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SUICIDI DA CRISI: QUALCHE DATO PER FARE CHIAREZZA E-mail
Economia reale
di Raffaele Lagravinese
18 maggio 2012
crisiL'acuirsi della crisi finanziaria, come ampiamente preventivabile, sta determinando il peggioramento delle condizioni economiche delle famiglie e delle imprese del nostro Paese. L’aumento della disoccupazione insieme alla stretta creditizia da parte degli istituti di credito e all’ingiustificabile lentezza, con la quale la pubblica amministrazione salda i propri debiti nei confronti dei propri creditori, stanno generando un crescente malcontento nella popolazione, che oramai troppo spesso si traduce in vera e propria disperazione e mancanza di speranza per il futuro.

Quando questa  disperazione raggiunge livelli particolarmente critici può anche sfociare in atti inconsulti come il sucido o in tentativo di suicidio. Numerosi infatti sono gli studi (Shu Sen et al., 2009; Stuckler et al 2009; per citarne solo alcuni)  che da anni analizzano il fenomeno dell’aumento delle vittime durante le recessioni economiche, identificando tali casi come “ suicidi da crisi”.
Leggendo le maggiori testate giornalistiche italiane sembra che il fenomeno dei suicidi per problemi economici stia crescendo sensibilmente anche nel nostro Paese. La scorsa settimana, addirittura, si è scatenata un’incresciosa bagarre tra il governo attuale ed il precedente, su a chi imputare la paternità delle vittime. A guardare con attenzione i dati però, qualcosa non torna. Se utilizziamo le statistiche ufficiali riportate dall’ISTAT nel periodo 2005-2010 (ultimo anno disponibile), ci accorgiamo che un aumento significativo delle morti per motivi economici ci sia effettivamente stato, ma  già a partire dal 2008 con un incremento tra il 2005 ed il 2010  del 52% : Percentuale cresciuta sensibilmente nel 2008 e poi ancor di più nel 2009, con il peggioramento della congiuntura economica.

Tabella  1. Movente dei suicidi in Italia nel periodo 2005-2010   
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Fonte: Istat Vari Anni

Le categorie lavorative maggiormente colpite sembrano essere quelle degli occupati con 993 casi solo nel 2010. La crescita maggiore tuttavia si è registrata nei soggetti che hanno perso il lavoro e sono in cerca di una nuova occupazione, cresciuti nel quinquennio del 47% con un impennata significativa agli inizi della crisi nel 2009.

Tabella 2. Posizione lavorativa di individui suicidatisi  nel periodo 2005-2010
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Fonte: Istat Vari Anni


Agli inizi del mese di maggio, la CGIA di Mestre ha diffuso un comunicato in cui indicava la cifra di  32 suicidi da parte di imprenditori nei primi mesi del 2012. Sempre a guardare i numeri però, anche questo terribile dato, ahimè,  non è purtroppo differente rispetto a quello degli ultimi 3 anni. Come mostra la figura 1 infatti, il numero di suicidi da parte di imprenditori e liberi professionisti è drammaticamente aumentato dall’inizio del 2009 e rimasto su valori elevati nel 2010.  Se il trend dei suicidi dovesse continuare in modo costante per i restanti 3 quadrimestri dell’anno, il dato totale arriverebbe ad essere pari a 96 vittime. Un numero addirittura inferiore rispetto a quello del 2009 e 2010.

Figura n.1. Numero di imprenditori suicidatisi nel periodo 2005-2010
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Fonte: Istat Vari Anni

Alla luce dei dati fin qui presentati, pur premettendo che ogni singola vita tragicamente scomparsa merita la più ampia attenzione e rispetto da parte di tutti, è lecito chiedersi perché i giornali solo in questi giorni si accorgono di queste vittime? Perché si evita con “attenzione”, di discutere l’eventuale anomalia del fenomeno da un punto di vista statistico, dandolo per scontato, e facendo credere implicitamente che la responsabilità sia dell’attuale governo e di Equitalia.  Chi ricopre incarichi governativi  deve essere chiamato ad un maggiore impegno al  fine di  limitare i disagi dovuti alla crisi economica e minimizzare atti estremi di questo genere. Ma è altrettanto palese che prima di alimentare una campagna di stampa come quella in atto sarebbe importante accertarsi dell’entità reale del fenomeno e della sua anomalia rispetto al passato. La nostra stampa non sembra essere  interessata al controllo dei fatti, quanto alla conferma per via aneddotica di una verità preconfezionata finalizzata ad una indignazione artificiale e di parte. Senza tener conto inoltre, di come la rappresentazione morbosa e sensazionalistica del fenomeno possa generare atti emulativi nei soggetti più fragili, come ampiamente dimostrato in numerosi studi sull’argomento (WHO 2008; Cameron et al 2005).
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