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UN’ANALISI DEGLI EFFETTI DELLA DEFLAZIONE SALARIALE SULL’ECONOMIA ITALIANA E-mail
Economia reale
di Stefano Fantacone, Carlo Milani
07 settembre 2012
deflazione salarialeUno dei temi più rilevanti di politica economica che molti paesi dell’Area euro si trovano a fronteggiare è quello relativo al mercato del lavoro. La netta crescita dei tassi di disoccupazione, e il fatto che sempre più spesso sono le nuove generazioni che trovano difficoltà a inserirsi nel mondo lavorativo, stanno creando crescenti tensioni.

Analizzando le caratteristiche del mercato italiano due sembrano le principali criticità:
1) la bassa produttività del fattore lavoro;
2) il costo del lavoro non in linea con le dinamiche dei nostri competitor europei.
Sul primo punto è facile constatare dal Grafico 1 quale sia il divario di produttività dell’Italia rispetto agli altri principali paesi dell’Area euro. Nel nostro paese la produttività reale del lavoro ha avuto, nell’arco degli ultimi 12 anni, un incremento complessivo di appena il 3,5%, contro il 13% di Francia e Germania e il 15% della Spagna.  E’ da notare, poi, come la crisi scaturita alla fine del 2008 non sia servita come stimolo per migliorare l’efficienza produttiva, tant’è che il gap di produttività italiano rispetto alla media dell’Area euro è andato ulteriormente aumentando negli anni più recenti.

Grafico 1 
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Sul fronte del costo del lavoro, si rileva dal Grafico 2 come invece la situazione sia diametralmente opposta. L’Italia, in questo caso, condivide con la Francia la dinamica più pronunciata del costo del lavoro a partire dagli inizi del 2000 (tra il 3 e il 3,5% di incremento rispetto al 2000). In Germania, invece, il profilo del costo del lavoro ha assunto un andamento ampiamente negativo fino alla fine del 2007, anno dopo il quale ha ricominciato a guadagnar terreno. Gli ultimi dati, comunque, lo segnalano a un livello ancora inferiore a quello registrato nel 2000. Tra i principali paesi dell’Eurozona la Spagna ha registrato la flessione più rilevante del costo del fattore lavoro, soprattutto nella fase più recente.
Leggendo congiuntamente le due informazioni, cioè quelle relative alla produttività e al costo del lavoro, si può constatare che in Italia l’incremento del costo del lavoro è stato pressoché identico a quello osservato dalla produttività, mentre negli altri principali paesi il differenziale tra produttività e costo del fattore lavoro è stato ampiamente positivo.

Grafico 2
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Dato questo quadro molti analisti tendono a focalizzarsi soprattutto sull’eccessivo peso del costo del lavoro in Italia. Ciò che viene affermato, più o meno esplicitamente, è l’esigenza di ridurre i salari per poter migliorare il costo del lavoro per unità di prodotto.
Ma quali sarebbero gli effetti macroeconomici e sulla finanza pubblica di un tal scenario? Per rispondere a questa domanda abbiamo effettuato una simulazione utilizzando il modello macroeconometrico sviluppato dal Centro Europa Ricerche (CER)1. Nello specifico abbiamo ipotizzato due scenari alternativi rispetto a quello che con maggiore probabilità dovrebbe verificarsi tra l’anno in corso e il 2014:
a) un costo del lavoro per unità di prodotto stabile per tutto il triennio 2012-2014 sul livello osservato nel 2011;
b) un costo del lavoro per unità di prodotto progressivamente in flessione nel triennio 2012-2014 fino ad attestarsi sul livello ben più basso registrato nel 2007, anno prima della crisi.
In entrambi i casi, per poter raggiungere gli obiettivi prestabiliti abbiamo agito esclusivamente sui salari, imponendo una loro dinamica più contenuta di quella attesa. I risultati di queste due simulazioni sono riportati nella Tabella 1.

Tabella 1
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Nello scenario dell’invarianza del clup sui livelli del 2011, che ne implica una riduzione di mezzo punto nel 2012 e di circa un punto nel 2014, le esportazioni registrerebbero un incremento di 0,6 e di 0,7 punti, rispettivamente nel 2012 e nel 2014, mentre il Pil mostrerebbe un incremento di 0,3 punti in entrambi gli anni. L’impatto sui consumi delle famiglie sarebbe invece negativo nel 2014. Importanti sarebbero poi le conseguenze sui prezzi, con un deflatore del Pil in flessione di quasi un punto percentuale nel 2014. Gli effetti deflazionistici così indotti avrebbero impatti perversi sulla finanza pubblica, con un peggioramento del rapporto deficit/Pil pur in un contesto di incremento reale, ma non nominale, del Pil.
Nell’ipotesi più radicale di un ritorno ai livelli del clup del 2007 le esportazioni aumenterebbero di 1,4 e 2,8 punti, rispettivamente nel 2012 e nel 2014, mentre il Pil registrerebbe incrementi supplementari di 0,5 e 0,9 punti percentuali. I consumi delle famiglie registrerebbero invece impulsi di segno opposto, con una contrazione rispetto al baseline di 0,4 e 0,6 punti. In quest’ultimo caso, gli effetti sulla finanza pubblica sarebbero si positivi, con un miglioramento del rapporto deficit/Pil.
In definitiva, i risultati contrastanti delle simulazioni degli effetti derivanti dal contenimento del clup sono una conferma di quanto possa rivelarsi delicato perseguire una strada di rafforzamento della competitività che si basi esclusivamente sulla deflazione dei salari piuttosto che su guadagni di produttività. Per ottenere infatti dei risultati che consentano di beneficiare della maggiore competitività, sia in termini di crescita che di equilibrio dei conti pubblici, è necessario che la restrizione salariale sia particolarmente forte, ma una tale strategia risulterebbe non proprio agevole vista l’attuale compressione dei redditi.   

  Commenti (1)
Scritto da Basilio, il 07-09-2012 16:44
È comune esperienza però che il salario da lavoro dipendente sia fermo da molti anni allo stesso livello (nominale), con scarsi aumenti di adeguamento all'inflazione programmata, ben al di sotto di quella reale. Quindi l'alto costo del lavoro credo sia da imputarsi più alla quota della tassazione. In termini reali, il salario netto diminuisce, a fronte di una inflazione crescente e in assenza di compensazioni del tipo 'scala mobile'. 
Quindi essendo del tutto ovvio che una diminuzione del costo del lavoro porterebbe a un peggioramento della situazione macroeconomica, resterebbe soltanto il fronte degli investimenti su cui agire per aumentare la produttività. 
Insomma, stavolta toccherebbe agli imprenditori allargare (nel loro interesse) i cordono della borsa...

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