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PROVE TECNICHE DI RIFORMA FISCALE E-mail
Fisco
di Paolo M. Panteghini
11 maggio 2012
riforma fiscaleIl Consiglio dei Ministri del 16 aprile 2012 ha licenziato la bozza di una legge delega per la riforma fiscale. In base a questo disegno di legge, l’Esecutivo verrebbe delegato ad adottare uno o più decreti legislativi, finalizzati a riformare significativamente il nostro sistema fiscale. Stando alla bozza, il tempo previsto per l’'attuazione della riforma è di nove mesi, a decorrere dalla data di entrata in vigore della legge stessa.

Tra gli istituti più innovativi vi è l’imposta sui redditi delle imprese (IRI). In base alla proposta del Governo, l’'IRI prevede l’assimilazione dell’imposizione su tutti i redditi d’impresa commerciale o di lavoro autonomo, compresi quelli prodotti in forma associata dagli attuali soggetti passivi dell’IRPEF e dell’IRES. L'idea del Governo è quella di assoggettare i redditi non distribuiti ad un unico tributo, l’IRI. Per quanto concerne le somme prelevate dall’artista o professionista o dai soci o associati ovvero dall’imprenditore o dai soci, dunque, esse saranno deducibili dalla base imponibile dell'IRI e concorreranno alla formazione del reddito complessivo imponibile ai fini IRPEF. Il reddito non distribuito sarà invece soggetto all’IRI.
Nella bozza sono inoltre preposti sistemi semplificati per i contribuenti minori, per i quali si prevede un’imposta forfetaria ancora da definire.
Infine, per lasciare ai contribuenti un margine di discrezionalità, sono previste “forme di opzionalità”, secondo cui i soggetti passivi potranno scegliere la forma impositiva più conveniente.

Seppur lodevole, il provvedimento presenta due limiti legati alla effettiva realizzabilità ed al fatto che si voglia applicare un unico presupposto impositivo ad una così variegata compagine di contribuenti.
Per quanto concerne la fattibilità, va rilevato che i tempi stimati non sono politicamente adeguati: se tutto andrà bene, il Governo rimarrà in carica fino al 2013. Anche in assenza di elezioni anticipate, dunque, i tempi sono davvero ristretti, dal momento che la bozza è tuttora priva di un articolato e necessita di un passaggio parlamentare, tutt’altro che scontato. Inoltre, va rilevato che, per evitare il ripetersi di ciò che sta accadendo per altre riforme (si pensi, ad esempio, a quella sul federalismo, arenatasi su alcuni decreti attuativi), la legge delega dovrebbe contenere non solo principi facilmente condivisibili ma anche norme-quadro, più tecniche e dettagliate, atte a definire fin da subito la geometria della riforma stessa. Tutto ciò dovrebbe essere fatto in appena dodici mesi: decisamente poco.
Il secondo limite riguarda l’applicazione di un unico tributo a soggetti fortemente differenziati fra loro. Per comprendere la delicatezza di questo aspetto, va considerato come l’impresa sia esercitata con modalità organizzative diverse. Si va infatti dall’imprenditore individuale a forme societarie ben più articolate. A loro volta, le società hanno caratteristiche diverse a seconda che esse costituiscano uno schermo, più o meno impenetrabile, tra i soggetti terzi ed i soci. In linea generale, si possono infatti individuare due categorie di società: le società di persone, caratterizzate da responsabilità illimitata e solidale, e le società di capitale, a responsabilità limitata.
Generalmente le imprese individuali e le società di persone sono soggette all’IRPEF e, pertanto, il reddito imponibile dell’imprenditore o di ciascun socio (proporzionalmente alla quota di partecipazione) è tassato progressivamente a livello personale. Nel caso delle società di capitali, invece, il trattamento risulta quasi ovunque differente: gli utili societari sono sovente assoggettati ad un’imposta proporzionale ad hoc, a prescindere dal loro impiego.
Qual è il motivo di questa distinzione? Stante la loro personalità giuridica, distinta da quella dei soci, si tende a tassare le società di capitali con un tributo diverso dall’IRPEF. Ciò si spiega con il fatto che, rappresentando un soggetto distinto dai soci, la società di capitali gode di autonomia decisionale ed è caratterizzata dall’agevole trasferibilità delle quote sociali: elementi che ne giustificano il successo e la notevole potenzialità espansiva (che può ad esempio sfociare nella quotazione di borsa). In quest’ottica, la tassazione delle società di capitali consente all’Erario di prelevare risorse con cadenza periodica, a prescindere dalla distribuzione degli utili ai soci.
Si noti tuttavia che la spiegazione non è sufficiente per chi è a favore di un trattamento uniforme dei redditi di impresa. Costui potrebbe sempre obiettare che, tassando diversamente le società di capitali, si introduce una distorsione, dal momento che le modalità di gestione di un’impresa possono essere condizionate dal Fisco. In altri termini, un soggetto razionale sceglierebbe la società di persone se questa garantisse un risparmio o farebbe l’opposto, costituendo cioè una società di capitali, se quest’ultima fosse fiscalmente preferibile.
Il rilievo è più che condivisibile ma è superabile. Infatti, proprio per evitare che l’imposizione distorcesse le scelte organizzative delle imprese, nel 2004 venne esteso il regime della trasparenza alle società di capitali. Questo regime opzionale prevede che il reddito d’impresa non sia necessariamente tassato in capo alla società stessa, ma possa essere direttamente imputato ai soci, proporzionalmente alla quota di possesso di ciascuno di essi. In base alla norma, le società di capitali residenti possono infatti optare per il regime della trasparenza nel caso in cui detengano una quota di partecipazione (intesa come percentuale dei diritti di voto e di partecipazione agli utili) compresa tra il 10 ed il 50%. Estendendo dunque il regime della trasparenza anche alle piccole società di capitali, si è creata una categoria di contribuenti che si colloca ideal­mente tra quella delle società di persone (a responsabilità illimitata e ristretta base proprietaria) e quella delle società di capitali (a responsabilità limitata e con ampia base proprietaria), smussando così le differenze dovute al trattamento fiscale. Si può dunque concludere che il sistema attuale non distorce le scelte organizzative, pur applicando trattamenti fiscali differenti a soggetti diversi.
La bozza di riforma licenziata dal Governo Monti sovverte questa distinzione e prevede che non solo le imprese (comunque gestite) ma anche gli esercenti arti e libere professioni siano assoggettati ad un’unica imposta, l’IRI. Per capire quali effetti produrrebbe l’IRI sui lavoratori autonomi pensiamo al Ragionier Mario Rossi, che produce un reddito professionale di 100€. Se, di questi 100€, egli ne prelevasse 80€, allora il trattamento dei redditi sarebbe così ripartito:
a. i 20 € non distribuiti sarebbero assoggettati alla costituenda IRI;
b. i restanti 80 € sarebbero imponibili ai fini IRPEF.
Se, dunque, l’aliquota media IRPEF del Ragionier Mario Rossi superasse quella IRI, l’introduzione di questo secondo tributo comporterebbe un risparmio. Inoltre, il beneficio IRI sarebbe maggiore se venisse applicato anche al nostro professionista il regime ACE per i redditi di impresa (ma su questo punto la bozza tace).
L’esempio illustrato mostra in quali casi si possa realizzare un beneficio fiscale per artigiani e professionisti ma non giustifica il motivo per cui si debba applicare l’IRI anche a questi soggetti. Va rilevato infatti che trattare a tutti i costi in modo uniforme soggetti che, per il genere di attività e per la dimensione, sono fortemente eterogenei rischia di causare più costi che benefici. Per raggiungere gli obiettivi del Governo in modo più semplice, senza dunque dover riscrivere la normativa fiscale, basterebbe estendere il principio della trasparenza anche agli esercenti arti e professioni. In questo modo, i contribuenti avrebbero un grado di libertà in più e, al tempo stesso, le imposte non condizionerebbero le modalità con cui sono condotte le singole attività economiche. In particolare, l’opzione della trasparenza potrebbe essere facilmente estesa agli Studi associati ed alle nuove Società tra Professionisti (STP), strutture organizzative di una certa entità, dotate senza dubbio di competenze contabili/amministrative, tali da scegliere se convenga adottare un’imposta proporzionale come l’IRES o optare per la progressività dell’IRPEF.

Come rilevato, la bozza di legge delega prevede l’applicazione di sistemi semplificati per i contribuenti minori. A nostro avviso, questa soluzione, del tutto condivisibile, potrebbe concretizzarsi in un trattamento innovativo e, al tempo stesso, semplice, che si basi sulla tassazione dei flussi di cassa. Si noti infatti che l’impiego di un’imposta sui flussi di cassa è in linea con il Decreto Salva Italia, il quale ha introdotto un regime premiale volto a favorire la trasparenza per i contribuenti. Il comma 1 dell’art. 10 del Decreto stabilisce infatti che “[a]l fine di promuovere la trasparenza e l’emersione di base imponibile, a decorrere dal 1° gennaio 2013, ai soggetti che svolgono attività artistica o professionale ovvero attività di impresa in forma individuale o con le forme associative di cui all'articolo 5 del testo unico delle imposte sui redditi, …., sono riconosciuti, …., i seguenti benefici: a) semplificazione degli adempimenti amministrativi; b) assistenza negli adempimenti amministrativi da parte dell'Amministrazione finanziaria; c) accelerazione del rimborso o della compensazione dei crediti IVA”. Inoltre, per alcune tipologie di contribuenti, sono previsti metodi meno invasivi di accertamento. Il comma 2 stabilisce inoltre che questi benefici “sono riconosciuti a condizione che il contribuente: a) provveda all'invio telematico all'amministrazione finanziaria dei corrispettivi, delle fatture emesse e ricevute e delle risultanze degli acquisti e delle cessioni non soggetti a fattura; b) istituisca un conto corrente dedicato ai movimenti finanziari relativi all'attività artistica, professionale o di impresa esercitata”.
Ebbene, dato che, con questo Decreto, il Governo mira a semplificare le incombenze fiscali per un elevato numero di contribuenti, vale la pena di partire proprio dal contenuto di questa norma e di spingersi un po’ più in là, tassando i flussi di cassa ed abbandonando dunque il laborioso principio della competenza (che richiede faticosi calcoli sugli ammortamenti e sul riparto delle spese pluriennali). Per mezzo della tassazione dei saldi dei conti correnti, il contribuente minore eviterebbe di presentare la dichiarazione dei redditi (almeno per la propria attività) e si vedrebbe assoggettato ad un regime impositivo di assoluta trasparenza. Inoltre, eviterebbe il rischio del contenzioso, tanto temuto in un regime così opaco come quello italiano.
Va notato che l’imposta sui flussi di cassa non è una novità. Anzi, da sessant’anni a questa parte, essa viene sistematicamente riproposta. Il caso più recente riguarda il rapporto elaborato nel 2005 da un gruppo di esperti statunitensi, nominati dall’allora Presidente George W. Bush. L’idea avanzata dal comitato prevedeva, appunto, l’introduzione di un’imposta sui flussi di cassa per gli small businesses. Come si può ben vedere, nel campo della politica fiscale esiste un’innegabile entropia: nulla si crea, nulla si distrugge e tutto si trasforma.
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