Home arrow Politica e Istituzioni arrow LA CRISI OFFRE DAVVERO IL DESTRO PER REGOLARE I CONTI A SINISTRA?*
LA CRISI OFFRE DAVVERO IL DESTRO PER REGOLARE I CONTI A SINISTRA?* E-mail
Politica e Istituzioni
di Emilio Barucci
13 luglio 2012
crisi e sinistraA seguito di un interessante articolo di Mario Tronti, su l’Unità è fiorito un interessante dibattito sul superamento del dilemma delle due sinistre: quella di governo e quella contestatrice. Se irrisolto, questo dualismo rischia infatti di diventare il catalizzatore di un dibattito del tutto privo di concretezza (quello sulle alleanze) finendo gioco forza per evidenziare l’incapacità di governo della sinistra.

Se vogliamo uscire da questo dilemma, occorre dare conto di quella che è stata la sinistra negli ultimi venti anni, degli stravolgimenti che ha dovuto fronteggiare e fornire qualche indicazione per il futuro.

Cosa è stata la sinistra italiana negli ultimi venti anni? Nelle parole di Tronti e di Vendola sembra che quella  di governo sia stata poco autonoma, vittima delle suggestioni della terza via blairiana, addirittura succube del liberismo. Liquidare così l’esperienza di governo della sinistra appare ingeneroso e non fa i conti con la realtà. Questa interpretazione tralascia di ricordare i limiti dell’azione di governo della sinistra più radicale e non tiene conto di alcuni mutamenti che hanno cambiato il suo mondo di riferimento e di conseguenza messo in crisi la sua proposta.

Pensare che la fine del Berlusconismo e la crisi finanziaria creino le condizioni per regolare i conti con la cultura liberista infiltrata a sinistra sarebbe illusorio. La cultura liberista è stata infatti una risposta a cambiamenti della nostra società che non scompaiono dall’oggi al domani.

Occorre riflettere su almeno tre mutamenti. Il primo è che il blocco del lavoro perlopiù dipendente si è frantumato (precari, autonomi, piccoli imprenditori). Il conflitto capitale-lavoro ha perso di centralità. Questo ha portato alla perdita del blocco sociale di riferimento per la sinistra. Di pari passo la società si è articolata attorno ad una miriade di temi (ambiente, diritti civili, giustizialismo, localismo) che l’hanno resa complessa. Una moltitudine di individui che si attivano su questioni che assumono natura totalizzante. Sebbene la diseguaglianza sia aumentata, oggi si fanno battaglie che non sempre sono quelle classiche della sinistra.

Il secondo elemento è quello della sostenibilità delle conquiste sociali. Una società sempre più complessa ha dovuto fare i conti con bisogni crescenti e con insidie difficili da governare (invecchiamento della popolazione, concorrenza dei paesi emergenti). Questo ha portato all’accumulo di un ingente debito pubblico e, negli anni recenti, ad un arretramento rispetto agli standard di tutele e di welfare raggiunti negli anni ’80. L’insostenibilità delle conquiste sociali è stata un brusco risveglio: non siamo più di fronte ad un processo cumulativo senza arretramenti.

Il terzo passaggio è rappresentato dalla globalizzazione. Un fenomeno che non riguarda solo i mercati, anche le istituzioni di governo si sono globalizzate spesso senza regole mentre le forme di rappresentanza (partiti, sindacati) hanno segnato il passo. Accanto a queste trasformazioni abbiamo la rivoluzione tecnologica che ha contribuito al frantumarsi del blocco lavoro: le potenzialità del singolo sono enormemente cresciute, oggi ognuno può ben dirsi imprenditore di se stesso.

Questo mix di fattori ha creato i presupposti per una nuova centralità dell’individuo padrone delle proprie scelte, conscio dei suoi diritti, quasi arrogante. Se si vede il bicchiere mezzo pieno si parla di liberalismo, se lo si vede mezzo vuoto di individualismo. Di fatto la figura dello Stato è divenuta più distante, la rappresentanza dei partiti si è rarefatta, l’intreccio dei corpi intermedi si è indebolito. Il vero corto circuito degli ultimi venti anni è che questo assetto non si è rigenerato ed ha finito per lasciare l’individuo senza difese di fronte al mercato. Questo ha prodotto la degenerazione del liberalismo in liberismo: il mercato diviene nei fatti il luogo ultimo della mediazione sociale. In questo quadro, la sinistra di governo negli anni ’90 è stata sicuramente poco autonoma, ha proceduto a tentoni, ha fatto errori ma in larga misura non è stata succube dell’equivoco.    

Da dove ripartire? Mi limito a individuare tre pensieri di fondo. L’esperienza comunista e quella del cattolicesimo democratico portavano con sé un disegno salvifico per l’uomo. Questo disegno si è perso: il gioco politico si concentra solo sugli strumenti e non sul fine ultimo che è la persona. La sinistra deve riappropriarsi di questa dimensione ridefinendo l’insieme dei diritti che fanno la dignità di una persona e battersi per loro uscendo dalla logica delle battaglie di retroguardia e della vuota uguaglianza dei punti di partenza. Secondo, dal pieno riconoscimento della centralità dell’individuo non si torna indietro, su questo occorre essere coerenti non si può aprire sui diritti sociali e della persona e tirare il freno su quelli economici. Bisogna però recuperare la categoria tanto cara a Marx del ‘‘potere’’ che pregna ancora di sé i rapporti economici. Il mercato e le eteree autorità di regolazione non bastano, occorre un nuovo ruolo del pubblico, nuove forme di partecipazione e di rappresentanza che diano voce a chi è svantaggiato. Infine occorre fuggire l’idea che una società con più tutele sia garanzia di un futuro migliore: potremmo essere più uguali ma anche più poveri. La sfida si gioca ancora sul fronte della competitività, solo con la crescita avremo meno diseguaglianza. I mutamenti che abbiamo descritto non ci permettono di pensare all’Italia come un’isola felice da organizzare secondo il nostro ideale di giustizia sociale. Questa illusione di ritorno ai bei tempi andati sarebbe davvero un errore fatale che la sinistra non può permettersi.

* articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Unità
  Commenti (1)
Scritto da salvatore bragantini, il 13-07-2012 14:58
Per capire cosa Ŕ successo davvero, su questi temi, nel mondo negli ultimi 30 o 40 anni, segnalo lo splendido libro di Tony Judt "Guasto Ŕ il mondo" (Ill fares the land). 
Non concordo con Emilio Barucci sul fatto che l'uguagalianza dei punti di partenza sia "vuota". C'Ŕ tanto altro, ma questa resta una meta cui tendere, se si vuole che le nostre societÓ siano non dico eque, ma meno inique.

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >