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IL MERITO SECONDO IL MINISTRO PROFUMO E-mail
di Elena Granaglia
08 giugno 2012
meriti scuolaPromuovere il merito rappresenta un obiettivo indiscutibile delle politiche per l’istruzione, realizzato in misura ancora insoddisfacente nel nostro paese. Ben vengano, dunque, iniziative di stimolo. Nonostante gli intenti condivisibili, alcuni aspetti del pacchetto merito appena varato dal dicastero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Scientifica appaiono, tuttavia, controversi.

Mi riferisco alle disposizioni  relative allo “studente dell’anno”, il più meritevole fra i meritevoli nelle scuole superiori, rispetto al quale vorrei sottolineare alcune perplessità.
La prima concerne l’assunto soggiacente secondo cui sarebbe disponibile una definizione sostanzialmente univoca di merito. Al riguardo, è senz’altro vero che sarebbe lasciato alle scuole il compito di selezionare il più meritevole. La selezione avviene, tuttavia, sulla base di criteri ben specificati. Da un lato, è necessario superare l’esame di maturità con il massimo dei voti, 100 e lode. Dall’altro, un decreto ministeriale fornirà i criteri ulteriori di scelta.
Ora, le stesse competenze si prestano a valutazioni diverse, essendo un misto di sapere e di sapere fare composto da una miriade di elementi diversi. Emblematica è, ad esempio, la descrizione che fornisce Bignami (2008)1 di ciò che è richiesto per essere un buon suonatore di violino: avere basi innate; essere disposti fin da piccini a dedicare il grosso della giornata all’esercizio; avere una vasta cultura, peraltro, non solo in campo musicale ed una memoria tale da potere fare a meno di dovere leggere lo spartito; possedere “la sottigliezza di discriminazioni sensoriali ai limiti dell’impossibile” e “la capacità di modulare con la massima finezza lo scorrimento delle dita della mano sinistra sulle corde”; essere dotati di “ potenza fisica nel braccio e nella spalla destra…” Data questa realtà, se non si raggiunge il massimo su tutti i fronti, come definire il più meritevole anziché i diversi meritevoli? E’ più meritevole chi ha picchi in una competenza oppure livelli elevati in ciascuna delle competenze richieste?
Anche nella formazione scolastica, le competenze sono, poi, solo una componente del merito. La promozione della cittadinanza non è forse uno scopo della scuola? In caso affermativo, non dovrebbe trovare un qualche spazio, nella valutazione del merito, anche il tempo dedicato alla partecipazione ad attività pubbliche, incluse la gestione dei beni comuni, o  più complessivamente all’esercizio dell’azione disinteressata dedicata ad aiutare gli altri? Considerazioni simili valgono per la ricerca di vie espressive innovative. Ad esempio, perché non contare, nel merito, quella che, seguendo Nussbaum, è la capacità fondamentale di “essere in grado di usare l’immaginazione ed il pensiero in collegamento con l’esperienza e la produzione di opere auto-espressive, di eventi scelti autonomamente o di natura religiosa, letteraria, musicale e così via”?
Il merito, inoltre, è inevitabilmente influenzato dalle condizioni della famiglia e del contesto di appartenenza. Una studentessa che ottenga 98 provenendo da un contesto in cui la cultura ha scarso peso, le donne sono discriminate e/o condizioni economiche svantaggiate ostacolano la serenità del crescere potrebbe essere altrettanto meritevole di uno studente che ottenga 100 e lode, provenendo da tutt’altro contesto familiare. Questa, fra l’altro, è una preoccupazione cruciale al cuore della prospettiva dell’uguaglianza di opportunità, come ben sottolineato dai lavori, fra gli altri, di J. Roemer.
Infine, preoccupa che sia un decreto ministeriale a definire gli ulteriori criteri di selezione. In presenza di concezioni plurali di merito, una società libera non dovrebbe lasciare alle scuole stesse  la definizione di merito, al fine anche di permettere agli individui con concezioni diverse di merito di trovare la scuola più confacente?
La seconda perplessità concerne la sottovalutazione degli elementi di caso che potrebbero influenzare l’esame finale. Si è agitati, si ha subito un dolore, viene chiesta l’unica cosa che non si sa e non si ottiene la lode. E si perde l’unica chance di potere vincere: almeno, i campioni sportivi hanno la possibilità di riaffermare la propria bravura dopo una sconfitta.
La terza perplessità concerne la spettacolarizzazione dell’intero processo in cui il super-bravo viene pubblicamente riconosciuto di fronte agli occhi della comunità di tutti i meno bravi. L’idea soggiacente è, forse, che così facendo si incentivi il miglioramento della qualità media. Il rischio, tuttavia, è di motivare solo i più competitivi fra i più bravi, inducendo scoraggiamento e defezione in chi pur impegnandosi al massimo non riesce a vincere nonché un senso di superiorità e di distacco dagli altri che rischia di essere ingiustificato in chi vince. Non si dimentichino le pagine conclusive del libro di Young, Meritocracy, dove una folla inferocita alla fine si ribella contro i pochi super bravi che dovrebbe governarli.
L’insieme di queste affermazioni non vuole in alcun modo mettere in discussione il ruolo del merito nell’istruzione e, pur invocando altro, neppure vuole condurre alle posizioni sterili che spesso caratterizzano il “benaltrismo”. Il merito esiste e va premiato. Nelle misure relative allo studente  dell’anno, il merito rischia, però, di svilirsi nella vittoria di un quiz televisivo che laurea il supercampione di fronte alla grande platea di chi guarda. Promuovere il merito dovrebbe, al contrario, significare promuovere in tutti gli studenti un impegno costante verso il miglioramento di ciò che si fa, qualsiasi sia l’attività che sta a cuore, in quanto individui inesorabilmente diversi, ma uniti dalla consapevolezza di ciò che dobbiamo a noi stessi e agli altri (a chi ci ha preceduto, chi ci accompagna e chi si vivrà dopo di noi).  
Peraltro, i paesi che più valutano il merito nell’istruzione hanno nulla di simile a quanto prospettato per il nostro paese. Harvard e le migliori università americane considerano certamente il voto di esami basati su accezioni sostanzialmente univoche di merito, come i test standardizzati. La richiesta è, tuttavia, solo di una soglia minima, i voti dei test sono considerati insieme alla più complessiva carriera scolastica e ad una pletora di altri elementi di merito relativi alle attività al di fuori del curriculum scolastico. I voti, inoltre, sono rigorosamente privati: i risultati dei test standardizzati, ad esempio, arrivano in busta sigillata indirizzata allo studente così come nessun voto è mai spettacolarizzato di fronte al pubblico.

Cfr. Bignami, G. 2008, “Talento”, Rivista delle politiche sociali, numero monografico dedicato a Il merito: talento, impegno, caso p. 233-250 e sulla stessa linea Sennet, R. 2004, Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali, Il Mulino, Bologna.  235-236. Bignami stesso porta l’attenzione sulla distinzione fra sapere e sapere fare.
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