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TINA? LE ALTERNATIVE ESISTONO, MA NON VENGONO PRESE IN CONSIDERAZIONE E-mail
Politica e Istituzioni
di Sebastiano Fadda
13 luglio 2012
economiaE’ molto triste accorgersi che nonostante le riflessioni che gli studiosi e gli operatori economici compiono per valutare l’impatto delle manovre di politica economica sull’economia reale, per suggerire  possibili correzioni al fine di migliorarne gli effetti, i cosiddetti “policy makers” (principalmente, si può dire, i membri del governo) si rifiutano di entrare nel merito delle considerazioni svolte ed evitano di confrontarsi con la sostanza delle argomentazione addotte sia sul piano teorico sia su quello dell’evidenza empirica.

Ancor più deplorevole è però la possibilità, emersa con vera sorpresa in questi ultimi giorni, che alle critiche sollevate venga imputata  addirittura la responsabilità della crescita del differenziale nei rendimenti dei titoli di stato italiani, e vengano formulati inviti a non fare rilievi critici sulle manovre del governo perché “dichiarazioni di questo tipo, come è avvenuto nei mesi scorsi, fanno aumentare lo spread e i tassi a carico non solo del debito ma anche delle imprese, e quindi invito a non fare danno alle imprese”.
Ma in che mondo stiamo precipitando? Un mondo che ricorda quello in cui non bisognava parlar troppo della mafia perché ciò costituiva pubblicità utile alla mafia, o quello in cui criticare la politica governativa costituiva fattispecie di reato in quanto azione antipatriottica o “antipartito”!
In realtà è ormai più che una semplice ipotesi di studio che il divario tra i rendimenti si allarghi non nonostante, ma proprio a causa delle misure di politica economica (azioni ed omissioni, è bene precisare). Come potrebbe uno speculatore razionale non scommettere contro un paese che adotta soltanto misure che hanno come effetti certi l’accentuazione della recessione  e lo stimolo dell’inflazione, e come effetto quasi certo il peggioramento del rapporto debito/pil? Gli speculatori (che sono da ammirare per la loro professionalità, a parte ogni giudizio etico) non hanno certo bisogno che altri (studiosi o operatori) mettano in evidenza questi aspetti; se sono bravi li vedono benissimo da sé. E’ noto che agenzie di rating e speculatori fanno leva sulla mancanza di crescita, la corruzione e l’inefficienza complessiva del sistema Italia.  Non è tanto il livello del rapporto debito/pil a influenzarli.
E tuttavia, per poter ridurre l’onere del servizio del debito, oltre alle altre misure sono necessarie  anche misure di riduzione dello stock del debito (ma non col metodo della “doccia fredda”, come ha di recente sottolineato lo stesso Governatore della Banca d’Italia). Ma per raggiungere questo obiettivo occorre invertire la rotta.  E’ora di finirla con le false ideologie e i facili  “slogans per il popolino”  del tipo “è l’Europa che ce lo chiede” e con la sindrome di TINA (there is no alternative).
Purtroppo è vero che una certa Europa (quella dei ministri delle Finanze e delle istituzioni finanziarie e quella dove si scontrano gli interessi e i rapporti di forza degli Stati nazionali) concorda con questa falsa ideologia che non regge neanche davanti a un po’ di semplice aritmetica. Da ciò emerge un problema  acuto e urgente rispetto alla governance economica dell’Unione Europea; ma tuttavia nelle more di una soluzione, gli Stati nazionali possono usare ampi margini di libertà nel decidere le caratteristiche delle manovre economiche. L’Inghilterra, nella sua secolare saggezza,  non ha sottoscritto il “fiscal compact”; Il Financial Times ha dato ampia notizia (la stampa italiana no: non si sa mai: potrebbero formarsi delle strane idee nell’opinione pubblica!) della decisione francese di rastrellare 2,3 miliardi di euro attraverso un prelievo  una tantum sui patrimoni superiori a un milione 300 mila euro annui e su grandi banche e compagnie petrolifere e di elevare al 75% in via permanente l’aliquota marginale per i redditi superiori a 1 milione di euro annui e di imporre un tetto di 450 mila euro annui alle retribuzioni dei vertici delle Società controllate dallo Stato (come le ferrovie, i gruppi dell’energia nucleare, etc). Cameron, del resto, ebbe a dichiarare che pur dissentendo dagli orientamenti di Holland  riconosce ai francesi il diritto di perseguire le loro proprie linee politiche democraticamente decise.
La “assenza di alternative” è una profonda falsità. Ormai a livello di studiosi ed esperti nazionali ed internazionali, è stata messa in evidenza in numerose sedi  una gran mole di  diverse linee alternative di politica economica.  Nessuna alternativa, pare invece venga presa in considerazione in sede di governo. Sembriamo in presenza di due mondi che non comunicano, in presenza di un atteggiamento dogmatico da parte dei “policy makers”.  Ecco in estrema sintesi alcune linee di politica economica  alternative  sulle quali sarebbe   saggio ed urgente incominciare a lavorare e incamminarsi:
1. Intervenire sui mercati finanziari e sul ruolo della Bce. La tutela delle rendite finanziarie a qualsiasi prezzo per l’economia reale non può continuare ad essere l’obiettivo della politica economica.
2. Aumentare le entrate con misure diverse da quelle praticate fin’ora. Non tutte le misure di aumento del gettito hanno gli stessi effetti recessivi. A parte gli aspetti di equità, le diverse propensioni marginali al consumo vanno tenute presenti nella distribuzione della pressione fiscale.
3. Ridurre la spesa pubblica tagliando voci anche consolidate di spesa ingiustificata e
ingiustificabile. Non si può continuare ad erodere servizi sociali e investimenti pubblici necessari lasciando intatto o addirittura aumentando il malaffare e le rendite parassitarie ad ogni livello di governo e di sottogoverno.
4. Applicare misure per la crescita e non fare semplici invocazioni propiziatrici. Il “rigore” di cui abbiamo bisogno sta nella coerente combinazione di misure per la crescita, non in quella scriteriata misura (unanimemente giudicata come tale da premi nobel per l’economia di svariati orientamenti) del “pareggio di bilancio in costituzione”. La crescita aiuta il risanamento dei conti. La stessa sfiducia dei cosiddetti “mercati” nasce non tanto dalla dimensione del debito, quanto dalla assenza di crescita. La Germania ha rimesso a posto i suoi conti pubblici attraverso la crescita, e si è servita dei disavanzi per finanziare la crescita; noi ci serviamo dei disavanzi per finanziare le rendite parassitarie.
5. Praticare politiche reali sul lato dell’offerta; in particolare: allargamento della base produttiva e incremento della produttività. Esiste anche un ministero che dovrebbe farsi carico di ciò. Nessuno sembra rendersi conto che l’intero sistema industriale del paese si sta sgretolando giorno dopo giorno e che il processo rischia di essere irreversibile nel lungo periodo.
6. Realizzare politiche per il cambiamento istituzionale. Non mi riferisco tanto alle “riforme costituzionali”, quanto al cambiamento (opportunamente forzato) delle pratiche operative degli agenti economici. Corruzione diffusa, rent seeking, emarginazione del merito, clientelismo, illegalità, restrizioni della concorrenza, latrocinio istituzionalizzato (ciò che Giulio Sapelli ebbe a chiamare “cleptocrazia”) e così via costituiscono il marciume istituzionale da scrostare severamente senza indugi e senza furbesche finzioni.
7. Realizzare l’Unione europea non soltanto in termini di unione monetaria e mercato unico ma anche in termini di integrazione politica, restituendo le funzioni della politica economica (macroeconomica e di settore) agli organi comunitari che siano espressione della democrazia rappresentativa.

   Il Problema è ormai non più quello di individuare le strategie giuste per uscire dalla crisi, ma come fare per indurre i policy makers a prenderle in considerazione. Sarà a causa delle strutture della governance nazionale e europea, sarà a causa dei particolari interessi che verrebbero intaccati dalle giuste strategie per superare la crisi; il fatto è che “dum  Romae consulitur, Saguntum expugnatur”: mentre gli studiosi e gli operatori discutono in seminari e convegni di studio, i “policy makers” continuano imperterriti a prendere misure che affondano l’economia. Ancora il picco della recessione non è stato raggiunto, perché gli effetti di queste misure si dispiegheranno a pieno nel medio e nel lungo termine. Francamente ci dà un po’ fastidio che di tanto in tanto esponenti del governo ci vengano ad informare che “la crisi non è ancora finita”: lo sappiamo bene, forse meglio di loro, e sappiamo anche il perché.
  Commenti (1)
economia reale
Scritto da agan website, il 22-07-2012 08:36
Caro Fadda lei ha perfettamente ragione. Tuttavia ci troviamo a fare pronostici come alla vigila delle partite della nazionale di calcio. Tanti tifosi, tanti schemi di gioco. Ognuno Ŕ convinto che la propria formula sia la migliore. Purtroppo poi bisogna fare i conti con la realtÓ. Il fatto Ŕ che non c'Ŕ un serio dibattito sulla crisi economica e soprattutto non c'Ŕ un modo autorevole per escludere quelle soluzioni inaccettabili o dannose. Le alchimie non servono a nulla. Sono convinto che il mio Metodo semplice ed efficace - che ho esposto sul mio sito blog www.econ-agan.blogspot.com - Ŕ la soluzione aulica ed insuperabile. Una volta presa visione per˛ non bisogna ignorarla e continuare a presentare la propria per eccesso di personalismo! 
agan

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