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QUANDO LE RIMESSE SUPERANO GLI AIUTI* E-mail
Internazionali
di Alessandro Spaventa

studenti in africaLa questione degli aiuti, della loro efficacia, trasparenza e dei loro obiettivi, palesi e nascosti, rappresenta una questione annosa nel dibattito sui Paesi in via di sviluppo (Pvs), una questione, tuttavia, la cui rilevanza sembra essere destinata a diminuire anche molto rapidamente. Un primo ridimensionamento del ruolo degli aiuti si era già avuto con il dispiegarsi del processo di globalizzazione e la conseguente crescita dei flussi di investimenti diretti esteri verso molti dei Pvs. Ma il vero cambiamento di prospettiva sembra essere avvenuto negli ultimi anni con la crescita di un fenomeno antico, ma totalmente nuovo nelle sue proporzioni: quello delle rimesse degli immigrati.
* Articolo pubblicato anche su affarinternazionali.it


Fenomeno in crescita

Nell’ultimo decennio il volume delle rimesse è cresciuto rapidamente, di pari passo con la crescita dei flussi migratori regionali e globali e con la progressiva apertura e integrazione dell’economia mondiale. Nel 2006, secondo le stime elaborate in uno studio congiunto dell’International Fund for Agricultural Development (Ifad) delle Nazioni Unite e dell’Inter-American Development Bank (Idb) pubblicato nel 2007, i lavoratori emigrati nei paesi sviluppati hanno mandato alle loro famiglie oltre 300 miliardi di dollari, circa il triplo del complesso degli aiuti forniti dagli stessi paesi sviluppati ai Pvs (che nello stesso anno ammontavano a 104 miliardi di dollari) e il doppio dei flussi di investimento diretto estero verso i Pvs (167 miliardi di dollari nel 2006).

Si tratta di un fenomeno sempre più rilevante quindi, e non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi per la funzione che le rimesse assolvono nell’economia che le riceve, soprattutto in rapporto agli aiuti tradizionali e agli investimenti esteri. Le stime sono abbastanza concordi nel confermare quello che appare intuitivo, ovvero che i soldi che arrivano dai parenti emigrati all’estero vengono spesi soprattutto in consumi di base (cibo, vestiti, piccoli acquisti, suppellettili, attrezzi, farmaci, elettrodomestici, migliorie alla casa), mentre circa il 10-20% viene risparmiato. Essi vanno quindi a sostenere modesti miglioramenti delle condizioni di vita (o di sopravvivenza) permettendo non di rado di distogliere i bambini dal lavoro minorile per mandarli a scuola, con effetti interessanti di investimento sul capitale umano. Le rimesse così sembrano assolvere alla funzione di strumento di sostegno alla povertà, lo stesso obiettivo di molti programmi finanziati attraverso gli aiuti bilaterali o multilaterali spesso lanciati parallelamente a programmi di riforme economiche. Con risultati tuttavia molto più efficaci perché saltano tutti i passaggi intermedi ed evitano tutta una serie di problemi legati a programmi gestiti dall’alto (individuazione degli strumenti, selezione del target, costi di gestione e burocrazia, non rispondenza agli effettivi bisogni della popolazione, ecc.).

 

Diversa efficacia

Le differenze tra rimesse e aiuti bilaterali tuttavia non si fermano qui. Mentre le prime, come abbiamo detto, agiscono sulle condizioni di vita delle famiglie, i secondi, quando non sono aiuti di emergenza (guerre, carestie, tsunami, ecc.), sono in genere in gran parte diretti a creare le condizioni per il miglioramento del sistema economico nel suo complesso attraverso la realizzazione di opere infrastrutturali, servizi di base (educazione, sanità), investimenti grandi e piccoli (dalle aree industriali al pozzo per l’irrigazione), programmi di sostegno all’apparato burocratico o di supporto allo sviluppo d’impresa, ecc. Intenti lodevoli i cui effetti, tuttavia, tardano in molti casi a manifestarsi nell’economia del paese destinatario mentre si manifestano spesso assai velocemente in quella del paese donatore attraverso appalti e commesse alle proprie imprese, esportazioni e delocalizzazione di imprese. Questo quando sotto la parola aiuti non si nascondano invece aiuti militari e vendita di armi o quando essi non rappresentino un modo per eliminare produzione in eccesso o stock di merci avariate o non più commercializzabili nel proprio paese.

La diversa efficacia, e in un certo qual modo trasparenza degli obiettivi, delle rimesse rispetto agli aiuti non deve tuttavia indurre a ritenere le une un sostituto degli altri e quindi a giustificare un eventuale disimpegno dei donatori verso i Pvs come quello al quale stiamo assistendo (solo nel 2007 gli aiuti sono diminuiti dall’8,4% rispetto al 2006). Come abbiamo detto queste due fonti di risorse finanziare, a cui si aggiunge quello degli investimenti diretti esteri, svolgono funzioni del tutto diverse, in larga parte non assimilabili tra loro. Le rimesse forniscono un sostegno diretto alle famiglie e agli individui in un modo che nessun programma di aiuto potrebbe fare, mentre gli aiuti servono, o dovrebbero servire, a migliorare il sistema e le opportunità che esso offre a quegli stessi individui. Accanto a questi due canali c’è poi quello degli investimenti diretti esteri che, pur con tutti i difetti e gli abusi e i fenomeni di sfruttamento riscontrati, incide invece sul piano delle imprese. Individui, imprese, sistema economico e istituzionale: tre ambiti diversi da raggiungere con strumenti diversi.

È su questa tripartizione che forse potrebbe essere utile ragionare, da un lato per riconsiderare gli obiettivi verso cui indirizzare una parte degli aiuti diretti ai Pvs, e dall’altra per introdurre misure per massimizzare l’impatto sulle famiglie del flusso di risorse proveniente dai lavoratori emigrati all’estero. Sul primo versante, in aree in cui le rimesse giocano un ruolo importante, potrebbe essere ipotizzabile mettere da parte programmi di dubbi utilità, o persino di sostegno diretto alla povertà, a vantaggio di progetti che offrano la possibilità di sfruttare al meglio le opportunità offerte dalle rimesse, quali ad esempio progetti di scolarizzazione per i bambini, di microcredito o di acquisto agevolato di strumenti per piccole attività produttive (attrezzi, concimi, macchinari). Sul secondo versante si dovrebbero considerare programmi per promuovere e sostenere la diffusione di canali formali di trasferimento del denaro e, laddove essi già esistono, la creazione di linee speciali di microcredito legate alle rimesse.

Che le azioni siano queste o altre, quello che comunque appare oggi essenziale è che si prenda atto dell’importanza che il fenomeno delle rimesse sta assumendo per molti Pvs e che lo si faccia non per diminuire gli aiuti, che anzi in un contesto di possibile crisi alimentare dovranno continuare a svolgere un ruolo rilevante, ma per far sì che tra gli obiettivi di questi ultimi vi sia anche quello di amplificare e moltiplicare gli effetti positivi delle prime. Non sostituzione quindi, ma complementarità.

 

Alessandro Spaventa

 

  Commenti (1)
Rimesse e Capitale Umano
Scritto da Giacomo Oddo, il 10-05-2008 11:33
Articolo interessante. Colpisce sopratutto il dato sulla dimensione delle rimesse rispetto agli aiuti. Sarebbe ancor più interessante collegare questa riflessione a quella sulla relazione tra Brain Drain (migrazione dei diplomati e dei laureati) e rimesse. I migranti più istruiti hanno infatto il più basso tasso di rimesse verso il Paese di origine, perché migrano spesso per un trasferimento definitivo, perché culturalmente perseguitati o perché riescono a portare con sé la propria famiglia. La progressiva chiusura delle frontiere verso i lavoratori meno qualificati a vantaggio di quelli più istruiti (che sono più utili in una economia della conoscenza e più facilmente assimilabili all'interno delle democrazie occidentali) porterà un inversione di tendenza nell'andamento delle rimesse?  
E se sì, come andranno rivisti i piani di aiuto?

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