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OLTRE LA “QUESTIONE SETTENTRIONALE”* E-mail
Federalismo
di Luciano Fasano, Marco Leonardi

parlamento_nord.jpgCon un certo fondamento interpretativo, taluni studiosi ed osservatori di cose italiane sostengono da tempo che l’unica vera questione nazionale sarebbe quella meridionale. Proprio per questo, prima ancora di interrogarsi sulla questione settentrionale, occorre rispondere ad una domanda preliminare: ma la cosiddetta questione settentrionale esiste oppure no?
*Articolo pubblicato anche su Europa del 7 maggio 2008

A nostro parere l’esistenza di una questione settentrionale sta nel fatto che il Nord del paese disconosce ormai sistematicamente, quanto meno dai primi anni Novanta, l’esistenza di una questione meridionale come la vera questione nazionale. E che, anzi, tende a contrapporvi una propria esclusiva questione nazionale come unica e vera priorità per il paese e per la sua crescita.
Il punto è che i cittadini delle regioni settentrionali avvertono un’assenza di attenzione della politica rispetto all’insieme di domande, aspettative e bisogni di cui essi sono portatori. Un’assenza che si traduce in quel distacco fra classe politica e società civile che all’indomani della polemica sui costi della politica ha trovato ospitalità in gran parte del paese ma che nel Nord, laddove la politica clientelare e il voto di scambio non premia, è particolarmente avvertito.

E’ poi chiaro che questo distacco, sotto il profilo politico, abbia prodotto conseguenze diverse. Il centrodestra, infatti, pur non riuscendo a costruire un modello di governo in grado di mediare in maniera soddisfacente il complesso degli interessi in campo, ha costruito uno schema di rappresentanza straordinariamente efficace sotto il profilo del consenso. Il centrosinistra, invece, non è stato nemmeno in grado di trovare una modalità di rappresentanza, scontrandosi con il rifiuto culturale prima ancora che politico dei cittadini del Nord. Il resto, è storia di oggi: il centrodestra conferma nel Nord la propria roccaforte, il terreno privilegiato del proprio insediamento politico-elettorale, sulla base di uno schema variabile capace di assicurare una solida maggioranza, in base ad una dinamica da vasi comunicanti, con il partito (nazionale) di Berlusconi che oggi retrocede e il partito (locale) della Lega che avanza.

Dal punto di vista economico, il Nord Italia ha subito in questi due ultimi decenni i due elementi salienti di trasformazione della realtà economica che caratterizzano tutte le economie sviluppate: la riduzione della dimensione d’impresa e la terziarizzazione dell’economia. A questi due fenomeni non ha però corrisposto la capacità della politica di dare un orizzonte strategico di riferimento. E questo perché politica ed economia, nel Nord, hanno viaggiato in questi anni su due binari profondamente diversi.

La piccola-media impresa che è stata il traino della crescita in questi anni – al contrario della grande impresa (e dell’università) – non è fatta di gerarchia e di anzianità di servizio ma di individualismo, di competenze personali e di innovazione. La competizione globale, peraltro, non ha regole definite di successo: imprese simili in tutto e per tutto (settore, dimensione, prodotto) si affermano sul mercato mondiale adottando strategie di competizione diverse riguardo a quali fasi della produzione esternalizzare, quali tecniche di distribuzione adottare, quali rapporti con fornitori, clienti e concorrenti adottare. Così ad un modello di convergenza di tutte le imprese verso le stesse tecnologie e le stesse regole di funzionamento è subentrato un modello di divergenza, in presenza di regole e istituzioni economiche che non si uniformano, con la globalizzazione che costringe le imprese a competere sfruttando ciascuna i peculiari punti di forza che riescono a costruire in piena autonomia. Ciò sotto il profilo della rappresentanza ha prodotto conseguenze molto importanti, poiché un contesto politico e istituzionale fatto di pratiche, istituzioni, valori e regole comuni è andato in crisi.

Quale può essere una proposta politica in grado di governare una situazione in cui i dipendenti votano come il datore di lavoro, contro un stato che si ingerisce e non valorizza la scelta di fare impresa? Come costruire un modello di rappresentanza e governo in grado di coniugare rappresentatività ed efficacia decisionale, producendo effetti virtuosi in grado di andare oltre il semplice accoppiamento di stati d’animo e linguaggi che negli ultimi venti anni ha permesso al centrodestra di proliferare senza grossa fatica al Nord?

Un primo punto importante è senza dubbio il ridimensionamento della presenza dello stato: una PA efficiente e un fisco snello per cittadini e piccole-medie imprese devono essere le prime indicazioni di governo di una politica capace di una nuova legittimazione. Occorre assecondare le tre forze principali della globalizzazione e creare le condizioni affinché i loro effetti positivi si riversino sui sistemi locali. La liberalizzazione del commercio: le imprese devono essere in grado di competere su mercati aperti. Una politica per le infrastrutture: le imprese devono poter sfruttare il vantaggio competitivo derivante da una riduzione dei costi di trasporto. Una politica per l’ICT: le imprese devono poter implementare le nuove tecnologie informatiche e della telecomunicazione nella progettazione e nei processi produttivi. Ed i cittadini, di conseguenza, potranno sfruttarne gli effetti di benessere positivi.

Un secondo punto concerne la piena attuazione del Titolo V e la realizzazione del federalismo fiscale. Senza credere ingenuamente che le intenzioni di voto possano modificarsi in conseguenza di una scelta istituzionale, e senza spingersi all’inseguimento della Lega sul terreno del regionalismo secessionista, la sfida di un federalismo equilibrato ed efficace, costruito attraverso una strategia di riunificazione nazionale (niente egoismi ma neanche sconti) che crei i presupposti per un quadro più chiaro di quanto gettito rimane sul territorio e niente più pagamenti a piè lista.

Individuata una nuova soluzione di governo fondata su questi due importanti pilastri, resta da capire se una politica di questo tipo possa fare da presupposto al rilancio del centrosinistra riformista, o se viceversa continuerà ad avere la meglio un’alleanza di un partito nazionale (PdL) con due partiti regionali (Lega e MpA), l’uno dei quali prende i voti spendendo i soldi per il Sud (a 100 miliardi di euro ammontano le risorse dei Fondi Strutturali Europei 2007-2013 per le regioni del Sud), l’altro protestando perché i soldi per il Sud sono troppi e spesi male. Del resto, fino a quando questa straordinaria contraddizione non sarà venuta a galla, l’alleanza elettorale che sostiene il centrodestra al nord sarà destinata al successo. E la questione settentrionale continuerà ad occupare le prime pagine dei giornali.

 

Luciano Fasano e Marco Leonardi

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