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VERSO UNA CRISI DA SOTTOCONSUMO STRUTTURALE E-mail
Economia reale
di Paolo Carnazza
18 settembre 2012
sottoconcumiQuesta nota intende soffermarsi sulle attuali e, soprattutto, sulle future tendenze dei consumi privati in Italia. Secondo l’autore lo scenario tendenziale, per l’Italia ma anche per molti Paesi dell’Europa meridionale, sembrerebbe condurre verso una crisi da sottoconsumo strutturale: per accendere la miccia della crescita, unitamente alle varie misure adottate dal Governo Monti, appare quindi sempre più necessario adottare misure volte a ridurre la pressione fiscale complessiva dando priorità alla riduzione delle imposte sui redditi da lavoro e d’impresa. Inoltre, un’attenzione particolare dovrebbe essere rivolta alle classi giovanili attraverso un pacchetto articolato di misure ad hoc.

Le analisi sulle cause della recente crisi recessiva sono molteplici e quasi tutte convergono nell’attribuire l’inizio della recessione alla bolla finanziaria alimentata dalle banche statunitensi e, successivamente, propagatasi alle principali economie industrializzate attraverso una caduta dei valori immobiliari e delle variabili reali quali la domanda interna, la produzione, l’occupazione.
Convergenti risultano anche le varie analisi sui mutamenti strutturali che dovrebbero delinearsi nei prossimi anni; in particolar modo, concordemente con Alesina e Giavazzi1, l’attuale crisi ha messo in evidenza una serie di “verità” tra cui: gli effetti profondamente recessivi legati alla crisi finanziaria (quando sono innescate soprattutto da aumenti ingiustificati dei prezzi delle abitazioni); l’inefficacia della spesa pubblica per uscire dalla crisi (come emerge dall’esperienza dell’economia giapponese dell’ultimo ventennio); la fragilità del progetto europeo e la possibilità di salvare l’euro solo attraverso un piano coerente di medio termine di integrazione bancaria, fiscale e politica dell’eurozona; la necessità di attuare una “rivoluzione” del nostro Stato sociale attraverso una ridefinizione, sia quantitativa che qualitativa, del suo ruolo in campo economico; infine dare a tutti pari opportunità grazie ad interventi volti a “…premiare il merito, punire le rendite di posizione, scardinare i privilegi, rendere il merito più equo2.
In questa analisi, come del resto nella maggior parte degli studi relativi agli effetti della recente recessione, non vi è però, a nostro parere, un’importante “verità” riguardante le attuali e, soprattutto, le future tendenze dei consumi privati.
I dati più recenti evidenziano una caduta della domanda interna di consumo in termini reali, diffusa ed estesa ai principali Paesi industrializzati; in particolar modo, secondo le più recenti previsioni dell’Ocse (giugno 2012), i Paesi europei meridionali saranno caratterizzati nel  biennio 2012-2013 da tassi di crescita negativi dei consumi privati (Tab.1).
Nel 2012, la caduta dei consumi in Italia prevista dall’Ocse dell’1,6% è stimata da Confcommercio (luglio 2012)3 sensibilmente peggiore e pari al 2,8%, la peggiore dal secondo dopoguerra.


Tab. 1 – Tassi di crescita tendenziali dei consumi privati reali
tab1
Fonte: Ocse, giugno 2012    * Previsioni Ocse

In Italia, in particolar modo, si è registrata una forte caduta dei consumi, soprattutto nella componente dei beni durevoli, che appare più forte rispetto a quella verificatasi nelle precedenti fasi recessive4.
La caduta dei consumi, all’interno del nostro Paese, sembra ormai avere una connotazione strutturale ed è attribuibile ad una serie di cause interagenti tra cui: la flessione del potere di acquisto delle famiglie5,  le forti preoccupazioni legate all’andamento del mercato del lavoro (in giugno, il tasso di disoccupazione si è posizionato al 10,8%, quello giovanile al 34,3%), una diffusa caduta del clima di fiducia dei consumatori, la riforma del sistema pensionistico attuata dal Governo Monti che condurrà ad uno spostamento in avanti dell’uscita dalle condizioni lavorative e a retribuzioni presumibilmente più basse. Nel contempo, l’introduzione dell’IMU inciderà negativamente sul reddito disponibile e, anche a seguito di un “effetto ricchezza” negativo legato all’ipotizzata discesa dei valori immobiliari, potrebbe incidere negativamente sulla futura evoluzione dei consumi.
Tutto ciò, inoltre, dovrebbe condurre ad una revisione profonda e strutturale nel comportamento dei consumatori (non solo in Italia) che sarà, molto probabilmente, improntato nei prossimi anni ad una maggiore sobrietà e ad una diffusa propensione a sostituire con minore velocità lo stock di beni di consumo durevoli. Questa maggiore sobrietà appare, del resto, confermata da una recente Indagine dell’Istat sui consumi delle famiglie (luglio 2012): la quota di famiglie nel Mezzogiorno che acquista generi alimentari presso gli hard-discount sarebbe aumentata dall’11,2% del 2010 al 13,1% nel 2011. Inoltre, il 38,5% delle famiglie avrebbe dichiarato di avere diminuito la quantità e/o la qualità dei prodotti alimentari acquistati nel 2011 rispetto all’anno precedente.
La situazione di grave difficoltà è confermata dalla sensibile discesa della propensione al risparmio verificatasi soprattutto nella seconda metà del decennio scorso a conferma dell’impossibilità di risparmiare e/o della necessità per molte famiglie italiane di intaccare i risparmi per mantenere invariate le proprie abitudini di spesa; in particolar modo la propensione al risparmio, secondo le più recenti stime dell’Istat, si è posizionata al 12,3% nel I trimestre del 2012 a fronte di valori medi annuali del 15-16% nel periodo 2005-2008 (con una “punta” del 17,8% nel IV trimestre del 2005).
Il problema della bassa crescita, in Italia, non può essere risolto pienamente se non saranno adottate al più presto misure di rilancio della domanda interna privata (sia dei consumi che degli investimenti). Attualmente le esportazioni  rappresentano l’unico driver di sviluppo grazie soprattutto alle strategie di ristrutturazione, di diversificazione produttiva e di innalzamento qualitativo dei prodotti adottate da gran parte delle nostre imprese. L’aumento delle esportazioni non appare però sufficiente e lo scenario tendenziale sembrerebbe condurre ad una crisi da sottoconsumo strutturale.
Accanto alle recenti misure del Governo Monti a favore della crescita, che sembrano però interessare prevalentemente il lato dell’”offerta” dell’economia, appare quindi sempre più necessario  adottare misure volte a ridurre la pressione fiscale complessiva (giunta a livelli record: 45,1% del Pil nel 2012; 54,2% l’incidenza effettiva, al netto cioè del sommerso) dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d’impresa (pur in presenza dei severi vincoli posti dai conti di finanza pubblica e all’interno di uno scenario dove appare opportuno conciliare gli obiettivi del rigore con quelli della crescita). La riduzione delle aliquote sulle persone (soprattutto a redditi medio-bassi), oltre a contribuire a rivitalizzare i consumi privati, potrebbe ridurre il grado di diseguaglianza nella distribuzione dei redditi che, in Italia come nei principali Paesi industrializzati, sembra essere ulteriormente aumentato creando un gap crescente tra redditi elevati e redditi medio-bassi.
Un’attenzione particolare, infine, dovrebbe essere rivolta alle classi giovanili attraverso molteplici interventi finalizzati a “offrire” migliori condizioni di credito per l’acquisto della prima abitazione, favorire l’apertura di nuove aziende, introdurre (reali) meccanismi di meritocrazia dando pari opportunità a tutti e cercando così di abbandonare il carattere di “familismo amorale” che continua a caratterizzare molte categorie professionali del nostro Paese, valorizzare infine il lavoro manuale per ridurre l’elevato differenziale tra la domanda e l’offerta di molti mestieri a carattere prevalentemente artigianale.

1. Alesina A., Giavazzi F. (2012),  A che punto è la notte, Corriere della Sera, 22 luglio.
2. Alesina A., Giavazzi F. (2012), A che punto è la notte, Corriere della Sera, 22 luglio. Su questo punto si veda anche Abravanel R., D’Agnese L. (2012), Meritocrazia e regole per dare un futuro ai giovani, Garzanti Editore.
3. Confcommercio (2012), Rapporto sulle economie territoriali e il terziario di mercato, luglio.
4. Si rinvia, al riguardo, a Carnazza P., Martini E. (2009), Produzione industriale e consumi nelle ultime quattro recessioni: un confronto istruttivo, nelMerito, 12 novembre.
5. Il potere d’acquisto delle famiglie (indicante il reddito lordo disponibile in termini reali) sarebbe sceso, sulla base delle più recenti stime dell’Istat, dell’1% in termini tendenziali nel I trimestre del 2012 dopo essere caduto dello 0,2% in media nel triennio 2009-2011. Inoltre, secondo il Rapporto della Confcommercio (luglio 2012), il reddito reale pro capite degli italiani sarebbe sceso di circa 1.800 euro tra il 2002 e il 2012 (-9,8% reale a testa). A fronte di questa riduzione, le famiglie avrebbero reagito aumentando la quota di reddito destinata ai consumi dall’86,8% del 2002 al 91,6% del 2012.



  Commenti (2)
Il sonno della ragione
Scritto da Rapisarda Salvatore, il 04-10-2012 10:25
Pensare che la bolla finanziaria sia nata per caso e non sia stata la risposta errata ad una crisi dei consumi che in mancanza si sarebbe palesata già prima e che è stata causata da una forte contrazione del salario reale e dei redditi da lavoro (sia autonomo che delle imprese subappaltanti che dei lavoratori) vuol dire non avere colto per nulla a mio sommesso avviso la realtà. 
L'indicazione di utilizzare i giovani come "esercito industriale di riserva" per comprimere i salari costituisce manovra non solo scorretta ma anche controproducente (aggrava la crisi di domanda). 
Sulla spesa pubblica occorre dire che se è vero che in Giappone non ha sortito forse effetti positivi lo stesso non è a dirsi nè per l'Italia ove i tagli di spesa hanno fatto aumentare la recessione, nè per la Grecia che pur vedendo affamato il suo popolo tra tagli e tasse vede crescere nonostante gli aiuti il proprio debito/pil. 
Vi è da aggiungere come una corretta e non ideologica valutazione della spesa pubblica evidenzia come i paesi che hanno un debito pubblico più basso dell'Italia hanno di converso un più elevatissimo debito privato ed uno stock complessivo del debito ben superiore all'Italia e non garantibile da un patrimonio pubblico. 
Quello che è successo come ognuno può controllare conferma la sostanziale bontà delle osservazioni effettuate dalla "lettera degli economisti" che si può leggere sul sito Economia e politica. 
Occorre aggiungere una osservazione tanto ovvia quanto spesso disattesa. la riduzione della spesa non necessariamente si traduce in un risparmio e viceversa. 
Per essere chiaro se io rimando la spesa per chiudere la crepa nella mia abitazione domani sarò costretto a rifare l'intera casa.  
Un ultima osservazione la meritocrazia nel settore bancario ha spinto i manager per ampliare fatturato e profitti a concedere mutui facili ed a spostare gli investimenti su asset più rischiosi e solo per questo più redditizzi.
si potrebbe crescere anche nei servizi
Scritto da Mara Gasbarrone website, il 20-09-2012 08:24
Nell'economia italiana c'è anche uno specifico deficit nel settore dei servizi per le famiglie. L'offerta pubblica è scarsa (vedi asili nido), né è pensabile che possa crescere molto in un prossimo futuro - salvo un sano impiego dei fondi strutturali quale previsto dal ministro Barca - , quella privata andrebbe sostenuta con un intelligente piano di semplificazioni ed incentivi mirati, come sperimentato in Francia attraverso i CESU, e anche in Belgio e Regno Unito con programmi simili. Del resto l'invecchiamento della popolazione fa prevedere un modesto andamento dei consumi, ma al suo interno una crescente domanda di servizi. Aggiungo che la forte incidenza del sommerso trova origine nella impossibilità delle famiglie a districarsi nelle complicazioni della normativa.

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