| ACCORDI FISCALI RUBIK: TUTELA DELLA PRIVACY, DELL’EVASIONE, DEL GETTITO O DI TUTT’E TRE? |
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| Fisco | ||||
| 06 aprile 2012 | ||||
Provate ad immaginare: sareste disposti a pagare perchè tutte le
informazioni che vi riguardano (personali, familiari, patrimoniali e
finanziarie) rimangano sconosciute ai terzi ? E se lo faceste, vi
sentireste più tutelati o meno tutelati nello Stato cui appartenete?
Indubbiamente lo stile di vita che conducete sarebbe comunque un indizio
della vostra capacità contributiva per il contesto sociale in cui si
ambienta la vostra esistenza, ma nulla di più, e questo potrebbe forse
significare che la collettività, a parità di gettito erariale, sarebbe
più propensa a farsi i fatti propri più che i fatti degli altri.
Porsi questa domanda non è banale perché aiuta a capire la prospettiva con la quale la Svizzera ha spinto per concludere nel corso del 2011 due accordi fiscali (Regno Unito e Germania) che hanno l’effetto di destabilizzare non poco l’ordine di fiscalità internazionale ed europeo costituito sulla sacralità (aggiungerei, ipocrisia) dello scambio di informazioni a tutti i costi per combattere il virus dell’evasione fiscale internazionale. Gli accordi, qualora lo scambio delle ratifiche si concretizzerà, entreranno in vigore all’inizio del 2013. Nello specifico, l’accordo siglato tra Berna e Berlino prevede che i futuri redditi finanziari degli investitori tedeschi che hanno patrimoni non dichiarati in Svizzera saranno assoggettati a un’imposta anonima “liberatoria”, la cui aliquota è stata fissata al 26,375%. Questo tasso corrisponde all’aliquota in vigore in Germania, più il supplemento di solidarietà tedesco. Quando entrerà in vigore l’intesa, il contribuente potrà anche autodenunciarsi, dichiarando i propri redditi alle autorità tedesche, senza incorrere in conseguenze amministrative e penali. L’accordo si occupa anche del passato: per i capitali depositati da anni su conti in Svizzera vi sarà un versamento anonimo. L’ammontare di questo oscillerà tra il 19% e il 34% del valore dei patrimoni e dipenderà dal numero degli anni e dal variare dei depositi. Secondo le banche elvetiche, l’aliquota media per il pregresso dovrebbe essere del 25 per cento. Le banche svizzere dovranno anticipare un importo di 2 miliardi di franchi sul pregresso. Questo ammontare sarà suddiviso tra le banche che alla fine del 2010 avevano clienti tedeschi, proporzionalmente agli importi depositati. Gli intermediari bancari potranno recuperare, poi, questi soldi una volta che i clienti tedeschi avranno pagato il relativo quantum per il passato. Il Fisco tedesco potrà, inoltre, presentare in futuro domande di informazioni con il nome del cliente, non necessariamente con quello della banca. Queste istanze saranno limitate e dovranno basarsi su motivi plausibili. Per un periodo di due anni il numero dei suddetti documenti sarà compreso tra 750 e 999, con un possibile adeguamento sulla base dei risultati ottenuti. La ricerca indiscriminata di informazioni, la cd. Fishing expedition, sarà esclusa. In pratica la Svizzera, con tale accordo, respingerà lo scambio di informazioni automatico, concedendo, però, assistenza ampliata in casi mirati. Vi sarà un accesso migliore sui rispettivi mercati finanziari e quindi sarà semplificata l’applicazione delle procedure per le banche svizzere in Germania. È importante sottolineare che tale accordo, definito di Rubik in omaggio al meccanismo del cubo cromatico, tende a conciliare i diversi interessi delle parti in causa: le persone fisiche sia nella veste di contribuenti che di clienti, le banche e gli interessi erariali e finanziari degli Stati coinvolti1, siano essi Stati di residenza o della fonte. In particolare:
E l’Italia ? Le proiezioni elaborate su un possibile accordo Italia – Svizzera, dimostrano che l’Italia incasserebbe circa 9 miliardi di euro. Qualora tra il Governo italiano e quello elvetico vi fosse un’intesa a livello internazionale, mutuando il modello tedesco, si avrebbe un entrata – una tantum – straordinaria compresa tra i 5.2 e i 9.2 miliardi di euro (nell’ipotesi ottimistica che i capitali stimati, i.e. 130-230 miliardi di euro emergano integralmente), con un’anticipazione sicura che potrebbe oscillare attorno ai 2 miliardi, versata direttamente dalla comunità bancaria svizzera. E non c’è molto tempo per pensarci poiché è intuitivo immaginare che molti potrebbero stare approfittando di questa indecisione per spostare in altri lidi le proprie finanze con la conseguenza che quando si dovesse negoziare l’anticipo in contanti le cifre rischierebbero di essere ben inferiori dai 2 miliardi di franchi concessi ai tedeschi. Un accordo con la Svizzera, come quello siglato dal Regno Unito e dalla Germania, potrebbe risolvere la questione della ricorrente detenzione illecita dei capitali in Svizzera2 e, allo stesso tempo, garantire gettito fresco, volto ad alleviare la situazione economica italiana. Il problema fondamentale di siffatta intesa è rappresentato da un unico punto: le banche elvetiche conserveranno il segreto bancario e, quindi, continueranno a garantire l’anonimato ai clienti che lo richiederanno (anche se provvederanno, in qualità di sostituto d’imposta, ad applicare una sorta di maxi-ritenuta salvo nei casi in cui il cliente dimostri di aver pagato le tasse in casa propria). Questo tipo di accordi destabilizza l’ordine della fiscalità internazionale ed europea come conosciuto finora per i seguenti motivi: (i) va oltre l’euro-ritenuta sul risparmio che oggi si applica solo sugli interessi e non anche sul capitale; (ii) va oltre le convenzioni OCSE contro le doppie imposizioni poiché nella classica ripartizione della sovranità impositiva tra Stato di residenza e Stato della fonte, qui lo Stato della fonte preleva e versa un’imposta con aliquote pari a quelle previste nello Stato di residenza, ma senza fornire informazioni; e (iii) va oltre gli accordi OCSE sullo scambio di informazioni (TIEA) e le direttive comunitarie obsolete prima ancora di dare i loro frutti. Chi scrive crede fermamente che l’introduzione di una tassazione di effetto equivalente allo scambio di informazioni sia una soluzione pragmatica in linea con la odierna globalizzazione dell’economia. In diritto tributario “pecunia non olet”, e riempirlo esclusivamente di messaggi ideologici (“pagare tutti per pagare meno”, “chi vive alle spese degli altri danneggia tutti”, l’”evasore offre pane avvelenato ai propri figli”,“chi evade è un peccatore” etc..) può essere bello ma inutile. Gli intermediari finanziari sono il delicato anello di questo ragionamento e devono porsi sia come sostituti internazionali d’imposta che come i “guardiani” della trasparenza finanziaria in prevenzione al riciclaggio di denaro eccezion fatta per il reato presupposto di evasione fiscale. L’ideale sarebbe che l’Europa desse una risposta decisa ed uniforme a questa complessa ed affascinante “provocazione”, elevando al rango di Euro Rubik la proposta di modifica della direttiva sul risparmio in gestazione presso la Commissione UE. E lasciamo all’Amministrazione finanziaria italiana l’utilizzo delle informazioni territorialmente disponibili fintanto che non vi naufraga dolcemente dentro, perché in una fiscalità di massa averne troppe potrebbe arrivare a significare non averne proprio. 1. La politica tributaria svizzera in materia è ben delineata in AA.VV., Il segreto bancario nello scambio di informazioni fiscali, a cura di Samuele Vorpe, edito dalla Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana (SUPSI), Lugano, 2011, nonché nel volume di P. Bernasconi, Banche e imprese nel procedimento penale, Lugano, 2011. 2. Il fenomeno della “fuoriuscita di risorse finanziarie”, destinazione Svizzera, ha preso il via con gli anni di piombo e, dopo un periodo di apparente quiete, ha ripreso vigore a seguito dell’acuirsi del debito sovrano europeo e dell’adozione di misure draconiane adottate dal Governo al fine di ridurre il deficit nonché il debito pubblico. E’ tuttavia opportuno chiarire che la globalizzazione dell’economia impone oggi di parlare di “detenzione all’estero di capitali già prodotti al di fuori del territorio dello Stato”, più che di “fuoriuscita o fuga di capitali dall’Italia”.
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Provate ad immaginare: sareste disposti a pagare perchè tutte le
informazioni che vi riguardano (personali, familiari, patrimoniali e
finanziarie) rimangano sconosciute ai terzi ? E se lo faceste, vi
sentireste più tutelati o meno tutelati nello Stato cui appartenete?
Indubbiamente lo stile di vita che conducete sarebbe comunque un indizio
della vostra capacità contributiva per il contesto sociale in cui si
ambienta la vostra esistenza, ma nulla di più, e questo potrebbe forse
significare che la collettività, a parità di gettito erariale, sarebbe
più propensa a farsi i fatti propri più che i fatti degli altri.
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