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TOO LITTLE, TOO LATE? E-mail
Europa
di Gian Luigi Tosato
30 marzo 2012
crisi economicaTroppo poco, troppo tardi: è questo il leit-motiv a proposito di come l’Europa si è mossa di fronte alla gravissima crisi economica e finanziaria che l’ha colpita. La critica è di sicuro fondata; le misure necessarie sono arrivate solo in extremis, quando erano inevitabili per evitare il disastro.

Un maggiore tempismo avrebbe reso la cura più efficace e meno gravosa; e resta il dubbio che non si sia fatto abbastanza per scongiurare l’aggravarsi o il ripetersi della crisi. Non vorrei però che questo giudizio critico, per quanto giustificato, facesse perdere di vista un aspetto della questione. Sia pure in ritardo, sia pure in misura non ancora adeguata, qualcosa di nuovo è stato realizzato. Non sono novità di poco conto; e sarebbe un errore non prenderne atto e non apprezzarne le implicazioni per il futuro dell’integrazione europea.
L’unione economica e monetaria (uem), così come uscita da Maastricht, si caratterizza per la presenza di sostanziali difetti. Non ci si è preoccupati di accompagnare la creazione della moneta unica con una parallela integrazione delle politiche economiche e di bilancio; la politica monetaria è stata affidata ad una istituzione (la Bce) priva della pienezza di poteri e funzioni che generalmente contraddistinguono le banche centrali; non sono stati previsti meccanismi di intervento per situazioni di crisi, specie se asimmetriche. E questo per citare talune fra le più citate carenze del sistema. Non stupisce quindi che la crisi economica e finanziaria, sviluppatasi a partire dal 2008, abbia colto impreparate e incerte le istituzioni europee. Il Trattato non forniva loro particolari strumenti di cui avvalersi. Con la clausola del no bail-out, con i vincoli per la Bce, lungi dal facilitare l’adozione di misure positive, il sistema di Maastricht esercitava piuttosto una funzione di blocco, Nondimeno l’Europa ha saputo reagire in modo creativo, vuoi sfruttando potenzialità inesplorate del Trattato vuoi ricorrendo a soluzioni al di fuori di esso.
Ne è sortito un complesso notevole di misure, dirette sia a contrastare la crisi finanziaria a breve sia ad assicurare a più lungo termine rigore di bilancio e convergenza macroeconomica. Non è il caso qui di entrare in troppi dettagli. Basti ricordare, fra le misure a breve, i fondi di salvataggio (Efsm, Efsf, Esm) e gli interventi straordinari della Bce ai sensi del Securities Markets Programme (acquisti di debito pubblico, iniezione di liquidità alle banche); fra le misure a più lungo termine, le nuove regole per il monitoraggio delle politiche economiche e fiscali, con relativo apparato sanzionatorio, nonché il rafforzamento istituzionale dell’Eurogruppo (Semestre europeo, Patto Euro Plus, Six Pack, Fiscal Compact). Certo, si poteva fare prima: fin da Maastricht, per curare i difetti di origine dell’uem (anche se dubito che, in tal caso, l’uem sarebbe mai decollata); o negli anni 2000, nel periodo di relativa tranquillità dei mercati finanziari, quando le regole del Patto di stabilità sono state disinvoltamente disattese (anche da Francia e Germania); o nel 2008-2009, alle prime avvisaglie della tempesta che si stava scatenando, fronteggiandola senza indugio con rimedi adeguati. Si poteva anche fare meglio, accompagnando subito la disciplina dei conti pubblici con misure per la crescita  ed evitando duplicazioni e complessità normative e istituzionali (come le sovrapposizioni fra Six Pack e Fiscal Compact).  
Tutto questo è vero; ma non deve oscurare  la circostanza che, pur nei limiti segnalati, l’Europa ha saputo non farsi travolgere dalla crisi, integrando e supplendo alle lacune del sistema; che si sta rafforzando, anche fra gli elettori tedeschi, il sentimento di un comune destino che lega i popoli europei; infine, che questo implica la responsabilità dei singoli Paesi verso la comunità, ma anche la solidarietà di quest’ultima verso i singoli Paesi, specie se vittime di crisi importate. Questi sviluppi si consolideranno e saranno sufficienti? E’ difficile dirlo: non siamo fuori dell’emergenza; ci aspetta un periodo di recessione, con i problemi occupazionali ad essa associati. Bisogna esserne  consapevoli. Ma l’Europa ha dato segni di perdurante vitalità, e questo induce a non essere pessimisti circa il futuro dell’integrazione europea.
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