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LA SICILIA SENZA SOLDI PUBBLICI POMPATI IN UN TUBO E-mail
Mezzogiorno
di Mario Centorrino, Pietro David
28 settembre 2012
soldi pubblici siciliaLa crescita anche al Sud non nasce da soldi pubblici infilati nel tubo dal quale poi escono imprese e posti di lavoro. Ma invece – questo il messaggio di Monti lanciato in una sede storica per il dibattito sulla questione meridionale, la Fiera del Levante – da un’economia ed una società che funzionano.

E dunque, anche nel Mezzogiorno – ecco il concetto chiave – è l’ora di cambiare mentalità anche toccando il cuore del rapporto con la politica, abbandonando l’assistenzialismo nefasto, iniziando a riscattarsi dalla logica della raccomandazione che uccide il merito e gli sforzi di tanti giovani meridionali1.
Vasto programma, verrebbe subito da dire. Da applicare in contesti dei quali bisognerebbe conoscere in premessa dinamiche e criticità. Trasformandolo – lo propone il recente Rapporto Svimez sull’economia del Mezzogiorno 2012 - in interventi concreti su queste costruite. Bene. A titolo di esperimento proponiamo un ritratto, abbozzato a volo d’uccello, che riproduce alcuni parametri dell’economia siciliana – scelta, tra le altre regioni meridionali, perché al momento oggetto di discussione in una campagna elettorale che si concluderà tra poco più di un mese. L’Agenda Monti per il Mezzogiorno calata, come un elemento chimico, nell’ipotetico laboratorio della Sicilia.
 Nelle ultime settimane, molta attenzione si è concentrata sui precari equilibri del bilancio della Regione Siciliana. Si è prefigurato un rischio default tenendo conto di un indebitamento complessivo della Regione, a fronte di un bilancio di 27 miliardi, pari a circa sei miliardi di euro, di cui circa la metà accesi per finanziare il mutuo destinato al ripianamento del debito sanitario.
Incontri, accordi, un'improvvisata "spending review" hanno tolto dalle prime pagine dei giornali il ritratto di una Sicilia destinata a commissariamenti o obbligata a sacrifici particolari.
Sicuramente, dopo le elezioni per il rinnovo del Parlamento Siciliano previste per la fine di ottobre, il problema si ripresenterà, forse con maggiore drammaticità. Soprattutto se contemporaneamente esploderà una "questione siciliana", già oggi assolutamente drammatica e sulla quale ci si esprime assai poco in termini costruttivi. Colpa di una Regione che ha mal governato, dice qualcuno. Incapacità di riuscire senza aiuti esterni a valorizzare proprie risorse e competenze, secondo altri.
Proviamo a richiamare qualche dato sulla base di rapporti Istat. Su cinque milioni di siciliani lavora meno di una persona su quattro, con il tasso di disoccupazione più alto d'Italia, il 19,4% contro una media nazionale pari al 10%. Dal 2007 al 2011 248 mila persone sono rimaste prive di occupazione, l'equivalente degli abitanti di Trapani, Agrigento e Caltanissetta messi insieme.
Si perdono posti di lavoro nell'edilizia, nel commercio e nelle piccole imprese, penalizzate queste ultime da delocalizzazioni e pessime infrastrutture. Ogni giorno, festivi compresi, falliscono due imprese con un ritmo incessante da diciotto mesi a questa parte2.
Nell'Agenda di Monti si invoca una Sicilia, che insieme alle altre regioni meridionali deve crescere e addirittura far da traino alle aree già di per sé ricche del Paese. Un sommario sguardo ad alcuni grandi interventi previsti per il miglioramento delle infrastrutture di trasporto trasforma un possibile programma di rilancio dell'economia siciliana in un mero effetto annunzio. Ferma appena finanziata l'autostrada Ragusa-Catania, fondamentale per il distretto del Sud-Est. Già in degrado l'aeroporto di Comiso, che pur potenzialmente operativo, non entra in funzione. Nell'incertezza sul finanziamento cui puntare (da 21 miliardi a 5 miliardi) resta fermo il progetto di velocizzare il collegamento ferroviario tra Catania e Palermo. Scomparsi i soldi per il raddoppio della ferrovia Catania-Messina il cui progetto esecutivo risulta approvato dal CIPE. Dieci anni per approvare tre nuovi lotti di un'autostrada con tempi indefiniti di completamento, la Siracusa-Gela3. Infine, per quanto riguarda le risorse comunitarie, al 30 giugno 2012 risultano spesi e certificati il 14,81% dei circa 6,5 miliardi di euro del FESR ed il 19% dei quasi 2,1 miliardi di euro del FSE.
Ora è possibile certo che una cattiva "governance" della Regione sia una delle cause di questo complessivo disagio. Ma nelle stesse condizioni, forse anche peggiori, si trovano le regioni Calabria e Campania. Ovviamente la crisi in atto limita fortemente trasferimenti di risorse pure dovute. Né possono trascurarsi inefficienze burocratiche, ostacoli frapposti da fenomeni di illegalità e corruzione. Resta il fatto che oggi nell'Agenda di Monti la crisi prima citata sembra aver ridotto la "questione siciliana" in un semplice "wishful thinking", un proposito basato, in una traduzione elementare, su desideri e non su fatti concreti.
Senza che sul punto, a parte l'azione meritoria, ma isolata, di qualche ministro (Barca, ad esempio) nessuno mostri eccessiva preoccupazione. A meno che qualcuno non pensi ad uno svuotamento della Sicilia (ripresa ed incoraggiamento dei flussi migratori) che ripristini nel mercato del lavoro nuovi equilibri. Come del resto previsto dalle teorie economiche sulle quali è costruita l’Unione Monetaria in caso di shock asimmetrici tra le diverse regioni dell’Europa. Potrebbe essere un'ipotesi. Ma siamo sicuri che le imprese falliscono solo per non poter sostenere i costi salariali? O piuttosto per l'assenza di un piano industriale per il Sud e la carenza di imprenditorialità non assistita?

1. F. Martini, Soldi pubblici pompati in un tubo non vi servono, La Stampa, 8 settembre 2012.
2. M. Barresi, In Sicilia falliscono due imprese al giorno, La Sicilia, 6 settembre 2012.
3. M. Barresi, cit.

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