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“LE STESSE COSE RITORNANO”: QUELLO CHE NON VA NELL’APPROCCIO ALL’EURO E-mail
Europa
di Francesco Farina
30 maggio 2012
approccio euroIl vertice dei ministri economico-finanziari europei della notte del 23 maggio si è concluso con la consueta dichiarazione di ineludibilità dei vincoli del Fiscal Compact, con un’apertura sui “Projectbond” e con la semplice inclusione nell’agenda del vertice “ufficiale” del 28 giugno del tema degli “Eurobond”.

Il giorno dopo, nella sua “Lezione Caffè” all’Università di Roma-Sapienza, Mario Draghi ha implicitamente escluso un obiettivo della BCE per il tasso di inflazione di medio termine più elevato del 2% (la modellistica econometrica indicherebbe una correlazione negativa fra inflazione e crescita) ed ha delimitato il raggio di azione della politica monetaria all’alleviamento dei problemi di liquidità e di capitalizzazione delle banche europee mediante le operazioni LTRO, ricordando fra le riforme urgenti la centralizzazione della regolamentazione bancaria. Questi due giorni hanno dunque sancito come né dalla politica fiscale né dalla politica monetaria ci si possa attendere un sostegno alla ripresa  economica dell’Eurozona.
Come si invertirà l’attuale tendenza alla “divergenza economica” europea?

Si può dire che l’euro nacque sull’onda di una scommessa. Nella valutazione prevalente fra gli economisti al momento della sua progettazione agli inizi degli anni ’90, l’unione monetaria europea (UME) non era giudicata un’”area valutaria ottima”. La previsione prevalente fu che i costi (essenzialmente, la fine delle svalutazioni competitive) si sarebbero rivelati in eccesso rispetto ai benefici (essenzialmente, la drastica riduzione del costo del danaro e la minore aleatorietà dei progetti di investimento).
Mundell (1961) giudicava improbabile che i vantaggi di efficienza legati all’accelerazione dell’integrazione economica ed alla accresciuta competizione fra i sistemi produttivi potessero compensare l’elevata esposizione al rischio di shock asimmetrici di paesi eterogenei. Successivamente ad uno shock negativo,. la rigidità del mercato del lavoro avrebbe impedito di ridurre il salario reale l’aggiustamento di mercato non si sarebbe realizzato e l’economia sarebbe entrata in recessione. In Europa, i paesi a più alta dinamica dei salari e più bassa dinamica della produttività del lavoro  (relativamente ai paesi “forti” come la Germania) avrebbero maggiormente sofferto dell’impossibilità di recuperare competitività attraverso il meccanismo di inflazione-svalutazione del cambio.
L’aspettativa di non-ottimalità dell’Eurozona non influenzò i politici, in quanto l’avvio nel 1991 del processo di unificazione monetaria culminato nella fissazione di tassi di cambio irrevocabili nel 1999 fu una decisione eminentemente politica promossa da Kohl e Mitterrand, che scaturì dallo “scambio” fra rinuncia al marco tedesco ed avallo alla riunificazione delle due Germanie. Paradossalmente, anche gli economisti ortodossi sostennero il progetto, attratti non tanto da un’Unione Europea sempre più integrata quanto dai cambiamenti strutturali da loro da tempo auspicati. Infatti, per varare la moneta unica si sarebbero finalmente realizzate in gran numero privatizzazioni e liberalizzazioni dei mercati, la politica monetaria sarebbe stata rigorosamente anti-inflazionstica e la politica fiscale rivolta al ridimensionamento dei deficit e debiti pubblici, con la rinuncia alle manovre discrezionali di segno espansivo.
Inoltre, Mundell, Premio Nobel per l’Economia nel 1999, aveva corretto l’iniziale giudizio negativo sulla moneta unica in Europa, sottolineando come le probabili fasi di congiuntura negativa delle economie più deboli sarebbero state sostenibili anche dopo la perdita dello strumento di politica valutaria. Infatti, la liberalizzazione dei movimenti dei capitali avrebbe permesso un costante flusso di capitali verso le economie più arretrate e la fine del rischio di cambio avrebbe assicurato una più facile gestione dei portafogli dei risparmiatori. I timori sull’investimento dei risparmi nelle deboli economie dei paesi della Periferia venivano nell’analisi di Mundell fugati dalla diversificazione del rischio: le perdite sui titoli delle imprese dei paesi deboli sarebbero state compensate dai guadagni su quelli dei paesi forti; a garantire poi la solvibilità fiscale dei governi avrebbe provveduto la BCE, attraverso la credibilità che la denominazione nella nuova valuta avrebbe conferito al debito. Le conseguenze negative degli shock asimmetrici erano quindi affrontabili anche dalle economie periferiche. Il sostegno all’avvenuta decisione di varare l’euro venne infine razionalizzato con l’idea rassicurante che il computo costi-benefici andasse fatto tenendo conto del mutamento strutturale, e calcolato in base a modelli macroeconomici dove i coefficienti delle variabili considerate fossero quelli ex post (per ipotesi, migliori) e non quelli ex ante (si veda Frankel e Rose, 1998).
L’ottimistica previsione di Mundell non ha finora trovato conferma. L’incentivo all’attività di investimento rappresentato dalla forte riduzione del costo del danaro (per la fine del rischio di cambio e la sostanziale riduzione del premio sul rischio di default) non ha dato i frutti sperati, neppure negli anni iniziali dell’Eurozona (1999-2006) che hanno preceduto la crisi finanziaria e la successiva Grande Recessione.  E’ vero che l’integrazione finanziaria ha visto le banche del Nord Europa acquistare attività emesse sia del settore pubblico che da quello privato dei paesi della Periferia, che fino al 2005-06 hanno conosciuto i tassi di crescita più elevati. Ma ciò ha solo creato l‘illusione delle virtù miracolose della ricetta supply-side: più liberalizzi i mercati, riduci le tasse e ridimensioni il sistema di protezione sociale, più sprigioni le forze progressive dei mercati. In realtà, la carenza di capacità imprenditoriali nei settori tecnologicamente avanzati fece sì che nella Periferia dell’Eurozona l’espansione degli investimenti favorita da bassissimi tassi di interessi reali si concentrassero nei settori finanziari ed immobiliari. Il forte processo di integrazione finanziaria avvenuto all’interno dell’Eurozona non ha prodotto lo sperato rafforzamento dei fattori di crescita delle economie periferiche, rimanendo solo una tessera del più generale fenomeno della globalizzazione. Inoltre, ci troviamo oggi di fronte ad un’inversione di tendenza dell’integrazione finanziaria in Europa. Le operazioni della BCE di rifinanziamento delle banche (le LTRO) hanno avuto l’effetto di favorire una “rinazionalizzazione” del debito pubblico dei paesi dell’Eurozona e dei capitali bancari.
Vale allora la pena ricordare come, negli ultimi due decenni, soltanto due paesi – a partire dai primi anni ’90 l’Irlanda, un po’ di anni più avanti la Spagna – sono stati capaci di tradurre in realtà il catching-up previsto dalla modellistica della convergenza economica. Sono però questi i paesi dove la “rincorsa” ai reddito pro capite dell’ “Europa avanzata” ha fatto leva non tanto sull’efficienza dinamica quanto su fattori trainanti particolarmente fragili quali le “bolle” immobiliari e bancarie (ed in Irlanda anche la competizione fiscale). E sono di nuovo questi i paesi (la Grecia è un discorso a parte) dove la crescita e la convergenza economica sono state colpite a morte dallo shock macroeconomico originato dalla crisi finanziaria.
Le vicende europee dimostrano che in un’economia in cui l’adozione di una moneta comune con i paesi concorrenti sottrae al tasso di cambio reale (l’indicatore della competitività) la “valvola di sfogo” dell’accomodamento nominale non riesce a fare fronte ad uno shock sistemico.  La competitività delle economie “emergenti” sui mercati internazionali gode dei benefici del regime dei cambi flessibili vigente fra le principali aree valutarie. Del beneficio di opportune oscillazioni del cambio nominale non godono invece i paesi periferici dell’area valutaria europea, sicché l’aggiustamento di mercato (fuor di metafora, il drastico abbattimento dei costi di produzione attraverso la riduzione dei salari ed il ridimensionamento della forza lavoro stabilmente occupata) si rivela insufficiente a creare le condizioni per il ritorno alla crescita. Gli incentivi messi in campo dal libero mercato non si rivelano sufficienti, almeno in Europa, per realizzare il catching-up. I sistemi produttivi più deboli hanno bisogno della progettazione pubblica di un ambiente favorevole all’innalzamento della “produttività totale dei fattori”, ovvero ricerca tecnologica, istruzione e infrastrutture. Nell’ Eurozona, il sostegno di appropriate istituzioni comuni, avviando il passaggio dal coordinamento delle politiche fiscali indispensabile a “rassicurare” i mercati all’unione fiscale, non sembra più a lungo procrastinabile.
L’errore non è stato l’euro, ma la insufficiente struttura istituzionale che ha minato i potenziali benefici della moneta comune sulla crescita delle economie europee. Si è troppo a lungo ignorato che le istituzioni rivestono un ruolo fondamentale ed insostituibile nel contenere gli effetti degli shock ed accelerare il cambiamento strutturale delle economie. Questa grave sottovalutazione ha molto pesato allorché la crisi finanziaria ha messo a nudo tutte le pecche del disegno dell’Eurozona. Una volta affidata la creazione di moneta alla francofortese BCE, ed assoggettate le politiche fiscali al vincolo del PSC, dell’assenza di una sufficiente convergenza reale non ci si preoccupò. A contrastare eventuali shock esogeni ci avrebbe pensato la capacità di aggiustamento che i mercati liberalizzati avrebbero raggiunto grazie all’integrazione. L’adozione poco meditata dell’ideologia liberista fece così dimenticare che la convergenza nominale che ha portato all’euro in nessun modo rappresentava la garanzia di una spontanea realizzazione della convergenza reale, ovvero di un progressivo abbattimento del costo del lavoro per unità di prodotto (salario/produttività del lavoro) verso i valori delle più efficienti economie del Nord.
Oggi, di fronte alla grave crisi dei paesi della Periferia,  “le stesse cose ritornano”. I valori della dinamica del PIL – positivi in Germania e gravemente negativi nella Periferia – non sono soltanto la conseguenza del rientro dal debito pubblico generato dai salvataggi delle banche, ma dimostrano che il problema della convergenza reale fra le economie europee è ancora tutto da affrontare. Oggi, per uscire dalla crisi, occorrerebbero esattamente le stesse scelte di policy che si invocavano allora: una BCE che non fosse fotocopia della Bundesbank, politiche fiscali di stabilizzazione coordinate a Bruxelles; adeguati finanziamenti comunitari di sostegno allo sviluppo. Tredici anni fa, se fosse stato sorretto da un coordinamento istituzionale all’altezza dei complessi aggiustamenti reali che avrebbero dovuto accompagnare l‘introduzione dell’euro, i sistemi produttivi più deboli della Periferia sarebbero forse riusciti ad utilizzare l’abbattimento dei tassi di interesse e dei costi di transazione per accrescere l’efficienza produttiva; ed i governi (in primis, i paesi con un rapporto debito pubblico/PIL superiore al 60%, all’epoca solo Italia, Belgio e Grecia) a destinare le somme risparmiate grazie alla minore spesa per interessi prima alla decumulazione del debito pubblico e poi al finanziamento di investimenti in infrastrutture ed al miglioramento del capitale umano. Oggi, con il sistema bancario imballato dal deleveraging e la domanda interna depressa dal moltiplicatore negativo del bilancio pubblico, imprese e governi nazionali non possono sperare nelle sole “magnifiche sorti e progressive” dell’aggiustamento di mercato e del consolidamento fiscale. La ripresa della crescita nella Periferia, se ci sarà, sarà trainata dall’Europa unita.
  Commenti (1)
Grecia ed Europa ad un bivio
Scritto da Enrico Marelli website, il 27-06-2012 12:44
Speriamo che il vertice europeo del 28-29 giugno non si concluda come quello di fine maggio. Le analisi svolte nell’articolo di Farina sono condivisibili, inclusa l’enfasi sui problemi della convergenza reale e della crescita (auguriamoci che almeno su questo fronte le conclusioni del summit europeo non siano deludenti). Ci permettiamo intanto di condividere con i lettori di questa rivista un pezzo appena uscito su un blog del Politecnico di Atene. 
Dieci giorni or sono, il popolo greco è tornato alle urne per eleggere il proprio governo; l’esito delle elezioni era molto atteso perché era opinione comune che la futura evoluzione della loro economia e, probabilmente, di quella europea dipendesse da questi risultati. La scelta democratica tra una politica di rigore necessaria per controllare il debito greco (e rendere possibili gli aiuti europei) e la ribellione al peso dell’austerità, sentita come imposta dall’esterno, avrebbe determinato, in un caso, la possibile sopravvivenza dell’attuale configurazione geografica della “zona euro”, nell’altro il ritorno alla dracma e l’inizio di un periodo di forte instabilità finanziaria a livello globale e, nel peggiore dei casi, un effetto domino dagli esiti imprevedibili.  
Ricordiamo che i passati governi greci hanno sfruttato la complicità di istituti di certificazione anche europei che, chiudendo un occhio su un deficit reale che non sarebbe rientrato nei parametri di Maastricht, hanno avuto delle responsabilità nel mancato controllo dei conti pubblici del loro Paese. In queste analisi, nell’affrontare il problema con un’eccessiva enfasi sull’economia piuttosto che sulla politica, si è posto l’accento solo sul debito sovrano, dimenticando almeno altri due valori: il debito culturale e la solidarietà europea verso la Grecia.  
In primo luogo, in una visione che sia anche politica della crisi del debito non si può dimenticare l’immenso debito culturale che il mondo intero deve ancora saldare con quello ellenico. A cominciare dal termine geografico di “Europa” (•PÁÎÀ·) che, limitandosi alle fonti più antiche, compare nel primo libro delle Storie di Erodoto, negli Inni ad Apollo attribuiti ad Omero, e in Esiodo. Per proseguire con le radici stesse del razionalismo occidentale, la scuola ionica ed il sillogismo aristotelico. E con i capolavori della letteratura, i brani dell’Iliade letti su tutti i banchi di scuola d’Europa, appunto. Dovremmo in teoria pagare una royalty al governo greco ogni volta che “Europa” viene scritto sui documenti di Bruxelles, ad ogni ristampa dell’Odissea, per ogni riproduzione delle recite di Eschilo, Euripide, Sofocle, Aristofane nei teatri di tutto il mondo. Le case farmaceutiche dovrebbero versare diritti d’autore per ogni radice etimologica greca riportata nei principi attivi e sulle istruzioni d’uso delle confezioni dei medicinali. E rimborsare gli eredi di Fidia per l’ “intellectual property”, chiamata in causa per ogni nuova “scoperta” (in molti casi sciocchezze…) inventata dall’Information Technology, per ogni capitello dorico o corinzio copiato negli edifici di tutto il modo, a cominciare da Wall Street. Sarà una provocazione, ma ci aiuta ad introdurre un secondo concetto, troppo trascurato, quello di solidarietà europea.  
In una comunità politica che abbia trovato delle ragioni di unità di tipo culturale, linguistico, geografico, sia essa una regione, uno stato, un’unione di stati, esistono inevitabilmente delle disomogeneità economiche, dei ritardi e degli handicap che, nell’interesse del bene comune, vengono compensati secondo un principio di solidarietà. Esso è stato applicato in numerose occasioni, più o meno recenti, ad esempio al termine della seconda guerra mondiale quando, nell’interesse comune del blocco occidentale, anche ai principali responsabili della catastrofe, Germania, Italia e Giappone, furono riservate delle condizioni clementi, perfino nel saldare i debiti di guerra nei confronti dei Paesi aggrediti e danneggiati, Grecia compresa.  
Inoltre, accanto ai costi immediati derivanti da una logica di solidarietà stanno i benefici, diretti ed indiretti, di breve o lungo periodo, che si potrebbero anche quantificare sul piano economico. Dell’unione monetaria hanno beneficiato per un decennio tutti i paesi dell’area euro, grazie all’inflazione sotto controllo ed agli interessi contenuti sul debito pubblico di tutti i membri. Dell’attuale momento di sfiducia sulla capacità di ripagare il debito pubblico dei paese “periferici” (che il cinismo dei mercati ha brutalmente denominato ‘PIGS’, a volte scritto con due ‘I’ per includere anche l’Italia), sta beneficiando in particolare la Germania, che ha visto i tassi sul bund decennale diminuire nell’ultimo anno dal 3% a poco più dell’1% , con un risparmio che si può calcolare, nell’arco di alcuni anni, pari all’intero debito greco. Si ricordi inoltre il guadagno consistente che la Germania ha realizzato durante l’esistenza dell’euro in termini di interscambio e surplus commerciale, grazie al fatto che la maggiore competitività delle produzioni tedesche non è più stata contrastata dalle svalutazioni delle monete dei partner europei (che rappresentano ben oltre la metà dei mercati di sbocco delle esportazioni tedesche). Va peraltro aggiunto che la maggiore competitività deriva da un modello produttivo e sociale indubbiamente “vincente”: è questo modello – in aggiunta al rigore nei conti pubblici – che dovrebbe essere esteso a tutti i membri dell’Eurozona. 
Allargando ancor più l’orizzonte, tra i primi a segnalare l’errore storico compiuto nell’abbandono del principio di solidarietà vi fu, anche recentemente, Helmut Kohl, che fu tra i primi ad intuire la necessità di una unione monetaria europea per mantenere alla Germania ed all’Europa un ruolo da protagonista nella mutata scena mondiale. Ma se non riusciamo a riconoscere che l’anima dell’Europa, i suoi miti, il suo razionalismo, l’arte provengono in gran parte dalla civiltà della Grecia antica e che solo questo motivo sarebbe sufficiente per ristrutturare su basi veramente eque e solidali il debito di quel Paese, l’accanimento terapeutico attorno all’euro sarà inutile. Anche l’esito delle ultime elezioni, apparentemente favorevole per la sopravvivenza immediata dell’euro, sarà vano se la politica economica europea continuerà ad essere impostata secondo logiche e prospettive poco lungimiranti. 
Affinché il processo d’integrazione prosegua in Europa in modo proficuo anche in futuro, sarà anche necessario costruire una coscienza di cittadini europei per oltrepassare le visioni e gli egoismi nazionali. Questo compito deve essere realizzato a cominciare dalla scuola e dall’Università. Ci pareva ad esempio di essere sulla buona strada, con lo scambio interuniversitario di milioni di studenti grazie ai programmi Erasmus, il finanziamento di ricerche comuni, l’apertura del mercato del lavoro. Speriamo davvero di non esserci illusi. 
 
Enrico Marelli e Roberto Ranzi (Componenti della Commissione per i Rapporti Internazionali  
dell’Università degli Studi di Brescia)

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