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SALARI E PRODUTTIVITĄ: UNA RELAZIONE COMPLESSA E-mail
Lavoro
di Sebastiano Fadda
02 marzo 2012
produttivitaDesta meraviglia il tono, non si capisce bene se di sorpresa o di disappunto, con il quale nei giornali e nelle dichiarazioni di taluni politici si accompagna in questi giorni la notizia del basso livello delle retribuzioni italiane al confronto con gli altri paesi europei.

Desta meraviglia perché era da tempo ben noto come il livello delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti pubblici e privati (ad eccezione delle cariche politiche e dei cosiddetti “boiardi di stato”), in Italia fosse spudoratamente più basso degli altri paesi europei con l’aggiunta, peraltro,  di un livello dei prezzi di un gran numero di beni e servizi di largo consumo (abitazioni, carburante, medicinali, energia elettrica, telecomunicazioni, assicurazioni auto, etc.) generalmente più alto (si potrebbero considerare quindi gli italiani non solo “cornuti”, ma anche “mazziati”!).

1. Un modello da abbandonare
Ritengo che invece debba piuttosto destare stupore la pervicace miopia con cui per lungo tempo è stato accarezzato questo modello. Ora, mentre  si può capire che il singolo imprenditore percepisca sempre come vantaggiosa una contrazione del salario pagato ai propri dipendenti senza rendersi conto che qualora anche  tutti gli altri imprenditori praticassero la stessa contrazione verrebbe a ridursi anche la domanda per i propri prodotti, una simile incoscienza circa le dinamiche macroeconomiche non si può ammettere per i responsabili della politica economica.
Cessata la possibilità (per lungo tempo praticata in Italia) di utilizzare la svalutazione del cambio come strumento per recuperare la competitività internazionale perduta a causa del gap di produttività o del differenziale inflazionistico, si è prontamente fatto ricorso alla variabile salariale per ridurre il costo del lavoro per unità di prodotto attraverso la  riduzione del costo del lavoro per unità di lavoro. Sarebbe stato troppo sciocco non tener conto in questo modello della riduzione della domanda aggregata che ciò avrebbe comportato e della conseguente contrazione del tasso di crescita e dell’occupazione, quindi  si è coltivata l’illusione che il calo della domanda interna potesse essere compensato dalla crescita della domanda estera. Le vicende storiche hanno confermato invece quanto era facilmente prevedibile: un insieme congiunto di bassi salari, bassa dinamica della produttività, bassi tassi di crescita del reddito nazionale, bassi tassi di occupazione, e persino disavanzi nelle partite correnti. Purtroppo anche oggi la contrazione della domanda aggregata costituisce  un ingrediente rilevante della medicina utilizzata per riequilibrare il bilancio pubblico; per questa ragione la medicina che è stata scelta non può considerarsi precisamente la più appropriata ed è sicuramente ricca di “effetti indesiderati” ma tutt’altro che inattesi.
In questo modello le “istituzioni del mercato del lavoro” hanno consentito alle imprese di piegare tipologie di rapporti lavorativi concepiti per consentire la  flessibilità necessaria a ridurre i “costi di aggiustamento” verso finalità estranee a questo scopo e dirette invece a fruire permanentemente di forza lavoro con basse retribuzioni.  Ciò ha consentito alle imprese di sentirsi protette di fronte ai differenziali di produttività, esonerandole dall’affrontare i costi e i rischi dei processi di innovazione, potendo usare la scorciatoia delle basse retribuzioni per mantenersi per un po’ competitive. Sappiamo bene che l’innovazione non è l’unico elemento da cui dipende la competitività di un’impresa o di un sistema. Basta menzionare qualche fattore esterno all’impresa, come lo stato delle infrastrutture, gli oneri burocratici o il regime fiscale, per non dire della corruzione e della criminalità organizzata; tuttavia alla questione salariale vanno collegati due grandi problemi della nostra economia. Il primo, di natura macroeconomica, riguarda le quote distributive: fin quando la distribuzione del reddito rimane squilibrata a favore delle rendite (di varia natura: finanziaria, immobiliare, monopolistica, politica) rispetto alla quota profitti-salari il meccanismo della crescita economica rimane inceppato. L’assetto generale delle “istituzioni economiche” e la struttura fiscale devono essere profondamente modificati per correggere questo squilibrio e quello ulteriore tra profitti e salari. Il secondo problema, di natura microeconomica, riguarda la gestione del rapporto tra produttività e salari all’interno dell’impresa. Se si vuole stimolare l’impresa ad accrescere la produttività bisogna abolire  il disincentivo ad investire in innovazione di cui si è detto sopra, e sostituirlo con un incentivo di segno contrario.

2. Un tasso programmato di crescita della produttività
In un sistema di contrattazione privo di vincoli e in condizioni di mercato del lavoro teso, la dinamica concorrenziale funzionerebbe in questo modo: le imprese con elevata produttività pagherebbero salari  elevati; le imprese con bassa produttività offrirebbero salari più bassi, ma i lavoratori non accetterebbero di lavorare in queste ultime imprese e si trasferirebbero verso le imprese a salari più alti. Quindi le imprese a bassa produttività sarebbero  costrette o ad abbandonare il mercato oppure ad introdurre quelle innovazioni necessarie per accrescere la produttività e poter pagare i salari concorrenziali. Ma la situazione attuale non è questa. In primo luogo il mercato non è teso e in secondo luogo gli accordi del 2009 hanno imposto dei vincoli alla dinamica salariale per cui  δW = ε(δP) + λ(δπ). Ciò consente alle imprese di controllare (tuttavia solo entro certi limiti) il costo del lavoro per unità di prodotto attraverso il costo del lavoro per unità di lavoro.
Se invece vogliamo spingere le imprese a controllare il costo del lavoro per unità di prodotto attraverso un incremento della produttività del lavoro impegnandosi in innovazioni organizzative, gestionali, commerciali di processo e di prodotto (parliamo per semplicità di produttività grezza) dobbiamo riprendere in considerazione una proposta già formulata nel 20091, e cioè modificare il secondo parametro della formula di quegli accordi, trasformando il π del secondo livello di contrattazione (vale a dire l’andamento effettivo della produttività) in π* (vale a dire un tasso programmato di crescita della produttività).  Ciò varrebbe ad attivare un meccanismo per cui le imprese più efficienti riceverebbero un premio appropriandosi della differenza tra il loro tasso di crescita della produttività e il tasso di crescita dei salari, mentre le imprese meno efficienti sarebbero punite dalla differenza di segno contrario tra le due variabili. Naturalmente il punto cruciale da definire con molta attenzione è, in questo schema, la determinazione del tasso programmato di crescita della produttività. Tale tasso dovrebbe, in primo luogo, essere individuato attraverso un processo di natura concertativa/cooperativa e non “dirigistica” e in secondo luogo essere differenziato sulla base di parametri settoriali, dimensionali e territoriali. Bisognerebbe anche introdurre un riferimento ai valori assoluti della produttività (un uniforme tasso di crescita della produttività accentuerebbe  infatti il gap tra imprese più efficienti, che partirebbero da valori assoluti di produttività più elevati e imprese meno efficienti, che partirebbero da valori assoluti meno elevati) e un criterio di gradualità temporale (l’assorbimento del gap tra il livello di produttività assunto come  riferimento e il livello di produttività effettivo dovrebbe essere frazionato nel tempo). Tutto ciò richiede di approfondire diverse questioni complesse per rendere operativa questa ipotesi; ma tuttavia è necessario a mio parere mettere subito all’ordine del giorno questo impegno perché è necessario attivare incentivi che inducano gli operatori economici ad investire in innovazione e poiché essendo questi investimenti costosi e rischiosi le imprese più pigre saranno indotte a non farlo sino a quando potranno compensare i differenziali di produttività con differenziali salariali. La storia tuttavia prova che questa possibilità non è illimitata e che anzi, proseguendo su questa strada, per effetto delle dinamiche comparate noi ci siamo condannati ad avere simultaneamente un basso costo del lavoro per unità di lavoro (con conseguenze negative non solo sul piano dell’equità ma anche sul piano della crescita economica) e un elevato costo del lavoro per unità di prodotto, con ulteriori gravi conseguenze sulla competitività e sulla crescita. Parti sociali e policy makers devono creare condizioni istituzionali che inducano gli agenti a comportamenti virtuosi e bisogna smettere di considerare le previsioni sull’andamento del Pil  o di altre variabili economiche alla stregua delle previsioni meteorologiche. Recessione, disoccupazione, inflazione, produttività, crescita non sono fenomeni atmosferici, non dipendono dalle macchie solari né dalla corrente del golfo, ma sono il risultato prevedibile di scelte economiche. La gestione dell’economia non consiste nel contemplare passivamente le previsioni sull’andamento delle variabili economiche, ma nell’influenzarlo tenendo conto dei “prevedibili” effetti delle possibili scelte alternative.
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