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LA SCELTA DEL GOVERNO SULL'ARTICOLO 18 E-mail
Lavoro
di Francesco Liso
30 marzo 2012
art 18Si può convenire sul fatto che sia opportuno un intervento sulla flessibilità in uscita, inteso come contributo – seppure marginale – alla disincentivazione della precarietà dei rapporti di lavoro. Tuttavia, l’ intervento proposto dal Governo su questo versante è connotato da una rudezza che non farebbe fare passi avanti al Paese.

Si sposterebbero indietro le lancette dell’orologio poiché si prevede la semplice monetizzabilità di un’ampia serie di licenziamenti illegittimi (sia disciplinari, sia per motivi oggettivi). Questo vuol dire che ci si limiterebbe a restituire seccamente potere all’impresa, riaccreditando un modello disciplinare e proprietario della gestione del personale che lo statuto dei lavoratori aveva voluto superare.
In un precedente mio intervento in questa rivista si è segnalato come i problemi dell’articolo 18 siano dovuti a due fattori che, sommati tra loro, portano a risultati decisamente inaccettabili. Questi fattori – peraltro esterni a quell’articolo – sono la notevole indeterminatezza delle causali giustificative del licenziamento (che finisce per rendere cruciale la mediazione giudiziaria e comporta strutturali incertezze nei suoi esiti) e l’ eccessiva durata del processo (che può far lievitare a somme enormi le conseguenze dell’ accertata illegittimità del licenziamento).
Orbene il governo, mentre su questo secondo versante meritevolmente intende muoversi attraverso la predisposizione di un celere rito speciale (i cui contorni sono da definire), sul primo versante non compie alcun passo. Nulla si fa per conferire un maggior grado di certezza alle decisioni che il datore di lavoro debba assumere. Nella sostanza si limita a prevedere che le incertezze connesse alla mediazione giudiziaria non vadano comunque a scapito della sua decisione. Infatti, rimarrebbe nelle mani del datore di lavoro la possibilità di produrre comunque l’effetto dell’ estinzione del rapporto, tutto risolvendosi nel pagamento dell’indennizzo in caso di accertata illegittimità. La reintegrazione sarebbe ristretta a casi particolari (licenziamenti discriminatori o comunque determinati da un motivo illecito; licenziamenti disciplinari intimati senza che sussistano i fatti contestati al lavoratore; licenziamenti disciplinari intimati in violazione di previsioni del contratto collettivo che per un determinato comportamento prevedano una sanzione conservativa; licenziamento di lavoratore malato intimato prima della scadenza del periodo di comporto).
La filosofia sottesa a questa soluzione è chiara, ben conosciuta e risalente: l’operatore economico non deve avere impacci. Deve poter esercitare liberamente e in solitaria la sua responsabilità nella gestione, perché solo in questo modo si produrrà lo sviluppo del quale il Paese ha bisogno.
In questo modo, come si è detto, si sposterebbero indietro le lancette dell’orologio. Potrebbe farci fare passi in avanti, invece, una scelta che miri ad affrontare alla radice il problema delle incertezze che gravano sulla gestione del personale favorendo il governo collettivo che in varia forma può esercitarsi nell’area che riguarda l’interesse del lavoratore alla stabilità occupazionale. Si tratta di spingere perché anche le organizzazioni sindacali sviluppino l’attitudine a farsi carico – non solo nelle affermazioni di principio, ma anche nella pratica quotidiana - delle esigenze di competitività delle imprese. In altre parole, la strada da preferire dovrebbe essere – anche nelle micro regolazioni – quella della concertazione. Purtroppo sappiamo che l’attuale governo è allergico a questa prospettiva.
  Commenti (1)
Scritto da Luca Merodi, il 31-03-2012 17:41
Questa idea delle lancette dell'orologio Ŕ inquietante. Ma i mercati ci chiedono questo? Rifletteremo prima o poi su dove riposano oggi i nodi della democrazia.

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