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UNA REVISIONE DELL’IRPEF DI STIMOLO ALL’OFFERTA DI LAVORO E-mail
Fisco
di Fernando Di Nicola
09 marzo 2012
irpefL’imposta italiana sui redditi personali (IRPEF) è caratterizzata non tanto dall’elevatezza dell’aliquota media e dunque del carico complessivo (il 20% circa, se rapportiamo l’imposta al reddito complessivo), quanto dalla presenza di alte aliquote marginali effettive sin da livelli bassi di reddito.

Tali aliquote elevate  indicano il maggior carico che si sopporta effettivamente, o si sopporterebbe, in presenza di incrementi del proprio reddito.
La rilevanza di questo indicatore è di immediata consapevolezza: le decisioni di ingresso o uscita dal mercato del lavoro e la stessa graduazione del proprio volume lavorativo (attraverso decisioni sull’orario di lavoro o sul cumulo di più lavori) sono influenzate anche dalla tassazione che grava sul reddito incrementale, e ciò avviene con particolare forza per i redditi più bassi e per quelli femminili.  Ne deriva, in altre parole, che livelli elevati dell’aliquota marginale effettiva scoraggiano l’offerta di lavoro e, in ultima analisi, il reddito pro capite disponibile.
A fronte di questo dato, l’Irpef italiana si caratterizza invece per i seguenti aspetti, rafforzatisi nell’ultimo decennio:
  1. Soglie differenziate di reddito esente, al di sotto del quale non sono dovute né l’Irpef né le addizionali locali;
  2. Aliquote marginali nominali che nella prima parte della distribuzione dei redditi salgono con gradualità e non appaiono particolarmente penalizzanti, per poi compiere un clamoroso salto di 11 punti, che porta ad un’aliquota nominale del 38% appena superati soli 28mila euro di imponibile annuo;
  3. Decrescenze di vario genere (detrazioni per tipo di reddito e per carichi familiari, oltre agli assegni familiari) che innalzano le citate aliquote nominali, in maniera poco percepita, per portarle ad un livello significativamente più elevato di quanto appaia, specie a livelli medio-bassi di reddito.
Accade così che un dipendente con reddito poco più che mediano debba sopportare aliquote effettive decisamente superiori al 40% (senza considerare gli oltre nove punti ulteriori di contributi sociali), ma soprattutto che un parasubordinato con reddito lordo appena superiore ai 15mila euro annui sopporti aliquote effettive superiori ad un terzo (sempre senza considerare l’ulteriore carico contributivo).  Più in generale, si può affermare che la struttura delle aliquote marginali effettive non è crescente con regolarità, risultando anzi sostanzialmente costante, con valori sopra il 40%, sin da imponibili superiori ai 28mila euro.
Le ragioni di una tale situazione non possono essere approfondite in modo dettagliato in questa sede; si può però menzionare che la tendenza ad ampliare le aree di reddito esente, ben visibili ed apprezzate dal cittadino-elettore, insieme alla scarsa disponibilità di risorse finanziarie da allocare di fatto per riforme dell’Irpef, hanno spinto a più riprese i Governi, e a seguire i Parlamenti, ad innalzare di fatto le aliquote marginali sin dal superamento della soglia di esenzione.  Ciò è avvenuto con il disegno di aliquote e scaglioni, ma anche con la decrescenza delle detrazioni (o deduzioni, fino al 2006).
In questi ultimi mesi, a dispetto di una finanza pubblica vincolata al perseguimento di un difficile pareggio di bilancio, sia il precedente Governo Berlusconi, sia l’attuale Governo Monti paiono intenzionati a ritoccare l’Irpef con l’intento di attenuarne almeno i principali difetti, in funzione di un aumento dell’offerta di lavoro e dello sviluppo.  E così con il disegno di legge delega giacente in Parlamento è stata prevista un’Irpef la cui aliquota più bassa scenderebbe al 20%, dall’attuale 23%, mentre a parziale compensazione sono state preventivate nette riduzioni di tax expenditures, cioè di agevolazioni fiscali (i cui principali destinatari sono spesso, almeno in ambito Irpef, i redditi più elevati1).  E sebbene il Governo Monti non pare intenzionato a seguire alla lettera quanto lì previsto, potrebbe comunque voler operare modifiche alla struttura esistente in direzione degli obiettivi citati.
Si può allora provare a delineare più concretamente un primo, modesto, passo di riforma, vincolato da un lato dalla consapevolezza che, almeno per i prossimi due anni, le risorse allocabili a tale scopo saranno quasi nulle; dall’altro, dall’obiettivo di ridurre le marginali effettive attraverso innovazioni che non debbano a breve essere contraddette da ulteriori, e più consistenti, riforme.
In primo luogo potrebbe essere modificato parzialmente il profilo delle aliquote, abbassando le prime al 22%, al 26,5% ed al 37,5% (dalle attuali 23%, 27% e 38%) ed elevando le ultime due, quelle riservate ai redditi superiori ai 55mila o 75mila euro, al 42% e 45% (dagli attuali 41% e 43%).
Per i motivi esposti, le più basse aliquote non dovrebbero innalzare le soglie esenti, quanto abbassare le aliquote marginali effettive, cosa che sarebbe ottenibile abbassando il livello iniziale delle detrazioni per tipo di reddito esistenti (data l’aliquota del 22%, i nuovi livelli iniziali delle detrazioni che non aumenterebbero le attuali soglie esenti potrebbero essere 1760 euro per i dipendenti, 1650 o 1705 euro per i pensionati sotto o sopra i 75 anni, 880 euro per gli autonomi), ma “addolcendo”, cioè linearizzando, la loro decrescenza (oggi caratterizzata da una maggiore diminuzione a bassi livelli di reddito, che si attenua successivamente).  Per vincolo di bilancio, tutte le detrazioni per tipo di reddito si azzererebbero a 50mila euro, contro i 55mila attuali.
Un parziale finanziamento di queste riduzioni di carico sarebbe ricavabile da un sostanziale dimezzamento delle detrazioni per oneri, per i quali in questa sede non si entra nei dettagli, se non per ricordare che attualmente tali detrazioni ammontano a circa 7 miliardi e che i maggiori beneficiari sono i redditi più elevati.
Si noti che questa ipotesi di revisione evita di modificare le detrazioni per carichi familiari, un’area di intervento che andrebbe necessariamente coordinata con quella degli attuali assegni per il nucleo familiare per pervenire ad un sostegno più efficace, efficiente ed equo, a risorse invariate o accresciute.
Questo “leggero” restyling dell’impianto Irpef esistente avrebbe un costo, in termini di minor gettito, di circa 2 miliardi, una somma che potrebbe forse essere reperita tra revisione della spesa e riduzione dell’evasione.
Gli effetti apprezzabili sarebbero i seguenti:
  1. riduzione dell'aliquota marginale effettiva a livelli medi e bassi di reddito, con incentivo all'offerta di lavoro (si noti che la riduzione del carico deriverebbe sia dalla diminuzione dell’aliquota, sia dalla decrescenza lineare delle detrazioni per tipo di reddito);
  2. conseguente riduzione dell'aliquota media ai livelli medi e bassi di reddito Irpef;
  3. leggero avvicinamento tra aliquota nominale ed aliquota effettivamente gravante, con maggiore trasparenza dell’imposta dovuta;
  4. leggero aumento della progressività e dell’azione redistributiva dell'imposta personale.
  Commenti (1)
Professore Scienza delle finanze
Scritto da Luigi Bernardi website, il 10-03-2012 10:00
Concordo con le esigenze prospettate con l'articolo, ma non con le soluzioni proposte. La riduzione di tutte le aliquote comporta un ben modesto vantaggio per tutti i contribuenti (salva la riduzione 75>55 mila). Meglio concentrare le poche risorse sui redditi bassi e compensando le incapienze. Le detrazioni per carichi familiari vanno potenziate, ma la soglia di azzeramento va abbassata al livello di quelle per lavoro.

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