Home arrow Scuola e Università arrow L’UNIVERSITÀ DEGLI EVASORI MERITEVOLI
L’UNIVERSITÀ DEGLI EVASORI MERITEVOLI E-mail
di C. Greci, Massimo Paradiso
06 luglio 2012
universitaPremiare il merito; istituire prestiti variamente onorevoli; elevare le tasse universitarie, troppo basse e, si dice, pure regressive.

La litania è ricorrente. Recentemente Ichino e Terlizzese (2012), utilizzando i dati raccolti ed elaborati dalla Federconsumatori1, avrebbero mostrato che per l’anno 2010 gli studenti italiani con un Isee fino a 6.000 euro presentano in media un’incidenza del 15,6 per cento dell’ammontare della loro contribuzione rispetto al loro reddito medio di fascia; questa quota scenderebbe al 6,7 e al 5,8 per cento per le successive fasce fino a 10 mila e fino a 20 mila euro di Isee, per arrivare a meno del 5 per cento per valori superiori. Questa regressività sarebbe dunque fondata sulla bontà dell’Isee: il che implicherebbe che gli studenti universitari meno abbienti lo siano per davvero; e non siano invece figli di evasori fiscali, magari provenienti da nuclei familiari che, per posizione sociale e livello di istruzione, già garantiscono un vantaggio in termini di opportunità e rendimenti scolastici largamente osservati nel caso italiano (la probabilità di laurea risulta infatti dipendere dal livello di istruzione della famiglia di provenienza: Almalaurea 2010, 2011).
Risulta dunque centrale comprendere l’adeguatezza dell’Isee come strumento utilizzato dagli atenei italiani per misurare la condizione economica dei loro studenti, sulla cui base è poi graduato il livello di tassazione e di erogazione delle borse di studio. L’Isee è costruito nella logica di integrare i redditi Irpef dichiarati dai contribuenti con alcuni opportuni elementi patrimoniali, adeguati alla composizione e dimensione del nucleo familiare, e corretti con specifiche franchigie e detrazioni per quegli elementi, come la casa di abitazione, ritenuti di importanza primaria. Insomma, l’Isee sarebbe certo un indicatore migliore del reddito dichiarato: ma è il vario sistema di franchigie ed il peso attribuito al patrimonio (20 percento), peraltro eludibile nel caso delle imprese, ad indebolirne la finalità appiattendolo sui redditi dichiarati. È stato evidenziato (D’Apice, 2010; Ricci, 2004; Tondani, 2006; Pollastri, 2008; Tangorra, 2008) come l’utilizzo di  elementi patrimoniali come fattori correttivi del reddito Irpef non riesca infatti a contrastare le distorsioni generate dal sistema fiscale, favorendo di fatto i redditi sottoposti a discipline normative meno trasparenti. Dal Rapporto Isee 2010 risulta che il valore Isee mediano dichiarato da una famiglia di lavoratori dipendenti sia superiore del 22 per cento al valore presentato dai nuclei di lavoratori autonomi, ai quali pure si associa un’incidenza maggiore di redditi nulli dichiarati (quasi il 10 per cento contro l’1,6 per cento delle famiglie di lavoratori  dipendenti). Riguardo l’applicazione di questo indicatore nel caso dell’università, alcuni autori (D’Apice e Di Majo, 2006; D’Apice, 2010) mostrano come ai livelli più bassi di Isee2, e dunque di tassazione universitaria, appartengano numerose categorie che sembrerebbero non versare in un’effettiva condizione di bisogno (Tabella 1).

In particolare, il confronto tra i nuclei in cui il capofamiglia percepisce un reddito da lavoro dipendente e quelle famiglie con una prevalenza di fonti da lavoro autonomo (o dove il capofamiglia non dichiara alcun reddito) evidenzia una somiglianza nei valori medi degli elementi patrimoniali dichiarati mentre vi è un divario significativo nei livelli di reddito riportati: in media, infatti, i nuclei con capofamiglia lavoratore dipendente dichiarano il 38 per cento in più di reddito rispetto alle famiglie di lavoratori autonomi. Anche il caso dei nuclei in cui il capofamiglia dichiara un reddito nullo appare inverosimile: essendo associato a valori di patrimonio mobiliare superiori a quelli dichiarati da qualsiasi categoria professionale, ed a valori di patrimonio immobiliare ben superiori alla media. La possibilità per i redditi di impresa, da lavoro autonomo o professionale, di usufruire di particolari disposizioni normative, che permettono la dichiarazione di redditi Irpef pressoché nulli e l’esclusione dall’Isee dei beni d’impresa (che si aggiungono alla presenza delle franchigie sul patrimonio), rende di fatto inefficace la correzione patrimoniale. Queste evidenze mettono in luce l’inopportunità di un utilizzo incauto dell’Isee, tanto più nella consolidata assenza di controlli adeguati sulle dichiarazioni: è infatti il caso di ricordare che anche quando le università osservano dichiarazioni dubbie, la richiesta di controlli inoltrata all’agenzia delle entrate finisce lettera morta. Nel caso dell’università la regressività della tassazione sarebbe dunque più apparente che sostanziale, proprio per effetto dell’applicazione dell’Isee. E si capisce dunque che un innalzamento della tassazione universitaria per le fasce Isee più elevate rischierebbe di colpire non gli studenti provenienti da famiglie più abbienti, ma prevalentemente quelli provenienti da famiglie i cui redditi non possono essere evasi al fisco.
I gravi limiti dell’Isee, oltre che condizionare la distribuzione delle tasse universitarie (e non trascurabilmente l’erogazione delle borse di studio), inevitabilmente condizionerebbero qualsiasi iniziativa di riforma del sistema universitario, nella misura in cui essa preveda disposizioni legate alla condizione economica degli studenti. Le ricorrenti proposte di innalzamento della tassazione universitaria, magari finanziato come suggerito da Ichino e Terlizzese attraverso l’indebitamento (al di là di qualsiasi ragionevole dubbio sulla opportunità dei prestiti), rischierebbero di scaricarne l’onere su quelle categorie di studenti che ricchi sono solo per l’Isee, ma non certo per l’effettiva condizione reddituale e patrimoniale delle famiglie di provenienza. Ciò a meno che non si proceda (del che sempre si discute ma ancora senza esiti) ad una revisione delle franchigie e del peso dei patrimoni mobiliare ed immobiliare ai fini Isee; e non si realizzi contemporaneamente un sistema obbligatorio ed istituzionalizzato di controlli da parte dell’agenzia delle entrate su segnalazione delle università (come naturalmente di qualsiasi altro ente che utilizzi l’Isee). Quello che vale per le tasse universitarie vale poi anche per il caso delle borse di studio o di qualsiasi altro incentivo al merito, che fosse pure ed opportunamente collegato alla condizione economica dello studente: il ricorso all’Isee, per come è attualmente disegnato, si tradurrebbe in un premio all’evasione fiscale, sia pure accompagnata da meriti di studio.

Tabella 1. Indicatori della situazione economica dei nuclei con Isee inferiore a 12.000 euro
Anno Accademico 2003-04 - Università degli Studi di RomaTre

tab1-greci-06072012.jpg
*I nuclei familiari appartenenti alla prima fascia di contribuzione (sotto i 12 mila euro) ammontavano a circa 8 mila unità; ai fini della significatività dell'elaborazioni, è stata effettuata un'operazione di esclusione di alcune categorie sottoposte a discipline particolari (studenti indipendenti) o con risultanze poco trasparenti (nuclei impropri e studenti stranieri).

Fonte: D'Apice, Di Majo (2006)

Bibliografia
D’Apice C., Di Majo A. (2006), Isee. Un’analisi dell’efficacia in un contesto universitario, “La Rivista delle Politiche Sociali”, 3-4, pp. 373-395.

D’Apice C. (2010), Il disagio fiscalmente accertato, “In parti diseguali. Povertà e diseguaglianza nel Lazio”, M. Paradiso, V. Peragine (a cura di), Carocci editore, Roma.

Ichino A., Terlizzese D. (2012), Prestiti per studenti condizionati al reddito: Finanza pericolosa o gioco a somma positiva?,  working paper disponibile all’indirizzo:
http://www2.dse.unibo.it/ichino/new/research_progress/ichino_terlizzese_29.pdf .

Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali (2011), Rapporto Isee 2010, Quaderni della ricerca sociale, 6, Roma.

Pollastri C. (2008), L’ISEE: componente patrimoniale e benessere familiare, “Rapporto ISAE politiche pubbliche e redistribuzione”, pp. 91-121, Roma.

Ricci L. (2004), Isee: un’analisi della misura e dell’efficacia della sua applicazione, “La Rivista delle Politiche Sociali”, 2, pp. 197-215.

Tangorra, R. (2008), L’Isee: una riforma incompiuta, “La riforma del welfare. Dieci anni dopo la Commissione Onofri”, L. Guerzoni (a cura di), Quaderni di Astrid, Il Mulino, Bologna.

Tondani D. (2006), Una proposta di modifica dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE), “Economics Department Working Papers”, 2006-EP03, Dipartimento di Economia, Università di Parma.

1. Disponibili all’indirizzo http://www.federconsumatori.it/ShowDoc.asp?nid=20100915114452&t=news .
2. Nello studio si prende in considerazione l’anno accademico 2003/04 dell’Università degli Studi di RomaTre e i nuclei degli studenti con Isee fino a 12.000 euro (prima fascia di contribuzione).

  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >