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A VOLTE RITORNANO E-mail
Economia reale
di Roberto Tamborini
18 maggio 2012
a volte ritornanoVenti anni fa, di questi tempi, si consumava l'agonia della lira nel Sistema monetario europeo (Sme), e con essa la Prima repubblica. Nella primavera del 1992 c'era la crisi economica, c'era la crisi finanziaria, c'era la crisi politica, e c'era Tangentopoli. Vent'anni sprecati?

Con l'inizio degli anni '90, l'Italia aveva perso la spinta propulsiva dell'economia del Nord-Centro-Est emersa nel decennio precedente; spinta che non ha più ritrovato. Il 1992 fu un anno di stagnazione (il solito misero +0,8% di Pil) a cui molti ne sguirono. Ma i problemi economici e finanziari sottostanti erano enormi.  L'infazione non era domata del tutto, e viaggiava al 5,2% all'anno (prezzi al consumo).  Il debito pubblico era in crescita, 100,6% del Pil nel 1991, 107,7% nel 1992, frutto di un deficit monstre del 7,5%.  A quel tempo non c'era l'euro, ma la lira, che tante nostalgie suscita. La nostra moneta nazionale era inserita nello Sme (il banco di prova dell'euro, in cui eravamo entrati nel 1981), quindi non era libera di fluttuare ma doveva muoversi entro una "banda" di 5 punti percentuali intorno al tasso di cambio ufficiale di riferimento. Ciò nonostante, modificando di tanto in tanto questo tasso, dal 1980 al 1992 la lira si era svalutata del 34% rispetto al paniere delle valute europee (che allora si chiamava Ecu). Non ne avevano tratto giovamento né la crescita, che aveva imboccato il suo inesorabile trend decrescente, né i conti con l'estero. Avevamo un disavanzo di parte corrente del 2,5% del Pil nel 1980 e tal quale era nel 1992.

La tempesta del 1992 fu tutta fabbricata in casa, anche se si può argomentare con qualche ragione che non fu solo italiana, in quanto il fattore scatenante arrivò, guarda un po', dalla Germania. Essa  conduceva una politica monetaria molto restrittiva e una fiscale molto espansiva, esclusivamente orientate agli affari interni: la recente riunificazione con l'Est. Il micidiale mix di politica economica della riunificazione era insostenibile per diversi partner dello Sme (ne furono duramente colpiti anche Francia, Spagna, Inghilterra e Svezia) in quanto provocava massicci flussi di capitali verso la Germania, in gran parte a finanziare le spese dello Stato, che offriva sostanziosi interessi. In quegli anni il Bund pagava tra il 7% e l'8%. Però i movimenti di capitali verso la Germania mettevano sotto pressione le valute, spingendo al rialzo il marco e al ribasso le altre. Siccome il margine di movimento era limitato, le banche centrali dei paesi finanziatori dovevano tenere i tassi alti a loro volta per difendere la valuta nazionale. Giova ricordare che tra il 1990 e il 1992 i tassi sul debito italiano arrivarono fin quasi al 14%, diciamo tra 700 e 800 punti di spread. Giova anche ricordare che dentro quello spread, che oggi giustamente verrebbe considerato catastrofico, oltre al rischio sul debito (in  crescita) c'erano altre molle che adesso non ci sono più, il rischio di svalutazione della lira, e l'inflazione più alta.

In effetti quello spread fu catastrofico. Nella primavera estate del 1992, con i tassi a breve termine tedeschi tra il 9% e il 10%, le fughe di capitali e le vendite di lire divennero massicce, mettendo a dura prova la capacità della Banca d'Italia di mantenere il cambio entro i limiti dello Sme. Tra luglio e agosto i tassi a breve italiani schizzarono dal 14% a quasi il 19%, finchè in settembre venne decretato l'abbandono dello Sme, a cui seguì un'altra svalutazione del 33% in tre anni. Fu utile? Nell'immediato sì, visto che i tassi poterono scendere sensibilmente di 4-5 punti in termini reali, senza per questo evitare la recessione (-1%) del 1993, a cui però seguirono due anni di ripresa robusta, tra il 2% e il 3% di crescita, che oggi ci sembra un miraggio. L'effetto più sensibile si ebbe sul commercio estero, dove registrammo, per il resto del decennio, avanzi di parte corrente nell'ordine del 2-3% di Pil. Tuttavia lo spread rimase alto fino all'ingresso nell'euro, e il rimbalzo della crescita durò poco, come di regola con le svalutazioni, e si adagiò poi tra l'1% e il 2%. E' difficile sfuggire alla sensazione - più di una sensazione - che l'Italia abbia buttato via un ventennio, un'intera generazione, per ritrovarsi allo stesso punto di partenza. L'unica differenza tangibile che emerge dalle cifre, che spero rinfreschino la memoria di tutti,  è l' "effetto ombrello" dell'euro, con buona pace dei nostalgici della lira.

Nel campo politico le analogie non sono meno inquietanti e si sostanziano in un cupo clima da fine regime. La crisi politica ebbe allora come oggi l'epicentro sismico nel sistema dei partiti, con al centro dell'epicentro la "questione morale". La quale in Italia esplode solo quando i costi economici privati dell'immoralità pubblica superano i benefici. E' dai tempi della prima industrializzazione del paese che la nostra imprenditoria intreccia rapporti di scambio affaristico col potere politico, il quale ogni tanto esagera provocandone il rigetto (temporaneo). Si dice che la colpa di questo vizio profondo e tragico del sistema nazionale sia della politica, la quale impone tali regole del gioco all'economia. Sarà, ma, a parte il ventennio fascista, l'Italia è sempre stata (più o meno) un paese con libere elezioni comparabile ad altri paesi europei, e da noi le (poche) forze politiche che hanno tentato di sovvertire quelle regole non hanno mai avuto successo. Il cosiddetto "capitalismo di relazione", che vuol dire le foreste pietrificate di pochi gruppi di potere, immeritocrazia, corruzione privata e familismo amorale, non l'hanno inventato gli odiati politici di professione, i quali semmai ci si sono adattati con reciproca soddisfazione.

Nel '92 le forze di sinistra, disintegrando e poi ricombinando Pci e Dc, si preparavano all'agognata alternanza al governo, che sembrava ineluttabile. Come oggi. Ma la ribellione alla partitocrazia esplosa con Tangentopoli venne intercettata, cavalcata e trasformata in consenso elettorale da altre forze politiche che usarono linguaggi, simboli e tecniche mediatiche completamente nuove grazie alle quali promisero di realizzare la "rivoluzione liberale", più Mercato e meno Stato, l'affermazione dell'individuo imprenditore di sé stesso e la meritocrazia surrogata dalla capacità di arricchimento. I ceti produttivi emersi dagli anni '80 in queste forze si rispecchiarono in larga parte e con esse andarono al potere nel '94, esprimendo il governo per 11 anni su 18, ma soprattutto la propria egemonia culturale, politica ed economica sul resto del paese. La quale, in breve tempo, si sostanzia, non già in una rivoluzione liberale che pochi realmente vogliono (o sanno cosa sia), ma nel restauro del consueto capitalismo di relazione e delle sue interfacce politico-affaristiche sostituendovi (in parte) ed includendovi soggetti economici e politici nuovi.

E siccome è di questi giorni la crisi della Lega,  bisognerà pur dire che la sua parabola è del tutto coerente con questa storia. La Lega si presenta come il referente politico più nuovo in quanto più vicino alla moltitudine dei soggetti anonimi della "rivoluzione del '94". Tuttavia, dove governa in proprio, la Lega è tutt'altro che liberale o liberista. E' dirigista, municipalista, corporativa e comunitarista. Essa incarna perfettamente l'istinto del suo elettorato (e non solo), che non è per la separazione tra politica ed economia, ma esattamente l'opposto. Il potere politico deve essere al servizio di chi fa girare l'economia, anzi deve esserne l'ingranaggio principale, senza il quale una macchina del benessere privato molto più fragile di quel che appare percepisce la costante minaccia di non funzionare più. Il che vuol dire che la politica deve dare più risorse pubbliche di quante ne preleva, e poi protezioni, favori, aiuti, in un rapporto diretto e personale marcato dall'identità locale. La contropartita è un'espansione estesa e invasiva della politica nella sfera economica, come evidenzia la feroce fame leghista stile Prima repubblica di banche, fondazioni, municipalizzate, consigli d'ammini­strazione. Al netto del folklore e dei miti propagandistici, la mission della Lega si è risolta nel portare i ceti produttivi del Nord periferico, i loro interessi e la loro idea della politica, dentro la cerchia del sistema di relazioni politico-economiche nazionali, che, da sempre e per sempre, ha il proprio baricentro a Roma e nel partito di maggioranza relativa. Con quali risultati, si è visto.

Oggi il centro-destra è di nuovo un cantiere aperto, che cerca di replicare la magica operazione del '94 di strutturazione di un nuovo spazio politico per i suoi ceti di riferimento. Achille Occhetto nel '94 fece una campagna elettorale ingenua, incentrata su valori, politiche e linguaggi tradizionali delle sinistre, e venne battuto duramente. Il Pd, per ora, ha lanciato lo slogan dell' "usato sicuro". Ma ci sono anche differenze importanti. Non si vedono innovazioni politiche comparabili al blocco Forza Italia-Lega del '94. E non è solo la Lega partito e i suoi dirigenti che a Roma si sono bruciati le ali. E' l'intero blocco socio-economico-politico maggio­ritario di questo paese, affidatosi al centro-destra, che è in regres­sione profonda. Da un lato ha perso egemonia. Perchè non è stato all'altezza della sfida del governo della nazione intera, e di una nazione euro-pea. Perché il suo modo di fare economia e politica ha smesso di produrre sviluppo da almeno dieci anni. Dall'altro non ha ancora chiaro in mente se questa sfida la vuole affrontare davvero, accettando una profonda ristrutturazione economico-sociale che riguarda anche sè medesimo e non solo gli "altri" (pubblico impiego, politici, sindacati, immigrati, banche, eccetera, eccetera), oppure mettersi alla ricerca di un nuovo grande protettore e spacciatore di metadonici. Quindi tutto è possibile. E' possibile che vinca la politica della rabbia, della disperazione, della fuga dalla realtà. E' possibile che nuovi (o vecchi) Gattopardi ce la facciano di nuovo. E' possibile che questa volta l'usato sicuro funzioni per le elezioni. Ma tutti potrebbero, simmetricamente, non funzionare per il paese. Perché i problemi di fondo rimangono ancora quelli del '92, e non sono solo dovuti alla casta politica, ma sono radicati nel profondo dell'economia e della società civile, dove s'è visto che è molto, molto più difficile avere idee, coraggio, e consenso, per cambiare davvero il futuro di questo paese.
  Commenti (1)
idee ne abbiamo...
Scritto da elisabetta addis, il 18-05-2012 16:51
coraggio pure. Il consenso però difetta. Nel 1994 avevo 39 anni. Accettai la proposta di essere candidata nella parte proporzionale nella lista di Alleanza Democratica. Originariamente AD doveva avere la capacità di unire forze cattoliche, laiche, ambientaliste, femministe. Poi Segni si fece gabbare da Bossi e si sfilò; gli ex PCI complice il mattarellum si ripresero l'egemonia, e Berlusconi vinse. In AD delle origini c'erano pezzi veri della classe dirigente allora giovane del paese: gente che avevo conosciuto in Normale, in America, imprenditori delle new technologies. Rimasero solo i politici politiciennes, che si erano fatti eleggere nell'uninominale. Perchè nonostante tutto, noi avevamo le idee, ma i voti ce li avevano loro, la conoscenza della macchina elettorale pure, e noi eravamo dilettanti allo sbaraglio per queste cose. E come dice Gaber, "la mia generazione ha perso". Comunque, mi è piaciuta molto la tua analisi. Lì eravamo, qui siamo, e con ancora meno risorse di allora per venirne fuori. Mi piacerebbe usare la tua analisi come call for papers di un incontro discussione sul che fare...ma sono troppo agee per avere energie sufficienti a organizzarlo. Grazie anyway.

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