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SU ALCUNE (PIUTTOSTO OVVIE) PECULIARITÀ DEI DIPENDENTI PUBBLICI E-mail
Pubblica Amministrazione
di Bernardo Giorgio Mattarella
30 maggio 2012
pubblico impiegoI dipendenti pubblici devono poter essere licenziati come quelli privati? È giusto estendere al settore pubblico le nuove regole sul lavoro privato? Nell’impiego pubblico ci sono ingiusti privilegi, ai quali rimediare con la piena equiparazione al lavoro privato? Non è così semplice. Ci sono differenze strutturali e ineliminabili, che consigliano prudenza.

Continuano a susseguirsi, in varie sedi e a vari livelli, proposte volte a estendere ai dipendenti pubblici le nuove norme sul lavoro privato. Può essere utile, allora, segnalare alcune peculiarità dei dipendenti pubblici, che sono ovvie, ma sembrano sfuggire a molti.

1. La nuova disciplina del lavoro privato ha, tra i suoi scopi, quello di favorire l’occupazione: l’impossibilità di licenziare induce i datori di lavoro a non assumere, la flessibilità può indurli ad assumere. Questo problema non esiste nel settore pubblico: non si è mai visto un ministro, sindaco, dirigente amministrativo o presidente di ente pubblico che non volesse fare nuove assunzioni. Se le amministrazioni pubbliche ricorrono ai contratti a tempo determinato e al lavoro precario, non è perché non vogliono assumere, ma perché non possono farlo, per via dei blocchi delle assunzioni disposti ormai permanentemente dalle leggi finanziarie.
2. Per ragioni analoghe, la tutela contro i licenziamenti illegittimi non può funzionare nello stesso modo nel settore privato e in quello pubblico. Per un imprenditore l’indennizzo al dipendente ingiustamente licenziato è un buon deterrente, perché i soldi sono suoi; per il politico che licenzia un funzionario sgradito non lo è, perché i soldi sono nostri. È per questo, per esempio, che la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità di una legge della Regione Lazio che prevedeva un indennizzo, a carico della Regione, per i dirigenti vittime di un illegittimo sistema di spoils system: troppo comodo, fare un danno e poi risarcire con i soldi pubblici.
3. Secondo l’ultima edizione del Government at a Glance dell’Ocse, in Italia i dipendenti pubblici sono meno del 15% della forza lavoro. Un po’ meno che negli Usa, dove le funzioni amministrative sono molto meno ampie (si pensi alla sanità). Nel Regno Unito sono circa il 17%, in Francia il 22%, in Svezia il 26%. Non c’è, quindi, un problema di dimensione. C’è, semmai, un problema di distribuzione: le scuole riducono gli orari di lezione, ma gli assessorati rimangono affollati; le aziende sanitarie riducono le ambulanze, ma reclutano personale amministrativo. Non c’è bisogno di licenziamenti, ma di mobilità e di efficienza nella spesa.
4. Naturalmente, ci sono eccedenze di personale in singole amministrazioni. Ma c’è anche una disciplina legislativa che consente di farvi fronte, attraverso la mobilità (anche non volontaria), il collocamento in disponibilità e l’eventuale estinzione del rapporto di lavoro (art. 33 ss., d.lgs. n. 165 del 2001: è la disciplina richiamata dal tanto criticato accordo tra il Ministro della funzione pubblica e i sindacati).
5. I dipendenti pubblici hanno – o dovrebbero avere – vinto un concorso, per il quale hanno studiato e nel quale hanno investito. Questo non significa che hanno guadagnato una garanzia di occupazione per la vita, ma vuol dire che meritano di lavorare più di chi è stato assunto senza merito e senza fatica. Indubbiamente, anche molti datori di lavoro hanno meccanismi di selezione rigorosi e selettivi, ma nel pubblico impiego la serietà della selezione è un principio costituzionale. Se proprio si deve licenziare qualche dipendente pubblico, allora, si cominci da quelli che sono entrati nell’amministrazione senza concorso.
6. I dipendenti pubblici hanno pregi e difetti, vantaggi e svantaggi rispetto ai dipendenti privati. In alcuni periodi le loro retribuzioni corrono più di quelle private, in altri – come quello attuale – si fermano e, in qualche caso, diminuiscono. Hanno anche qualche dovere in più, che deriva dalla Costituzione, e qualche forma di responsabilità in più (qualcuna alquanto remota, come quella penale, qualcun’altra molto concreta, come quella di fronte alla Corte dei conti). Ultimamente si tende a sottolineare soprattutto i loro privilegi, ma si dovrebbe tenere conto dei sacrifici già fatti. Le ultime manovre finanziarie hanno introdotto risparmi soprattutto sulle spese di organizzazione e di personale, con riduzioni di stanziamenti e tagli lineari: cure dimagranti piuttosto rozze, a volte utili, comunque foriere di disagio per il personale.
7. Ci sono anche i licenziamenti disciplinari, per i quali qualcuno reclama maggiore severità. Ma la severità è già stata introdotta dalla riforma del 2009, che ha imposto con legge varie ipotesi di licenziamento disciplinare, con previsioni che si sostituiscono e si impongono a quelle dei contratti collettivi. È, di conseguenza, una disciplina ben più severa di quella del lavoro privato. È veramente difficile pensare di renderla ancora più severa.
8. Per i datori di lavoro privati è relativamente facile individuare e premiare i dipendenti migliori. Per le pubbliche amministrazioni, soggette a condizionamenti sostanziali e oneri procedurali, è molto più difficile. La legislazione recente ha introdotto nuovi meccanismi di valutazione dei rendimenti, per premiare i dipendenti più efficienti e sanzionare quelli meno efficienti. Però, in assenza di risorse finanziarie, si valuta – o ci si prova – senza premiare. Quando manca la carota, è bene non esagerare con il bastone.
9. C’è, infine, la differenza più importante, che ha a che fare con un principio costituzionale spesso ignorato da chi non conosce la pubblica amministrazione, sempre più apprezzato da chi ci vive: l’imparzialità. I dipendenti pubblici non hanno un solo datore di lavoro, ne hanno due: non ci sono solo i vertici delle amministrazioni, ma anche i cittadini. E il licenziamento può diventare un modo per far prevalere gli interessi di parte e per punire i dipendenti imparziali. Nessuna legge ha mai vietato di licenziare i dipendenti pubblici. Spesso il problema è quello inverso: tutelarli dalle pressioni indebite.

Come si vede, ci sono molte ragioni che consigliano prudenza prima di sbilanciarsi sull’equiparazione tra pubblico e privato. Trattare in modo uguale situazioni diverse non è un’applicazione, ma una violazione del principio di eguaglianza.
  Commenti (3)
Scritto da Danilo D'Antonio, il 19-12-2012 08:45
Nel comune interesse, mi permetta di riferire che il processo di democratizzazione, già avviato in epoca monarchica con una prima introduzione delle elezioni politiche, con l'avvento della Repubblica avrebbe dovuto estendersi anche alla Funzione Pubblica. I pubblici impieghi non sono semplici posti di lavoro ma detengono sempre una certa dose di potere pubblico. Essi sono parte di quella Res Publica conquistata dal popolo divenuto sovrano. Avrebbero quindi dovuto anch'essi, come i ruoli di governo, venire periodicamente restituiti al popolo per essere riassegnati ad altri cittadini aventi i necessari requisiti. 
 
Senonchè una politica nata marcia ha fatto sì che il pubblico impiego continuasse ad essere assegnato a vita. E' qui il vero problema delle "moderne" società, che si dichiarano democratiche ma lo sono ancora solo in piccola parte. Non soltanto i politici ma anche i pubblici dipendenti devono tornare alle loro case per permettere un generale rinnovo partecipativo. Le luci dei media illuminano i politici e noi ci focalizziamo su di essi. Ma è nel buio che si nasconde il vero problema, non solo nostro ma del mondo intero: un mare di inamovibili statali, 3.200.000 nella solo Italia, i quali hanno di fatto più potere degli stessi governanti. 
 
I governi devono sempre fare i conti con loro, con gli statali. 
I governi cambiano, gli statali restano, da veri tiranni quali sono. 
 
Sono gli statali, seguendo l'antico disegno politico del re e del duce, ad impedire ai cittadini di accedere alla loro stessa Res Publica, a mantenere separato il popolo dal suo stesso potere, ad imprigionare la cultura ed ogni altro importante aspetto della vita. Sono gli statali a farci credere che la democrazia sia un fatto inerente le sole decisioni e non innanzitutto le onnipresenti mansioni pubbliche. Sono gli statali ad erigere una nera muraglia intorno ai governi tale che i politici, facilmente corrotti da cricche, lobby, mafie e potentati, possono fare il peggior comodo che vogliono. Sono gli statali ad impedire la presa di coscienza che il tipo di funzione pubblica influenza fortemente l'operato dei governi. 
 
Precisamente: 
 
- circondati da assunti a vita o da operatori privati, i Governi tendono a divenire autoritari. 
- avendo attorno coinvolti cittadini che si alternano, i Governi tendono a divenire autorevoli. 
 
Oggi si pretende cambiare la società concentrandosi sulla politica. E' però irrazionale credere che la politica possa cambiare rimanendo circondata da una Funzione Pubblica in mano ad una casta di autoritari, presuntuosi e prepotenti statali. Anche quando i migliori ideali progressisti venissero presi in considerazione, la politica se ne servirebbe per perseguire i sempre medesimi scopi di tutela delle Elite a scapito della popolazione. Solo cambiando tipo di Funzione Pubblica la politica potrà cambiare realmente. Perché la prima fornisce alla seconda un fondamentale imprinting. Solo democratizzando le Funzioni Pubbliche l'Italia ed il mondo potranno evolvere ed uscire da queste paludi. 
 
LA ringrazio per l'attenzione ed auguro ogni buona cosa. 
 
Danilo D'Antonio 
 
 
p.s.: una recente ricerca premiata col Nobel (ad Elinor Ostrom), conferma che i beni comuni (ed il pubblico impiego tale è) sono gestiti meglio dai legittimi proprietari (i cittadini) che non dagli statali o da operatori privati para-statali.
dipendenti pubblici
Scritto da stefano delbene, il 31-05-2012 21:21
Con tutto il rispetto per il Prof. Mattarella, mi sembra che le sue argomentazioni, anche quelli condivisibili, rispecchino, più che un'analisi oggettiva, una modalità difensiva tipica dei dipendenti pubblici, del tipo "noi dipendenti pubblici non siamo come ci dipingono, anche noi contribuiamo al benessere della collettività, quanto i dipendenti privati". 
Io credo che, invece, l'attuale dibattito sull'equiparazione fra i due tipi di inquadramento potrebe rappresentare un'occasione per fare un'analisi più realistica dei problemi del dipendente pubblico e della sua crisi di legittimazione (peraltro tipica della socità italiana). In sostanza credo che andrebbe messo a fuoco quello che resta, a mio pare, il principale problema del pubblico impiego, ossia la sua dirigenza.
qualche differenza tra impresa privata e
Scritto da Fernando Di Nicola, il 30-05-2012 14:56
Aggiungerei due peculiarità essenziali dell'Ente pubblico e del suo management, che rendono sconsigliabile l'attribuzione degli stessi poteri di licenziamento del privato: 1) l'Ente pubblico non rischia capitali propri, e può permettersi scelte inefficienti (ad es. fondate su antipatie, simpatie o interessi personali) senza pagarne il prezzo; 2) gli Enti pubblici in genere non operano generalmente in un mercato concorrenziale che invece, di nuovo, punisce l'inefficienza delle scelte, anche in tema di personale.

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