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IL FEDERALISMO LA CRISI ED IL PREZZO DELL'AUTONOMIA E-mail
Federalismo
di Dario Immordino
18 settembre 2012
federalismoNegli ultimi anni l'autonomia è stata sempre più spesso utilizzata per difendere spese, se non del tutto voluttuarie, quantomeno non essenziali. Ogni tentativo di porre sotto controllo questi costi inefficienti è stato denunciato come un'attentato al diritto all'autodeterminazione delle comunità locali. Ed a pagarne il prezzo sono i cittadini.

Un recente decreto pubblicato sulla Gazzetta ufficiale certifica che 119 comuni nel 2011 hanno sforato gli obiettivi di sana gestione finanziaria imposti dal patto di stabilità, e subiranno una decurtazione dei trasferimenti statali del fondo di riequilibrio per un importo pari a 90 milioni di euro.
In sostanza enti locali che adesso non riescono a garantire ai propri cittadini servizi efficienti ad un costo ragionevole dovranno farlo in futuro con meno risorse a disposizione. A pagare il conto della cattiva gestione saranno quindi i cittadini di questi comuni.
Sorte analoga toccherà ai residenti delle otto regioni in deficit sanitario, che probabilmente vedranno aumentare l'aliquota Irpef. Anche loro saranno chiamati a rispondere della cattiva gestione dei propri amministratori (presenti e passati), per la cd culpa in eligendo, ossia per un cattivo esercizio del potere di voto che ha portato alla selezione di una classe politica inefficiente.
La sanzione sembra drastica e “crudele”, ma in un periodo di crisi finanziaria ed economica è l'unico modo  per garantire il rispetto delle regole di sana condotta finanziaria. E per far capire a tutti,  enti e cittadini, che l'autonomia ha un prezzo.
La crisi, infatti, ha accentuato l'interdipendenza tra i sistemi economici e finanziari nazionali nell'ambito dell'area euro, ma anche all'interno degli Stati. Se il default di uno Stato rischia di scatenare un effetto domino in grado di pregiudicare la tenuta dell'intera Unione europea, allo stesso modo il rischio di dissesto di uno o più enti regioni o locali può minare la stabilità dell'intero sistema di finanza pubblica nazionale ed intaccare la credibilità dello Stato di fronte agli investitori internazionali.
In un ordinamento decentrato “normale” lo Stato e le autonomie territoriali dovrebbero definire di comune accordo strategie per garantire la sostenibilità finanziaria delle politiche pubbliche ed il rispetto dei parametri di equilibrio finanziario, e per evitare che la violazione delle regole di sana gestione da parte di uno o più enti possa pregiudicare l'equilibrio di tutto il sistema nazionale..
Ma nel nostro Paese l'autonomia è stata spesso usata come una forma di esenzione dalle regole comuni e dai sacrifici: anche norme ragionevoli come il taglio alle autoblu, alle spese di consulenza, ai finanziamenti alle feste cittadine e sagre di paese, alle spese di rappresentanza, si sono infrante contro lo scudo dell'autonomia. E lo stesso vale per ogni forma di razionalizzazione dell'attività e dell'organizzazione amministrativa, dalla mobilità dei pubblici dipendenti alle regole meritocratiche sulla valutazione delle performance: ogni innovazione deve passare attraverso il filtro dell'autonomia. La legge statale può solo indicare degli obiettivi di risparmio o razionalizzazione, poi devono essere gli enti autonomi a decidere come conseguirli. Un sistema coerente con l'articolazione di uno stato autonomistico, ma che nel nostro Paese ha dato svariate prove di inadeguatezza.
Il potere di decidere da sé ciò che è meglio per i propri amministrati è stato spesso utilizzato per difendere anche spese, se non del tutto voluttuarie, quantomeno non essenziali. Ogni tentativo di porre sotto controllo questi costi inefficienti è stato denunciato come un'attentato all'autonomia. Ed a pagarne il prezzo sono i cittadini.
Nell'impossibilità di controllare “amichevolmente” la spesa di regioni ed enti locali lo Stato ha imposto loro vincoli sempre più severi, sino a bloccarne quasi del tutto la capacità di spesa. È il caso del patto di stabilità che, a dispetto del nome, ha davvero ben poco di pattizio e di stabile. Ogni anno la legge statale impone a regioni ed enti locali nuove regole di contenimento e razionalizzazione della spesa, sempre più stringenti e diverse dall'anno precedente.
Questo asfissiante blocco della spesa rende sempre più difficile erogare i servizi e le prestazioni pubbliche di cui i cittadini hanno bisogno, ed ha accentuato insopportabilmente la condizione di difficoltà delle imprese.
Anche i cd tagli lineari rispondono alla stessa logica: se le amministrazioni pubbliche non sono in grado di individuare le spese effettivamente essenziali per il loro funzionamento e per la fornitura dei servizi pubblici, allora è indispensabile tagliare un po' di tutto.
Gli effetti di questo uso distorto dell'autonomia sono ormai noti a tutti: tagli asimmetrici ed iniqui che colpiscono allo stesso modo le spese necessarie e produttive e quelle inefficienti, conti pubblici perennemente in difficoltà nonostante i continui tagli alla spesa e l'insopportabile aumento della pressione fiscale (giunta ormai a livelli intollerabili), progressivo impoverimento delle prestazioni pubbliche più delicate (sanità, istruzione assistenza ), sistema produttivo ormai allo stremo.
Ovviamente buona parte di queste difficoltà dipende anche dalla particolare virulenza di questa crisi che ha pochi precedenti, dalla fragilità dei sistemi economici e dei circuiti bancari, nonché dai difetti strutturali dell'Unione europea e dalla scarsa produttività delle sue politiche anticrisi.
Ma è difficile negare che questi effetti potrebbero essere notevolmente attenuati con un uso consapevole dell'autonomia finanziaria, con un deciso taglio agli sprechi inaccettabili di cui ormai quotidianamente ci informano i giornali, ai privilegi localistici ecc.
E che il default sia una conseguenza pressoché automatica dell'uso distorto e spregiudicato dell'autonomia lo dimostra anche il caso della Catalogna. La regione spagnola, sino a qualche mese fa presa a modello per l'evoluzione del sistema autonomistico italiano, si trova attualmente nell'impossibilità di provvedere al pagamento degli stipendi ai dipendenti e alla fornitura dei servizi ai cittadini, e costretta a chiedere l'intervento del Fondo di liquidità finanziato dal governo per colmare la voragine di debiti accumulati.
In Italia, forse, la situazione è meno grave, ma diversi indicatori destano una certa preoccupazione per la stabilità della finanza pubblica: quasi duecento comuni non sono in grado di rispettare le regole di sana gestione finanziaria, la Corte dei conti da anni segnala che una percentuale consistente di enti locali  è già in dissesto (occultato solo attraverso artifici contabili) o a rischio di default imminente, le agenzie di rating declassano decine di comuni, diverse regioni hanno accumulato ingenti deficit nella gestione della sanità.
Ciononostante la Sicilia, con un deficit di oltre cinque miliardi, rinvia a data da definirsi l'avvio di una pur timida spending review, le altre regioni e gli enti locali rifiutano di limitare anche categorie di spesa che di certo non sono essenziali a realizzare i diritti dei cittadini. Nessuno ha sentito l'esigenza di prendere seriamente in considerazione  le soluzioni segnalate in questi anni dalla Corte dei conti: riforma del sistema dei controlli ed applicazione delle regole contabili chiare ed uguali per tutti che inibiscano fenomeni dilaganti di finanza creativa, attuazione delle misure premiali e sanzionatorie del federalismo fiscale, che consentano di riconoscere benefici a chi amministra bene e di comminare sanzioni a chi spende troppo e male.
Questa refrattarietà alle regole di buon governo con il passare del tempo ha trasformato il potere di autogoverno da strumento di tutela dei territori e dei cittadini a filtro contro l'innovazione e la razionalizzazione, fonte di privilegi di pochi pagati con sacrifici insopportabili dalla maggioranza dei cittadini.
Le vicende di questi mesi e le esperienze dei sistemi virtuosi insegnano che gli effetti della crisi finanziaria possono essere contrastati solo attraverso un'azione concorde e responsabile di tutti gli enti che gestiscono risorse pubbliche, e ciò può richiedere una parziale e momentanea rinuncia agli aspetti meno essenziali del potere di autodeterminazione. Altrimenti i cittadini continueranno ancora a lungo a pagare il prezzo salato di quest'autonomia malata.
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