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LA RIFORMA ACCIDENTATA E-mail
Lavoro
di Marco Leonardi
22 giugno 2012
riforma lavoroLa riforma del mercato del lavoro approntata dal governo Monti non cessa di suscitare critiche da parte di sindacati, Confindustria e anche alcuni osservatori tecnici. La riforma non è ancora interamente approvata: se lo sarà in fretta e con un minimo di emendamenti possibili, lo dovrà solo all’esplicita richiesta di Monti di arrivare all’ consiglio europeo di fine giugno con la riforma approvata.

Nessuno può dire con certezza se questa riforma avrà effetti benefici o meno sull’occupazione, non esiste una valutazione di una riforma del mercato del lavoro fatta ex-ante. Giustamente il ministro Fornero ammette che gli effetti e le difficoltà non sono tutte da subito evidenti e predispone un sistema di monitoraggio in modo da apportare correttivi in seguito: già questo mi sembra un’innovazione rispetto al passato.
Si può certamente dare invece una valutazione sui principi alla base della riforma. La riforma si basa su tre pilastri che si tengono l’un l’altro: tutti e tre sono ispirati a correggere le storture del mercato del lavoro rispetto all’esempio prevalente in Europa.
È sicuramente vero che la cassa integrazione straordinaria (CIGS) è stata usata in moltissimi casi per cessata attività dell’impresa e non per il suo ruolo originale di sostegno al reddito di lavoratori di imprese in temporanea difficoltà. Dal 2016 la riforma prevede la cancellazione della CIGS per cessata attività. In questo modo sarà impossibile gestire le crisi aziendali? Può essere, ma si afferma un principio giusto: in tutti paesi che hanno la CIG (in primis la Germania) il modo normale di utilizzarla è per coprire un temporaneo calo della domanda e non per la cessata attività dell’azienda. Per i casi di cessata attività c’è il sussidio di disoccupazione, che è universale e non discrezionale come la CIG.
E’ sicuramente vero che in Italia ci sono più di un milione di persone (per lo più giovani ma non solo) che sono impiegate in partite IVA fasulle che in altri paesi sarebbero dei contratti di tipo indeterminato. La riforma mette un freno al proliferare di queste partite IVA finte. La frenata è troppo robusta e si rischia di ridurre l’occupazione di queste persone? Può essere, ma delle due l’una: o si continua così (e quindi non ci si lamenti della precarietà dei giovani) oppure si fa un tentativo di cambiare.
È sicuramente vero che l’articolo 18 in Italia garantisce il reintegro automatico al lavoratore licenziato ingiustamente da cui la sostanziale assenza di licenziamenti individuali nelle imprese con più di 15 dipendenti e la contestuale riluttanza da parte degli imprenditori ad assumere con contratto a tempo indeterminato. La riforma corregge questa stortura del diritto del lavoro italiano e lo allinea alla normativa tedesca. Questa norma è stata molto criticata dai sindacati ma afferma un concetto molto importante: se le regole vanno cambiate vanno cambiate per tutti e non solo per le nuove generazioni, come di solito si fa in Italia quando ci sono da fare dei sacrifici.
La riforma è ben lontana dall’essere perfetta, molti dettagli dovranno essere cambiati, ma vediamo rapidamente quali erano le alternative. Lasciare tutto come era non sembra un’alternativa appetibile, eppure moltissimi, soprattutto le parti sociali, sembrano pensare che il mercato del lavoro funzioni benissimo così come è. Mettere un freno alla precarietà delle partite IVA finte senza toccare l’articolo 18 poteva essere un’alternativa? Mi sembra difficile pensare di rendere il contratto a tempo indeterminato il contratto di riferimento senza rivedere le leggi sul licenziamento in senso europeo. Indebolire l’articolo 18 solo dei nuovi entrati nel mercato del lavoro, senza toccare i diritti dei contratti in essere? Questa poteva essere sicuramente un’alternativa più semplice dal punto di vista politico, ma sposta il sacrificio interamente sule spalle dei più giovani e di chi cambia posto di lavoro (con un effetto tutto da valutare sul blocco della mobilità da un posto di lavoro protetto dall’articolo 18 ad un nuovo posto di lavoro senza articolo 18). Inoltre mi sembra difficile sostenere contemporaneamente che l’articolo 18 è questione di civiltà e che però per i giovani possiamo certamente cambiarlo.
Scartate le alternative, è chiaro che molte parti di questa riforma non basta enunciarle ma bisogna poi praticarle. I giudici cambieranno il loro orientamento verso un’applicazione dell’articolo 18 alla tedesca, secondo quanto indicato dalla volontà del legislatore? Le imprese utilizzeranno l’apprendistato invece della partita IVA come la riforma intende suggerire? La cancellazione della CIGS per cessata attività reggerà alle immense pressioni per la reintroduzione? Questo ancora non lo sappiamo. In ogni caso è difficile sostenere che questa riforma non cambia nulla ed è inutile: in realtà essa mette in discussione in primo luogo un equilibrio tra generazioni di lavoratori diverse. Tutto questo avrà un prezzo nella transizione ad un nuovo equilibrio. Si può eventualmente pensare a dei meccanismi per ridurre il costo dell’aggiustamento in tempi di crisi, ma bisogna lavorare un po’ tutti affinché il beneficio nel lungo periodo sia maggiore del costo.
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