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ACCORDO FISCALE RUBIK TRA ITALIA E SVIZZERA: DALL’EVASIONE AD UN’AUSPICABILE INVASIONE DI CAPITALI E-mail
Fisco
di Giuseppe Marino
06 luglio 2012
accordi italia svizzeraDopo il primo incontro del “gruppo di pilotaggio” italo svizzero dello scorso 24 maggio, in cui sono stati affrontati tutti i temi più spinosi che avvelenano i rapporti dei due Paesi (evasione fiscale e scambio di informazioni, accesso ai mercati finanziari, black list esistenti, la revisione della convenzione bilaterale per evitare le doppie imposizioni e l’accordo relativo all’imposizione dei lavoratori frontalieri), l’auspicio è che anche l’Italia, dopo la Germania, il Regno Unito e l’Austria, concluda con la Confederazione Elvetica un accordo Rubik, dal nome del famoso cubo rompicapo inventato dal professore ungherese Erno Rubik, che consenta ai due Stati contraenti di risolvere, con una buona dose di pragmatismo, l’oramai secolare problema dell’evasione fiscale prodotta in Italia ed esportata in Svizzera, e sbloccare così la definizione di tutte le altre controversie presenti sul tavolo.

Il punto di equilibrio tra i contrapposti obiettivi della trasparenza attraverso lo scambio di informazioni perseguito dall’Italia, da un lato, e la tutela del segreto bancario quale libertà fondamentale del cittadino impugnato dalla Confederazione elvetica, dall’altro, può essere stato trovato nell’applicazione di un prelievo alla fonte in forma anonima che abbia un effetto sostanzialmente equivalente allo scambio di informazioni.
Il meccanismo di funzionamento dovrebbe modellarsi sulla falsa riga di quelli previsti negli accordi già parafati: il contribuente italiano interessato dovrà comunicare per iscritto al suo intermediario finanziario svizzero in qualità di agente pagatore quale delle tre seguenti opzioni deciderà di adottare in maniera irrevocabile: 1) prelievo unico in forma anonima; 2) autodenuncia volontaria senza conseguenze penali; 3) chiusura del conto e trasferimento dei fondi in un altro Paese.  Nel caso di prelievo unico in forma anonima, l’agente pagatore svizzero (sostituto di imposta) sarà tenuto a rilasciare un certificato attestante l’avvenuto pagamento unico, il quale si considererà approvato se entro 30 giorni dalla sua notifica il contribuente italiano non dichiarerà per iscritto all’agente pagatore di non essere d’accordo. L’aliquota di questa imposta liberatoria è ovviamente oggetto di negoziazione, e ad oggi si può solo immaginare che sarà superiore al 7,5% (percentuale dell’ultimo scudo fiscale), oscillando tra il 21/41% inglese e tedesco, ed il 15/38% austriaco.
Certamente questo tipo di accordo destabilizza l’ordine della fiscalità internazionale ed europea come conosciuto finora per i seguenti motivi: (i) va oltre l’euro-ritenuta sul risparmio che oggi si applica solo sugli interessi e non anche sul capitale; (ii) va oltre le convenzioni OCSE contro le doppie imposizioni poiché nella classica ripartizione della sovranità impositiva tra Stato di residenza e Stato della fonte, qui lo Stato della fonte preleva e versa un’imposta con aliquote pari a quelle previste nello Stato di residenza, ma senza fornire informazioni; (iii) va oltre gli accordi OCSE sullo scambio di informazioni (TIEA) e le direttive comunitarie obsolete prima ancora di dare i loro frutti; (iv) anticipa la dichiarazione congiunta di Stati Uniti, Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito per implementare il modello FATCA americano a livello intergovernativo. Beninteso, non che questi strumenti di diritto internazionale tributario non serviranno più, semplicemente che la politica di contrasto all’evasione fiscale internazionale si giocherà sempre di più a geometria variabile, dando un colpo al cerchio ed un colpo alla botte.
Gli intermediari finanziari sono il delicato anello di questo ragionamento e devono porsi sia come sostituti internazionali d’imposta che come i “guardiani” della trasparenza finanziaria in prevenzione al riciclaggio di denaro eccezion fatta per il reato presupposto di evasione fiscale.
L’Europa rimane ancora alla finestra poiché invece di dare una risposta decisa ed uniforme a questa complessa ed affascinante “provocazione”, elevando al rango di “Euro Rubik” la proposta di modifica della direttiva sul risparmio in gestazione presso la Commissione UE, si è accontentata di vedere riconosciuto il principio in virtù del quale Germania, Regno Unito ed Austria, verseranno una parte delle entrate derivanti dalla regolarizzazione del passato in sostituzione dei mancati trasferimenti a Bruxelles in relazione all’imposta sul valore aggiunto.
Una volta regolarizzati gli averi patrimoniali per il passato, il contribuente italiano potrà continuare a detenere i propri capitali in Svizzera autorizzando l’agente pagatore al prelievo, sempre in forma anonima, di una ritenuta d’imposta sui redditi di capitale, redditi diversi ed interessi, conformemente all’accordo che sarà individuato e realisticamente equivalente alla ritenuta che sarebbe applicata in Italia sugli stessi redditi (ad oggi 20%). Il contribuente italiano potrebbe anche rinunciare all’anonimato e quindi al prelievo della ritenuta da parte del sostituto d’imposta svizzero, autorizzando lo stesso a trasmettere alla Amministrazione Federale tutte le informazioni necessarie perche siano inoltrate all’Agenzia delle entrate italiana. Ma difficilmente ciò dovrebbe accadere, perché rischierebbe di esporre il contribuente italiano ad una legittima attività di verifica su come ha formato nel tempo questi capitali non dichiarati.
Anzi, un sorprendente imprevisto che l’accordo Rubik potrebbe riservare è quello di agevolare inconsapevolmente l’esodo verso la Svizzera di capitali dichiarati i cui proprietari vedrebbero, nelle imposte anonime sui redditi da questi capitali prodotti, una liberazione dalla schiavitù dei complicati obblighi di monitoraggio valutario, ad oggi pesantemente sanzionati, e più in generale di ogni forma di “comando e controllo” da parte dello Stato. In effetti, se appare pragmaticamente accettabile l’idea di accontentarsi di una somma di denaro in cambio del segreto bancario, è foriera di conseguenze che devono essere oggetto di un’adeguata valutazione l’ipotesi di vedere sbiadirsi le informazioni oggi contenute all’interno dell’anagrafe tributaria.
Certamente può azzardarsi che anche qualora si trovasse una soluzione perché questi capitali non scompaiano dallo schermo radar dell’Agenzia delle entrate, non è inverosimile affermare che un accordo di tal fatta imporrà un ripensamento strategico di tutta l’industria del private banking in Italia che rischia di scomparire a vantaggio della piazza finanziaria elvetica, a maggiore ragione se si considera l’autorizzazione  che la Confederazione ha ottenuto dagli altri Stati contraenti affinchè le proprie banche possano prestare liberamente i servizi finanziari nel mercato tedesco, inglese ed austriaco.
In realtà, si vuole partire proprio da questa ultima riflessione per guardare al di là del pure importante  gettito fiscale che potrebbe derivare dall’accordo Rubik (le cui stime, tutte azzardate, dipendono dall’imponderabile numero di capitali ormeggiati in via anonima in Svizzera) e ragionare piuttosto sull’utilizzo dei capitali “liberati” dei quali difficilmente si registrerà un rimpatrio. Sono proprio quei capitali di cui l’economia italiana ha estremo bisogno più che dell’imposta liberatoria o dell’anticipo in acconto che la Svizzera concederà, e studiare una formula in virtù della quale possano essere immessi in circolo per far crescere le imprese italiane sollevandole dal nanismo di cui oggi sono patologicamente affette, consentirebbe all’Italia di portare a casa un accordo originale rispetto a quelli già conclusi dagli altri Stati UE; l’ambizione, cioè, è proprio quella di cogliere l’occasione del Rubik per trovare una soluzione che consenta di superare quella polverizzazione della struttura imprenditoriale italiana che alcuni (tra cui  il sottoscritto) ritengono essere proprio la causa principale dell’evasione fiscale che li ha generati.
In tal senso, ad esempio, approfondire la possibilità di costituire appositi veicoli di diritto svizzero armonizzati alle direttive europee, in cui fossero obbligatoriamente in tutto o in parte convogliati questi capitali liberati, con lo scopo regolamentato di agevolare la quotazione di imprese italiane o di investire in fondi italiani per le infrastrutture, direttamente o insieme ad altri attori istituzionali, quali ad esempio il fondo strategico italiano, potrebbe rendere il Rubik più commestibile anche a coloro i quali a tutt’oggi si imbarazzano a scrollarsi di dosso una visione ideologica e demoniaca dell’evasione fiscale. Insomma, dall’evasione un’auspicabile invasione di capitali di cui in questi tempi c’è urgente bisogno.
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