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POLITICHE ATTIVE E SERVIZI DEL LAVORO: UN PASSAGGIO CHIAVE DELLA RIFORMA DEL MERCATO DEL LAVORO E-mail
Lavoro
di Luciano Forlani
06 aprile 2012
servizi lavoroNegli ultimi mesi i commentatori si sono quasi sempre soffermati su tre parti della riforma del mercato del lavoro:  la flessibilità in ingresso (alias  tipologie contrattuali), la regolazione dei licenziamenti (alias articolo 18) e l’assetto evolutivo delle tutele economiche in caso di disoccupazione o riduzione dell’orario di lavoro. Senza nulla togliere a questi temi che costituiscono, a seconda delle sensibilità, dei punti chiave della regolazione del mercato del lavoro le politiche attive del lavoro e la  governance del sistema restano un passaggio decisivo dell’agenda riformatrice.

E infatti il documento del governo dedica le ultime due pagine al tema.  Nei paragrafi da 10.1 a 10.3 si richiamano implicitamente i limiti e le carenze del sistema attuale ponendo l’accento sull’esigenza di definire i livelli essenziali dei servizi,  sul ruolo dei servizi pubblici e di quelli privati,  sui meccanismi di premialità e sanzione per i comportamenti non virtuosi tanto dei beneficiari che delle strutture preposte.  Il paragrafo 10.4 è dedicato al tema dell’apprendimento permanente.

Molti si aspettavano dalla proposta di riforma presentata dal governo maggiori dettagli su politiche attive e servizi del lavoro ma il numero ridotto di pagine dedicate al tema  non deve trarre in inganno. La proposta contiene delle novità importanti che mettono in discussione l’assetto attuale  di cui occorrerà verificare con cura la percorribilità.   Occorre guardare ai dettagli e all’insieme della proposta perchè ciascuna parte (tutele condizionate, regole del mercato del lavoro, servizi del lavoro e formazione, assetto degli incentivi) si regge sulle altre.  L’articolato legislativo chiarirà meglio le intenzioni del governo.       

Il dato da cui partire è che le politiche attive del lavoro sono in mano ad una pluralità di attori che potrebbero /dovrebbero farne un punto di forza, di specializzazione e che invece si sono segnalati, con qualche rilevante eccezione territoriale, soprattutto per la mancanza di coordinamento. Una mancanza di coordinamento che è stata e viene pagata dai lavoratori e dalle imprese che non dispongono di servizi di qualità in grado di promuovere concretamente e tempestivamente il matching tra domanda ed offerta di lavoro,  tra domanda ed offerta di formazione e dalla parte pubblica che spesso non spende o spende male le risorse a disposizione.  Questi sono limiti gravi sempre ma sono carenze inaccettabili in una fase come quella attuale caratterizzata da un’ elevata disoccupazione e da una ridotta domanda di lavoro.   

Tutti i paesi europei stanno chiedendo ai servizi pubblici del lavoro di accrescere il loro impegno al fine di favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e di promuovere l’occupabilità di coloro che sono rimasti temporaneamente senza lavoro.  La maggior parte dei paesi e tra questi quelli di maggior peso (Germania, Regno Unito e più recentemente la Francia)  ha optato per l’integrazione dei servizi reali con la funzione di erogazione dei trattamenti economici in caso di disoccupazione. L’esperienza mostra che questa scelta promuove i comportamenti attivi dei beneficiari dei servizi e delle tutele, facilita la programmazione e migliora la gestione delle risorse.  Coloro che vedono come un limite la separazione delle competenze in materia di politiche del lavoro presente nel nostro paese  ritengono vantaggioso riportare all’interno di un organismo unico di livello nazionale articolato a livello territoriale,  le funzioni oggi svolte dai centri pubblici per l’impiego delle Province promuovendo un raccordo sistematico tra la struttura a rete e l’offerta formativa.  Il modo in cui lo si fa può accrescere il consenso sull’operazione. A cominciare dal ruolo attribuito nelle antenne territoriali e nel board nazionale alle Regioni ed alle Autonomie locali e alle tecnostrutture da loro costituite e all’opportunità di rivedere in questo quadro anche il  dossier adiacente dell’assistenza.  

L’alternativa a questo modello è un sistema federato in cui l’assetto delle competenze non viene messo in discussione.  Si ricerca una migliore e più omogenea qualità dei servizi resi ai lavoratori ed alle imprese (servizi del lavoro, offerta di formazione)  a livello territoriale ma vi sono poche garanzie che quello che doveva accadere e non è accaduto in più di 10 anni accada improvvisamente ora. Nel caso fosse questa la strada intrapresa sarebbe  opportuno darsi un metodo di gestione degli obiettivi virtuoso.  Il metodo di coordinamento aperto utilizzato con successo per la Strategia Europea dell’Occupazione (SEO) ovviamente sembra fare al nostro caso (ovviamente cambiando gli attori)1.   

Quale che sia l’opzione privilegiata il passaggio obbligato sarà la definizione di uno standard nazionale dei servizi che potrebbe essere nel primo caso il punto qualificante dell’impegno programmatico del nuovo organismo o il risultato dell’intesa del tavolo permanente Ministero del lavoro e delle politiche sociali - Regioni che si impegna ad attuare una sorveglianza multilaterale dei servizi pubblici per il lavoro e delle politiche attive. Nel prospetto vengono individuati  tre obiettivi programmatici (qualità dei servizi, ruolo dell’informazione di derivazione amministrativa, governance)  articolati  in linee guida ed azioni.  

Ipotesi di linee guida dei Servizi pubblici per il lavoro (PES)
tabella

Quali che siano le opzioni prescelte, di manutenzione o riforma radicale,  è importante  disporre di informazioni continuamente aggiornate di derivazione amministrativa sui job seekers e sugli eventi  che segnano la loro ricerca di un  lavoro (proposte di lavoro /  formazione  ricevute / sfruttate e relativi esiti compreso l’eventuale godimento e a quale titolo di  trattamenti di sostegno al reddito, etc.).  La dorsale informativa unica di cui si fa opportunamente cenno nella proposta del governo con agganci sull’anagrafe scolastica e con il casellario dell’assistenza sarà un aspetto chiave per il controllo di gestione e per la progettazione di misure e interventi su misura ma occorre tenere presente che le persone alla ricerca di lavoro ( inoccupati, disoccupati, occupati alla ricerca di altro lavoro) non utilizzano un unico canale di ricerca facendo ricorso sia ai servizi per il lavoro pubblici che a quelli privati nonché, sempre più frequentemente nel caso dei soggetti  più scolarizzati, ai servizi lavoro on line.  Il sistema informativo dovrebbe monitorare: 

1. l’accesso ai servizi (colloqui e verifiche); 
2. Le azioni di ricerca attuate;
3. Le proposte di formazione ricevute / accettate;
4. La partecipazione ad interventi di formazione o ad altri schemi di politica attiva;
5. Le proposte di lavoro ricevute / accettate;
6. Il godimento di eventuali trattamenti di sostegno al reddito;

Il tracciamento degli eventi rilevanti  riguardanti il singolo lavoratore potrebbe avvenire  con il rilascio al lavoratore disoccupato o sottooccupato di  una Card per l’accesso ai servizi  per il lavoro che gli  consentirebbe di prenotare l’accesso ai diversi servizi offerti.  Il sistema informativo registrerebbe in tempo reale gli eventi chiave  con evidenziazione degli  esiti mentre le strutture preposte potrebbero utilizzare le informazioni per programmare ed  organizzare al meglio il lavoro.  Il sistema informativo darebbe la possibilità di valutare l’impegno ed il rendimento del lavoro degli uffici anche adottando forme di “classamento” che registrino la maggiore minore debolezza del lavoratore e tengano conto, con criteri  appropriati,  delle difficoltà di inserimento al lavoro poste dal  contesto territoriale.

1. Gli attori del processo europeo sono: 1) l’Unione europea (espressa dal Consiglio) che esprime la collegialità degli Stati membri;  2) i singoli Stati dell’Unione titolari delle competenze;  3) la Commissione europea con il ruolo di Tecnostruttura;
  Commenti (1)
a risorse invariate?
Scritto da paolo borghi website, il 10-04-2012 11:39
Anche la lettura dell'articolato dimostra la volontà di integrare politiche attive e politiche passive, arrivando a proceduralizzare le attività-servizi per cui sarà operativa la obbligatorietà per tutti i sussidiati. Bell'esempio evidentemente di coerenza europea e di superamento del disinvolto modello mediterraneo per i sussidiati (sussidi per pochi e comportamenti coeenti lasciati alla buona volontà). 
La creazione pero' di un modello universale di obblighi nei confronti di sussidiati (e anche degli iscritti alle liste di disoccupazione) rischia di far esplodere le strutture private e pubbliche che compongono i servizi locali per l'impiego. Manca una loro presa sui mercati per offrire offerte di lavoro, mancano le risorse per rendere attivi gli stessi strumenti previsti dall'articolato di legge orientamento, assistenza personalizzata, formazione professionale, procedure cerenti e univoche di controllo di azioni e comportamenti (in realtà già previsti, senza quantificarli, nella riforma del 97-99), mancano le strutture e personale per garantire assistenza a qualche milione di disoccupati. 
Il punto è darsi standard europei in fatto di politiche attive e di politiche passive collegate a quelle attive.....c'è un problema che vale 3-4 % del PIL, mi sembra.....non le battute su "a risorse invariate".paolo borghi - responsabile centro impiego

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