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MA RENZI FIRMERÀ LA CARTA DI INTENTI?* E-mail
Politica e Istituzioni
di Emilio Barucci
28 settembre 2012
carta intentiCondizione necessaria per partecipare alle primarie del PD dovrebbe essere l’adesione alla carta di intenti. In questo marasma non si capisce bene a quale documento ci si riferisca: a quello presentato da Bersani a fine luglio o ad un documento che dovrebbe sorgere dal dibattito con gli alleati e con la società civile?

Proviamo a prendere per buono il documento presentato e cerchiamo di capire se Renzi con il suo programma potrebbe firmarlo. A questo proposito occorre sfatare il mito che Renzi non abbia un programma. La carta di intenti del PD consta di 14 pagine, il programma di Renzi ben di 26, si articola attorno a 12 capitoli e a una cinquantina di punti che spaziano dall’Europa agli asili nido, dalla flexsecurity  al divorzio veloce, dal fisco alla riduzione del debito pubblico.
Si tratta di un programma articolato e dettagliato. Leggendolo si rimane colpiti dalla volontà di coprire tutto con un puntiglio a volte stucchevole e dal voler fare le cose ‘‘facili facili’’. Si finisce per domandarsi: ma, se era così semplice, perché non ci hanno pensato quelli che ci hanno governato fino ad ora? Qualche proposta può apparire ingenua e semplicistica ma nel complesso si delinea un programma tutt’altro che improvvisato. Stupisce semmai il fatto che un aspirante leader di un paese in grande difficoltà si limiti a battere il tasto della rottamazione e a solleticare il mal di pancia dell’antipolitica e non si batta invece per comunicare le sue proposte per il paese.
Il programma di Renzi è vicino alla carta di intenti su molti punti. Tra gli altri: diritti civili (immigrati, convivenze, fecondazione); centralità di un’Europa politica; valorizzazione della scuola; piano straordinario per gli asili nido e per l’aumento dell’occupazione femminile; anche nella ricetta per uscire dalla crisi ci sono elementi di contatto: sia Bersani che Renzi pensano ad un sostegno ai redditi medio-bassi. Ambedue fanno ovviamente affidamento sulle risorse che potrebbero derivare dalla lotta all’evasione fiscale. Curiosamente li accomuna anche l’ambizione ‘‘dirigista’’. Puntano sulla cultura, la sostenibilità, le nuove tecnologie, il turismo, le life sciences. E’ chiaro che ambedue intendono rispolverare le leve della programmazione e della politica industriale.
Le diversità arrivano se si guarda in profondità e riguardano temi che richiamano l’identità della sinistra italiana.
Il primo è da dove reperire le risorse per gli interventi necessari. E’ un punto strettamente collegato alla lettura che viene data della società italiana. Bersani parte dal fatto che in Italia la diseguaglianza è aumentata a dismisura negli ultimi venti anni con una compressione dei salari in favore della rendita (finanziaria), una tendenza che deve essere riequilibrata  anche attraverso una patrimoniale; secondo Renzi invece il vero problema è la presenza del pubblico, propone di abbattere drasticamente il debito pubblico via privatizzazioni e di reperire circa 70 miliardi tagliando la spesa pubblica. Un progetto difficile da realizzare visto che le manovre Berlusconi-Monti del 2011 tutte assieme ammontano proprio a questa cifra.
La seconda diversità di fondo riguarda il tema dei diritti. Per uscire dalla crisi ambedue puntano su un recupero di competitività. Ci sono però differenze sostanziali. Per agganciare il treno della crescita, la carta di intenti propone di estendere le tutele (nel mercato del lavoro), rafforzare i diritti sociali (accessibilità ai beni comuni) facendo dell’equità il presupposto per la crescita via stimolo della domanda interna. Difficile che questa strategia sia sostenibile nel medio-lungo periodo. Renzi punta invece a tagliare la spesa pubblica improduttiva, a semplificare e a rendere più efficiente la pubblica amministrazione per poi a dare spazio all’iniziativa privata o al mercato anche in settori come i servizi alla persona e il welfare. Nel suo programma rimane sullo sfondo il tema dei diritti di cittadinanza e sociali.
C’è poi un punto importante che riguarda le istituzioni  e la politica. Ambedue sono per ridurre i costi della politica e per la semplificazione e l’ammodernamento delle istituzioni. La differenza riguarda soprattutto il ruolo dei partiti che per Bersani vanno riformati – e rafforzati - dando attuazione all’articolo 49 della Costituzione mentre per Renzi vanno sostanzialmente disintermediati dando spazio alla partecipazione dal basso. Nel primo caso si pensa a forme di rappresentanza classica, nel secondo a quella diretta. Il primo fa riferimento ai classici corpi intermedi, il secondo non li vede proprio salvo dare grande spazio al terzo settore.  
Due visioni diverse, l’una fortemente ancorata nella tradizione classica della sinistra che rischia di non parlare alla parte più dinamica del paese e l’altra che vuole parlare proprio a questa parte. La prima punta su una maggiore equità piuttosto che sull’ammodernamento dell’apparato produttivo, la seconda propone di fare le due le cose assieme grazie ai tagli della spesa pubblica improduttiva. Un pasto gratis, almeno elettoralmente parlando.      
Aldilà de punti di contatto si tratta di due visioni diverse della società e dell’economia italiana. Dando per scontato che Renzi si presenterà, indipendentemente dal fatto che firmi o meno la carta di intenti, la presunta identità del PD non può essere garantita: c’è in ballo la scelta tra due linee diverse e alla fine ci saranno vincitori e vinti.    

*articolo pubblicato anche sull’edizione di Firenze di La Repubblica
  Commenti (1)
Far crescere il paese, non pensare alle
Scritto da Riccardo Colombo, il 28-09-2012 15:55
L'articolo aiuta molto bene a capire le differenze e le somiglianze tra il programma di Bersani e quello di Renzi. Non condivido, tuttavia, la conclusione, perché ci riporta al vecchio tema dell'identità. Ci sono due linee politiche differenti. Ebbene qual'è il problema ? Chi vince dovrà tener conto che nel centro sinistra sono emerse, in modo trasparente finalmente !, differenti idee e dovrà fare una sintesi, se vuole vincere le elezioni. Non si tratta di fare copia e incolla, ovviamente, ma di esprimere una visione strategica e una leadership, rivolta al paese. Forse questa è la questione !

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