto di equilibrio. Soprattutto, bisogna concederla subito.
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