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MESI DIFFICILI PER LE BANCHE ITALIANE (NON DIVERSAMENTE DAL RESTO DELL’EUROPA) E-mail
Finanza
di Silvano Carletti
13 luglio 2012
bancheCome ogni anno in queste settimane, le relazioni di alcune importanti istituzioni (Banca d'Italia, Consob, ABI) consentono di precisare meglio la realtà con la quale si confrontano le banche italiane.  Per posizionare correttamente lo specifico italiano è opportuno richiamare alcuni aspetti dell’attuale contesto bancario europeo.
 
In primo luogo, quasi cinquanta gruppi bancari (nessuno italiano), colpiti duramente dallo scoppio della bolla finanziaria, devono la loro sopravvivenza ad un cospicuo intervento statale. Si tratta spesso di gruppi di dimensione assai rilevante, destinati ad un sostanziale ridimensionamento, sia per la dimensione dei problemi portati alla luce dalla crisi del 2007-09 sia per le condizioni poste da Bruxelles per concedere il via libera ai piani di salvataggio. Un esempio per quest’ultimo aspetto: nel Regno Unito, Lloyds Banking Group (ottavo gruppo europeo) è stata costretta a cedere attività e sportelli (oltre 600) che faranno dell’acquirente il settimo operatore del mercato retail inglese.
In termini di attivo questi circa cinquanta gruppi rappresentano orientativamente un terzo del sistema bancario europeo, una quota che è più probabile possa salire piuttosto che ridimensionarsi: solo in pochissimi casi la tutela pubblica è cessata o è stata ridimensionata; dopo gli interventi di ricapitalizzazione dei maggiori istituti di credito irlandesi, portoghesi e greci, pochi giorni fa, si sono poste le basi per un analogo intervento a beneficio dei numerosi istituti di credito spagnoli entrati in crisi per il negativo andamento del mercato immobiliare nazionale.
Un secondo aspetto del sistema bancario europeo che è opportuno richiamare è rappresentato dall’insieme di importanti problemi che, emersi con la crisi del 2007-09,  risultano “congelati” ma non risolti. Tra questi, non ultimo è quello delle cosiddette “attività di livello 3”, attività che, seppure prive di un effettivo mercato (e quindi di un reale valore), continuano ad essere iscritte in bilancio : per l’insieme dei 20 maggiori gruppi bancari europei queste attività (soprattutto di titoli strutturati emessi negli anni della bolla finanziaria) a metà 2011 ammontavano complessivamente a circa € 250 mld con un’incidenza sul patrimonio pari in media al 30% . Tra le banche italiane solo per una il problema ha una dimensione significativa, comunque pari a meno della metà della media prima citata. Viceversa, queste attività hanno ancora un peso rilevante per i principali gruppi statunitensi (l’incidenza sul patrimonio in 3 casi su 6 supera il 50%).  
È poi opportuno sottolineare che la quasi generalità degli istituti di credito del vecchio continente ha chiuso il 2011 con un risultato in flessione: solo 2 tra 14 dei principali gruppi europei registrano un incremento dell’utile, in un caso (Deutsche Bank) per effetto del modesto risultato dell’anno precedente, nell’altro caso (Hong Kong Shanghai Banking Group) per il forte rilievo dell’attività operativa nei paesi emergenti.
Si potrebbe andare avanti ancora a lungo. Ricordare tutto questo ha lo scopo di sottolineare che in questa fase storica è veramente difficile trovare “isole felici” nello scenario bancario europeo, contesti di mercato cioè immuni da problemi - congiunturali o, peggio, strutturali - di grande rilievo. 

Il difficile consuntivo delle banche italiane
Questa premessa di respiro europeo non mira a negare che la situazione delle banche italiane sia ricca di criticità. Il  2011 si è chiuso con una perdita di poco inferiore a €25 miliardi e conseguentemente un RoE, (rendimento del capitale) negativo (-9,2%). Al netto della svalutazione degli avviamenti - un intervento contabile molto rilevante  soprattutto per i gruppi maggiori - l'utile lordo consolidato risulta positivo (€ 4,9 miliardi) ma pari a meno della metà rispetto a quello dell'anno precedente e corrispondente comunque ad un RoE inferiore al 3%. 
Rispetto all’anno precedente, il flusso dei ricavi è risultato quasi invariato per i cinque gruppi maggiori  e migliorato in misura contenuta (+2,3%) per gli altri istituti di credito. Assumendo il totale degli attivi come punto di riferimento, i due insiemi di istituti hanno una dimensione aggregata quasi equivalente. Più marcata la differenza quando si considerano i costi aumentati del 3,5% per gli istituti di minore dimensione e del 6,6% per i gruppi maggiori.
A livello di risultato di gestione queste differenze portano ad una sostanziale conferma (+0,1%) del consuntivo del 2010 nel caso delle banche di minore dimensione e invece ad una flessione a doppia cifra (-11,3%) per i cinque gruppi maggiori.

Il deterioramento della qualità del credito: il problema al centro
Se la stasi dei ricavi e la crescita ulteriore dei costi sono problema rilevante, è però alla qualità del portafoglio prestiti che si deve guardare con particolare attenzione. Come già negli anni precedenti, gli accantonamenti e le rettifiche di valore determinati dal deterioramento della qualità del portafoglio prestiti hanno condizionato in ampia misura il risultato finale. Nell’ultimo triennio questa voce ha assorbito il 61% del risultato operativo, con una brusca impennata proprio nel 2011 (65%). Il problema ha una dimensione decisamente più grave per i gruppi di maggiore dimensione che a fine 2011 si posizionano al 71%, 15 punti percentuali al di sopra del resto del sistema. Nel 2011 il rapporto ha registrato per i gruppi maggiori un peggioramento particolarmente accentuato (ben 11 punti percentuali in più), per circa due terzi conseguenza della flessione del risultato di gestione, per il resto conseguenza  delle accresciute rettifiche di valore su crediti (+0,6 mld di euro rispetto all’anno precedente).
Nel bilancio della tipica banca italiana i prestiti rappresentano il 62% del totale dell’attivo. Le banche spagnole sono in una situazione simile (60%), quelle britanniche al 37% mentre sia le banche francesi sia quelle tedesche sono al di sotto della soglia del 30%
Alla fine del 2011 per l’insieme delle banche del nostro Paese i prestiti deteriorati erano pari al 10,8% del totale dei prestiti, 1,9 punti percentuali in più rispetto alla fine del 2010 e più che raddoppiati nell’arco di un triennio. I prestiti deteriorati sono prestiti che presentano problemi di rimborso di diversa gravità: sofferenze, incagliati, crediti ristrutturati, scaduti, sconfinanti. A fine 2011 i crediti deteriorati erano a livello di sistema pari a circa € 195 mld (di cui € 108 mld sofferenze e € 58 mld incagli).
Posto pari a 100 l’ammontare dei crediti deteriorati a fine 2011, 77 risultano di competenza delle imprese, 20 delle famiglie consumatrici, 3 dell’insieme degli altri settori. Questa distribuzione è sensibilmente diversa da quella che si ritrova a livello di finanziamenti totali ove il peso delle imprese (comprensivo delle famiglie produttrici) è pari al 55%, quello delle famiglie consumatrici al 22%, con il restante 23% rappresentato da amministrazioni pubbliche e società finanziarie. La coerenza tra questi due serie di dati è evidentemente data dalla diversa rilevanza dei crediti deteriorati per i diversi segmenti della clientela privata: prossimo al 20% nel caso delle imprese, intorno al 10% nel caso delle famiglie.
I dati sul deterioramento del credito alle famiglie riflettono inevitabilmente la non favorevole fase congiunturale. Alla fine del primo trimestre di quest’anno sul totale dei prestiti alle famiglie quelli segnalati con ritardi di pagamento risultano pari all’1,1%, quelli incagliati al 2,3%; il tasso di decadimento (flusso annualizzato delle nuove sofferenze rapportato allo stock dei prestiti performing a inizio periodo) risulta pari all’1,2%. La percentuale dei prestiti incagliati che nel corso del 2011 ha registrato un peggioramento (a fine periodo risultano cioè inseriti tra le sofferenze) è tre volte la percentuale dei prestiti incagliati per i quali si rileva un miglioramento di status (39% vs 13%; il restante 48% risulta confermato tra le partite incagliate).
Il problema del deterioramento del portafoglio prestiti delle banche italiane è soprattutto concentrato dal lato delle imprese. In Italia, più che altrove, non potrebbe essere diversamente. I finanziamenti erogati alle imprese, infatti, sono, più della metà dei prestiti totali delle banche (42% nella media dell’area euro) ed eccedono i prestiti alle famiglie del 45% (nell’eurozona il rapporto tra prestiti alle società non finanziarie e prestiti alle famiglie è pari ad appena 0,9).
Come le imprese sono la principale controparte degli istituti di credito così le banche sono il principale riferimento finanziario delle imprese: i prestiti bancari sono pari al  70% dei debiti finanziari delle imprese a fronte di un dato medio del 49,5% per l’eurozona e di valori anche più modesti per i principali paesi europei (30% Regno Unito, 39% Francia, 45% Germania). Inoltre, mentre in Italia l’intreccio banca–impresa si fa più stretto, negli altri paesi un accresciuto ricorso al mercato obbligazionario ha determinato una riduzione del ruolo delle banche. Nel nostro Paese i corporate bond costituiscono in media appena il 7% dei debiti finanziari e di fatto un’opzione percorsa con frequenza solo dai grandi gruppi.
Alla fine di marzo scorso i prestiti alle imprese che presentavano anomalie risultavano saliti al 19,3% del totale mentre il flusso delle nuove sofferenze risultava pari al 2,9%, in ulteriore rialzo rispetto al dato di dicembre 2011 (2,7%). Al di là di limitate  fluttuazioni congiunturali (diminuzione nella prima parte del 2011, rialzo dal terzo trimestre), il tasso di decadimento relativo alle imprese da oltre un triennio si mantiene su valori particolarmente elevati (2,6% nel triennio 2009-11).
Come per i prestiti alle famiglie, anche nel caso delle imprese si colgono segnali di un tendenziale peggioramento. La quota dei prestiti alle imprese iscritti a inizio 2011 tra le partite incagliate e trasferiti nel corso dell’anno nella classe di anomalia più grave è sensibilmente maggiore di quella dei prestiti che hanno registrato un miglioramento di status (23% vs 9%). 
I dati del credito rispecchiano una situazione delle imprese descritta come non brillante anche da altri dati: sul totale delle imprese industriali e dei servizi con almeno 20 addetti quelle che hanno chiuso il 2011 con un utile sarebbero solo il 57%; nei primi tre mesi del 2012, per la sedicesima volta consecutiva, il flusso dei fallimenti ha registrato un incremento (+4,2% a/a per l’insieme delle imprese, +8,4% per quelle del comparto dell’edilizia).
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