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EQUITÀ (CON UN ESEMPIO SULL’ART. 18) E-mail
Welfare
di Lorenzo Sacconi
02 marzo 2012
equitaParadossalmente, con l’avvento del governo dei tecnici, “equità” è diventato uno dei termini di riferimento del discorso politico ufficiale. Ed è bene che nella discussione pubblica si impieghino termini di valore  alla luce dei quali giudicare le politiche.

Proprio mentre  l’”equità” si afferma come uno dei criteri di valutazione comunemente usati, se ne diffondono però interpretazioni fuorvianti o semplicemente mistificatorie. Forse era inevitabile perché “equità” è un termine più denso di etica che di tecnica. E’ dunque opportuno ripartire dalla semplice domanda: cosa significa “equità”?  
Tra le interpretazioni di più recente successo, sostenuta da autori di ispirazione neoliberista (Giavazzi e Alesina, Abravanel),  vi è quella secondo cui “equità” sarebbe la distribuzione dei benefici delle politiche pubbliche, delle opportunità di carriera o delle remunerazioni secondo “meritocrazia”.  Meritocrazia significa però  che le posizioni di potere dovrebbero essere allocate “in base al merito”, ed è bene ricordare che da sempre questa impostazione confligge  con “democrazia”. Darò per scontata la tesi secondo cui la “democrazia” sia tra le alternative disponibili la forma meno imperfetta di allocazione del potere, il che quindi esclude la meritocrazia in senso stretto.  Comincio invece col discutere la tesi secondo cui l’equità distributiva  equivarrebbe  al criterio  “a ciascuno secondo il merito”.
Per molti versi infatti il merito è un criterio vuoto che rinvia a criteri ulteriori per  stabilire cose sia “meritevole”. I beni essenziali? Lo sforzo individuale? Il talento? La virtù? Il conformarsi alle norme sociali? In mancanza di una risposta definitiva, la corrente neoliberista risponde invocando il mercato:  sarebbe meritevole ciò che prevale in una competizione di mercato (“vinca il migliore”). Ad esempio, il manager o il banchiere merita la sua ricca remunerazione perché essa  è stabilita in base al successo dell’impresa, misurato sulla base del “valore per gli azionisti”, cioè in base al valore  del titolo quotato in competizione con altri sul mercato finanziario (“non bisogna demonizzare la ricchezza”).  Il dirigente pubblico invece no: siccome il suo compenso è deciso via un processo politico-burocratico, egli non ha merito, il suo stipendio può essere tagliato!
Nei casi in cui soddisfa gli esigenti requisiti della concorrenza perfetta, in effetti, il mercato alloca le risorse  in modo efficiente -- il che significa che la  loro allocazione nei vari impieghi è spinta solo fino al punto in cui non ne esiste una alternativa migliore. Non è chiaro però perché questo esito sarebbe “meritorio”, se non nel senso che le risorse sono allocate in modo da riflettere le preferenze sociali (una risorsa è allocata efficientemente se non ne esiste un impiego alternativo che potrebbe soddisfare di più le preferenze di qualcuno senza peggiorare la soddisfazione delle preferenze degli altri). In una società con una notevole componente di vampiri, un’allocazione “meritevole” del sangue umano nel senso dell’efficienza di Pareto sarebbe quella che consente di nutrire i vampiri almeno fino al punto in cui l’impiego alternativo di sangue umano non produrebbe un beneficio ulteriore (a parità di soddisfazione dei vampiri). Bene così, purché si sappia che il concetto di “merito” non ha qui alcun significato ulteriore.   
In generale però le economie reali non soddisfano le condizioni della concorrenza perfetta.  Allora “meritevole” sarebbe semplicemente ciò che “prevale” nella competizione entro un mercato. Ma ha senso questa affermazione? Si consideri di nuovo il caso eclatante delle astronomiche remunerazioni dei CEO delle imprese quotate in borsa, e in particolare delle stock options il cui valore dipende dalla quotazione del titolo sul mercato finanziario. Il loro significato è che, anziché essere pagati in base allo sforzo, o alla osservazione dei loro diretti risultati (fatturato, vendite, contenimento dei costi ecc), i CEO e top manager  vengono pagati in base a una misura molto indiretta, cioè il valore delle azioni in un certo momento del tempo,  secondo l’ipotesi che esista una correlazione statistica tra valore dei titoli e comportamenti manageriali. La causa di questi schemi di remunerazione è l’asimmetria informativa che separa gli azionisti dai manager, e che impedisce ai primi di osservare direttamente le azioni dei  secondi. In queste condizioni i manager –se pagati con uno stipendio fisso -- possono agire opportunisticamente e non mettere lo sforzo dovuto, a meno di non ottenere una rendita per questo vantaggio informativo, cioè essere pagati significativamente più di quanto  lo sarebbero qualora il loro sforzo fosse osservabile.  E’ un tipico esempio  di fallimento del mercato, in cui i contratti sono gravati da costi di transazione dovuti all’opportunismo.  Così anziché pagare il manager in base al rendimento marginale del suo lavoro, l’azionista deve pagargli una rendita informativa per indurlo a fare a un costo più elevato ciò che farebbe se la sua azione fosse osservabile. Più che la remunerazione di un  merito si direbbe un’estorsione.  E’ la minaccia che essi  usino la loro maggiore informazione per agire slealmente ciò che spinge a pagare forti incentivi monetari  che riallineino i loro interessi con quelli degli azionisti.
Si può dubitare che tali meccanismi di incentivo abbiano successo in termini di efficienza (dal momento che sempre più spesso i manager delle banche ottengono premi anche in presenza di bilanci in rosso e dividendi nulli per gli azionisti). Ma ancora più chiaro è che, seppur generando incentivi (forse perversi), non assicurano alcuna relazione tra la remunerazione e  qualche caratteristica meritoria. La massima sembra piuttosto  “a ciascuno secondo il suo potere  di dissimulazione”.
Un altro uso mistificatorio di “equità” si osserva nella recente ossessione per l’equità  intergenerazionale (anche, ahimè, da parte dell’attuale presidente del consiglio). Si sente frequentemente  comparare il disagio di giovani lavoratori esclusi dalle tutele dei contratti a tempo indeterminato con la differente condizione dei lavoratori di mezza età assunti dalle (poche)  grandi imprese i quali, quando vanno soggetti alle crisi aziendali e al licenziamento, possono avvalersi di ammortizzatori sociali, e sono protetti contro scelte arbitrarie circa i licenziamenti individuali dalle  norme sulla “giusta causa”. Questa  segmentazione del mercato del lavoro viene definita “apartheid” (Ichino), la cui responsabilità è posta  a carico dei lavoratori più maturi (cassintegrati), arroccati nella difesa  del loro iniquo privilegio.  E’chiaro che si propone qui il confronto tra due categorie di svantaggio - i giovani facilmente licenziabili contro  i lavoratori più maturi, essi stessi a rischio di licenziamento ma meglio tutelati - per proporre una sorta di redistribuzione dai secondi ai primi.  Ammettiamo che la maggiore licenziabilità  dei padri possa aumentare le probabilità di trovare e conservare il lavoro da parte dei figli (secondo una misteriorsa  equazione idraulica in base alla  quale quanti più  “ne  escono” tanti più in proporzione “ne entrano”). Sarebbe equo questo scambio intergenerazionale tra gli svantaggiati delle due generazioni adiacenti?
Ogni plausibile concezione dell’equità intergenerazionale suggerirebbe che nel passaggio tra la generazione matura (nel suo complesso) e quella giovane (nel suo complesso) sia accaduta una redistribuzione iniqua tra avvantaggiati e svantaggiati, cosicché nella generazione giovane  i lavoratori a rischio di licenziamento sono trattati più ingiustamente che nella generazione matura, nella quale vi era meno iniquità tra avvantaggiati e svantaggiati. Ovvero nel passaggio  dalla generazione adulta a quella giovane  le classi avvantaggiate in termini di reddito e di potere hanno modificato a proprio vantaggio la distribuzione delle tutele e della ricchezza a danno degli svantaggiati (giovani). Se esiste una responsabilità intergenerazionale, ciò dovrebbe dunque suggerire che gli avvantaggiati della generazione matura accettino una redistribuzione a favore degli svantaggiati della generazione giovane, piuttosto che chiedere  agli svantaggiati della loro stessa generazione (i cassintegrati) d’essere loro a sobbarcarsene il costo.  Ancora una volta chi sostiene l’aumento della flessibilità in uscita forse può avere alcune ragioni dal punto di vista dell’efficienza (ma ne dubito, come argomenterò alla fine). Dovrebbe però essere chiaro che lo scambio tra gli svantaggiati delle due generazioni adiacenti  (dai  padri  svantaggiati ai figli svantaggiati) non ha nulla a che fare con l’equità: riflette semmai un’idea di segregazione sociale per cui i “poveri” possono aiutarsi solo tra loro,  mentre le classi agiate, come una casta, sfuggono ad ogni processo redistributivo in favore degli svantaggiati di qualsiasi generazione.
Fatta  la critica, cerchiamo ora di dire qualcosa  in positivo.
A distanza di un quarantennio da “A theory of Justice” di John Rawls, non dovrebbe essere difficile orientarsi nel nostro argomento attraverso la definizione di “giustizia come equità” (che poterebbe in effetti essere tradotta anche come “imparzialità”). Ma per andare più direttamente al punto, userò la definizione di giustizia di un filosofo del diritto che a Rawls deve certamente molto, Ronald Dworkin. Riprendendo l’idea di uguaglianza morale kantiana, definisce l’equità come “diritto di ogni persona ad essere trattata con uguale considerazione e rispetto”.  E’ un principio molto ampio, che non implica l’egualitarismo nella distribuzione di ogni bene, risorsa o posizione, ma certamente non vuoto, poiché implica che una diseguaglianza non possa essere accettata qualora costituisca una violazione dell’uguale considerazione e rispetto. Ad esempio, mentre non fa certamente problema che chi si laurea prima acceda prima ai benefici (se ne esistono) della sua qualificazione professionale, costituisce probabilmente una violazione dell’uguale considerazione e rispetto l’apostrofare spregiativamente come “sfigati” coloro che si laureano più tardi.  
La nozione di equità come “uguale considerazione e rispetto” di ogni persona sotto il riguardo di ciò che ha effettivamente valore,  è tanto fondamentale che si potrebbe dire sia una necessità per la costruzione di ogni argomentazione in etica pubblica. Qualsiasi sia la caratteristica di valore che una data forma di argomentazione morale intende promuovere, essa ha sempre bisogno di una qualche declinazione dell’uguaglianza di trattamento -- cioè dell’essere trattati ugualmente sotto il riguardo di ciò che ha veramente valore in quella data  forma di argomentazione.  Se ad esempio ciò che ha valore è l’utilità personale, allora l’utilità di ogni persona, pesata in modo uguale a quella di ogni altro,  deve concorrere alla somma totale dell’utilità da massimizzare (utilitarismo). Se invece è la libertà ciò che vale, allora per un libertario bisognerà congegnare le istituzioni in modo che la libertà di ogni persona sia ugualmente garantita.  Infine se ciò che ha valore morale è l’autonomia o la scelta, allora il trattamento morale di ciò che ha valore sarà una qualche interpretazione dell’idea di contratto sociale o di accordo. Infatti se l’autonomia e la scelta di ciascuno devono essere ugualmente rispettate da una decisione, allora tale decisione deve poter essere ugualmente deliberata in modo ragionevole e razionale da ciascuno, cioè deve poter essere oggetto di un accordo razionale e ragionevole,  libero dalla  forza e dalla frode e unanime. Così, in quanto condizione di possibilità per ogni argomentazione in etica pubblica, l’eguaglianza  non è seconda a nessun altro valore.
Nella prospettiva contrattaualista e rawlsiana in particolare, l’equità consente di stabilire le condizioni alle quali vari risultati della distribuzione sociale di beni, risorse  e benefici non costituiscono disuguaglianze moralmente arbitrarie, ovvero tali da violare l’uguale considerazione  e rispetto tra le persone. Sullo sfondo vi è l’idea che per qualche buona ragione gli individui cooperino in società, in quanto la cooperazione sociale è una condizione migliore che l’assenza di ogni relazione, di una vita isoalta, o del puro conflitto.  Allora l’equità stabilisce la condizioni alle quali tale cooperazione può sorgere e mantenersi. Una certa distribuzione è equa solo se accettabile dal “punto di vista di chiunque”, cioè dal punto di vista di ogni individuo, posto che ciascuno sia disposto a ragionare simmetricamente a ciascun altro (ovvero a mettersi nella prospettiva di ciascun altro).
Si prenda un certo esito della distribuzione di risorse o benefici sociali che a prima vista a me paia accettabile. Essa in effetti è equa se l’accettazione di tale distribuzione resterebbe invariata sotto il rimpiazzamento del mio punto di vista col punto di vista di ogni altro individuo  (impersonalità), nell’ipotesi che io possa prendere tali punti di vista  con la stessa probabilità (imparzialità) e con l’assunto ulteriore che prendendo la posizione di ciascun altro io sia in grado di valutare tale distribuzione esattamente nei suoi termini (empatia).
Questa nozione di equità fa capire perché il talento, nonostante la retorica che l’ accompagna da destra a sinistra (“la società dei talenti”), non sia una base appropriata per la giustizia distributiva, e meno che mai abbia a che fare col merito. Si prenda il mero talento naturale (prima di considerare ogni sforzo per la sua educazione e sfruttamento). Esso è frutto della “lotteria naturale”, poiché è puramente causale che noi lo ereditiamo oppure che esso compaia in noi per una fortunata combinazione genetica. In ogni caso non c’è alcun merito personale nell’averlo ereditato. E’ ragionevole tuttavia pensare che il suo possesso possa generare  un vantaggio, cioè una disuguaglianza a favore di chi lo possiede, e che per spingere ad esercitarlo anzi la società possa anche prevedere un incentivo (un premio) per il suo sfruttamento da parte di chi lo possiede.
La distribuzione (diseguale) risultante sarebbe perciò equa? Nulla consente di inferirlo. L’equità dipenderà piuttosto  dal fatto che la disuguaglianza generata dal possesso del talento sia accettabile “da parte di chiunque”, cioè anche da parte di coloro che  non lo possiedono, e anzi risultano relativamente svantaggiati dalla disuguaglianza generata dal fatto che esso sia premiato. E’ il principio di maximin applicato alla distribuzione di beni principali come l’accesso alle carriere, la distribuzione del reddito e alla ricchezza e delle  basi del senso di autostima. La remunerazione del talento, che torna a vantaggio del suo possessore, deve al contempo migliorare al massimo grado possibile la posizione  di chi sta peggio. Ogni beneficio minore per gli svantaggiati toglierebbe legittimità morale alla distribuzione diseguale basata sul talento, poiché di per sé la distribuzione naturale del talento è arbitraria e farebbe quindi dipendere da fattori arbitrari le disuguaglianze. Ciò violerebbe l’uguale considerazione e rispetto dovuta ad ogni persona .   
Questa idea di equità come accettabilità razionale (accordo) da parte di chiunque permette di dispiegare una visione della giustizia distributiva in cui entrambi i criteri di proporzionalità al merito e al bisogno trovano posto in modo naturale. Si ipotizzi innanzitutto che l’accordo imparziale riguardi la distribuzione di “beni principali” (diritti di libertà, accessibilità alle carriere, dotazioni base di reddito e ricchezza, accesso all’istruzione e alla sanità, ecc.) e più un ancora le “capacità” che permettono agli individui di funzionare appropriatamente nell’uso tali beni principali al fine di realizzare piani di vista (comunque definiti). E’ naturale perciò pensare a un accordo costituzionale sulla distribuzione  di tali dotazioni (diritti), che interviene prima che ciascuno abbia utilizzato questi stessi diritti per prendere parte alla produzione sociale. Poiché dunque essi non sono prodotti da chi avanza pretese su di essi, ma serviranno piuttosto a partecipare alla produzione sociale in seguito, nessuno può ora accampare alcuna pretesa su di essi basata sul merito (almeno nell’accezione comprensibile di “contributo” generato mediante uno “sforzo volontario” - effort). Una pretesa ad eque quote di tali beni e capacità  può invece essere giustificata in base al bisogno – secondo l’assunto che ogni individuo avrà un qualche piano di vita per il quale tali dotazioni saranno necessarie. Dunque, l’accordo imparziale sarà basato sul criterio “a ciascuno in base al bisogno relativo”. Si noti che la distribuzione in base al bisogno relativo dovrebbe tendere a neutralizzare l’effetto dei talenti: tanto minore è il talento, quanto maggiore è la dotazione di beni principali e capacità di cui un individuo, secondo un principio assicurativo, ha bisogno, e che ciascuno dovrebbe essere disposto di concedere, prima di sapere se egli possiede o non possiede talento.
Una volta venuto in possesso  di un’equa quota di dotazioni iniziali attraverso il  contratto costituzionale, ciascuno nella fase post-costituzionale entra in molteplici coalizioni cooperative  (associazioni , imprese, forme di azione collettiva, contratti) in cui investe tali risorse allo scopo di accrescere il valore della sua cooperazione con gli altri (nell’aspettativa di potersene equamente avvantaggiare). Il contributo dato da ciascuno al valore di queste forme di cooperazione sociale può essere espresso in termini di variazione marginale della produttività individuale oppure della produttività congiunta e interdipendente, nei casi frequenti di produzione di squadra. E’ piuttosto naturale che in questi casi l’accordo imparziale sia raggiunto sulla base del criterio “a ciascuno  in base al contributo relativo (individuale o di gruppo)”.
Si osservi che la distribuzione equa, cioè accettabile da chiunque, nella prospettiva unitaria costituzionale e post costituzionale, soddisfa tanto il criterio del bisogno quanto quello del contributo. Infatti, sebbene la distribuzione finale delle remunerazioni e dei risultati segua il criterio del merito, i contributi avvengono per mezzo dell’impiego responsabile di dotazioni distribuite in fase costituzionale in base al bisogno. Così ogni individuo è posto in condizione di ottenere con pieno merito proprio i risultati di cui ha fin dall’inizio bisogno. Il merito è logicamente subordinato al bisogno: un individuo può meritarsi un risultato sulla base del contributo offerto solo investendo la sua dotazione iniziale, che riflette il suo bisogno relativo. Un contributo che rifletta dotazioni non basate sul bisogno sarebbe moralmente arbitrario, e quindi costituirebbe un fondamento  iniquo per la  distribuzione.
Ci sono molti modi per esemplificare questa visione dell’equità a due stadi (costituzionale e post-costituzionale). Per evitare il rischio dell’irrilevanza,  cui il teorico va spesso incontro, proviamo a farlo con riferimento nientemeno che al tema dell’equità della “giusta causa o giustificato motivo” dei licenziamenti individuali.
Ipotizziamo  una società giusta,  in cui ogni individuo entri in ciascuna  associazione produttiva  post-costituzionale assieme ad altri stakeholder (lavoratori, possessori di mezzi finanziari,  fornitori di tecnologie e bei strumentali, clienti ecc.), essendo in possesso di eque dotazioni di beni principali e capacità, che può investire  in modo specifico per accrescere il suo contributo al valore della produzione della particolare associazione cui prende parte. In una società giusta, secondo il contratto costituzionale e post-costituzionale, ogni partecipante deve essere garantito contro il rischio di subire hold-up: cioè avere  garanzia che il costo del suo investimento sostenuto in passato gli sia in seguito riconosciuto, e non usato contro di lui come minaccia per ottenere la rinuncia ad un equa remunerazione. Un’equa associazione produttiva mette perciò ogni partecipante al riparo dal rischio di espropriazione ex post degli investimenti sostenuti ex ante, che può accadere in un mercato caratterizzato da contratti incompleti, e quindi rinegoziabili opportunisticamente. Come viene soddisfatta questa richiesta?
Ogni forma di associazione produttiva (impresa o organizzazione economica), anche in una società giusta quanto alle dotazioni iniziali, dovrà avere una forma di governo basta sulla struttura di proprietà. In base alla proprietà viene infatti allocata l’autorità di prendere nell’organizzazione le decisioni residuali. Tale autorità viene assegnata alla categoria di membri che devono proteggere un investimento particolarmente importante dal rischio che il suo frutto sia espropriato dalla rinegoziazione opportunistica. Questa protezione si avvale dell’autorità di escludere le controparti in caso esse, in presenza di eventi imprevisti, cercassero di rinegoziare il contratto o mettere in forse la continuità dell’associazione sfruttando il fatto che la prima parte abbia già sostenuto il costo del suo investimento e si trovi perciò in una posizione ricattabile. Lo scopo della protezione è conservare l’incentivo a fare l’investimento una volta che il rischio sia stato previsto.
Ogni forma di associazione produttiva degna di questo nome è però sede di molteplici investimenti specifici. In particolare i lavoratori, assai più dei finanziatori, investono in modo idiosincratico il loro capitale umano e le risorse cognitive, sostenendo un costo non recuperabile, al fine di aumentare il loro apporto alla produzione di squadra (sebbene la produttività individuale possa non essere misurabile separatamente). Se la proprietà è data,  come spesso accade,  ad una sola parte  (ad esempio chi investe capitale) essa non potrà proteggere gli investimenti specifici di tutte le altre categorie. Anzi si configura il rischio di abuso di autorità, cioè che le decisioni residuali siano prese in modo tale da sottomettere a hold-up gli altri partecipanti.  Chi detiene autorità  è  cioè in posizione  di potersi appropriare dell’intero surplus, minacciando la parte non controllante di esclusione dall’associazione (alias licenziamento), e quindi di non vedere neppure garantita la copertura del costo irrecuperabile del suo investimento, qualora non acconsenta a rinunciare alla pretesa su un’equa quota del valore cui ha contribuito.  In tal modo la distribuzione finale  può deviare drammaticamente tanto dal  criterio del contributo, quanto dal più fondamentale criterio del bisogno, poiché le remunerazioni finali non riflettono più il contributo dato attraverso l’investimento delle risorse distribuite proporzionalmente al bisogno.
Come si vede non è qui in questione una discriminazione politica, ideologica o sessuale sul luogo di lavoro (il punto sul quale si sono prudenzialmente arroccati i difensori dell’ art. 18) , bensì l’equità rispetto alla distribuzione del valore creato congiuntamente dai membri dell’impresa. E ciò accade per effetto della possibilità di escludere (licenziare) la controparte al fine di  appropriarsi del suo investimento specifico, quando essa non sia protetta dal diritto di proprietà. Questa è semplicemente la ragione per richiedere il “giustificato motivo” dei licenziamenti individuali anche per mere ragioni economiche: garantire che il licenziamento sia giustificato o dal comportamento opportunistico del lavoratore, oppure da un evento imprevisto che rende impossibile la continuazione del contributo del lavoratore all’ attività dell’impresa, ma al contempo prevenire che abbia origine in un comportamento strategico volto all’appropriazione del valore dell’investimento specifico del lavoratore da parte del datore di lavoro. Ovvero evitare che si tratti dell’esecuzione della minaccia  di esclusione, intesa  a indurre il lavoratore  a rinunciare all’equa remunerazione del suo contributo, minaccia possibile in presenza di eventi imprevisti in cui tipicamente un scelta discrezionale può essere esercitata. Non perciò un licenziamento discriminatorio rispetto all’esercizio della libertà di opinione, bensì la conseguenza di un comportamento strategico volto ad imporre una distribuzione del valore generato dagli investimenti specifici dei membri della squadra che devia radicalmente dall’equità distributiva  rispetto tanto ai bisogni che ai contributi.  
E’ facile capire per altro come tale iniquità possa ritorcersi anche contro l’efficienza dell’impresa. L’iniquità attesa riduce l’incentivo dei lavoratori dipendenti (specie quelli più capaci) ad investire nell’impresa le loro dotazioni di capitale umano ottenute mediante il contratto costituzionale. Un’inefficienza che però almeno nel breve periodo (e spesso i comportamenti umani sono miopi) può non dare motivo sufficiente al datore di lavoro per astenersi dall’abuso di autorità, poiché la distribuzione equa di una valore aggregato maggiore può non offrire almeno nell’immediato una quota più elevata rispetto all’appropriazione dell’interezza di un surplus complessivamente inferiore. Specie se l’iniquità del comportamento non può essere rilevata alla luce di una norma di equità, la cui violazione sia pubblicamente nota così da gettare la sua ombra sulla reputazione dell’impresa per il futuro.
Ecco perché occorre una norma di equità, prima ancora etica che giuridica, sul giustificato  motivo dei licenziamenti per ragioni economiche.  In sua assenza sarà impossibile  discernere tra casi di abuso di autorità e casi di forza maggiore, cosicché mancherà un chiaro effetto di reputazione negativo a carico dell’impresa in grado di dissuadere il datore di lavoro dall’abusare  dell’autorità .
In altre parole, chi difende il “giustificato motivo” dei licenziamenti individuali per ragioni economiche ha ragioni più solide dal punto di vista dell’equità (e dell’efficienza) di quel che normalmente si creda.
Infine, si potrà certamente dire che l’equità potrebbe essere ristabilita  con  un adeguato risarcimento deciso dal giudice, senza dover ricorrere all’obbligo di riassunzione del lavoratore. In fin dei conti si tratterebbe di difendere un interesse economico quantificabile. Non sempre però. Quando ad esempio gli investimenti specifici del lavoratore e del datore del lavoro siano ingenti, ma sia difficile per una terza parte (il giudice) effettuarne la valutazione, specie in presenza di eventi imprevisti e non verificabili dall’esterno, l’obbligo di riassunzione  potrebbe essere la sola base per costringere le parti a negoziare tra di loro su quale sia il livello di risarcimento che immunizza il lavoratore rispetto alla prospettiva dover rinunciare all’equa remunerazione del suo investimento. Semplicemente perché la minaccia (licenziamento) di dover rinunciare a rientrare dal costo del suo investimento  risulterebbe spuntata.  
Nulla di nuovo sotto il sole a questo proposito: questo tipo di accordi sono già la prassi nelle aziende, per prevenire il contenzioso (infatti molto contenuto) di fronte al giudice.
  Commenti (1)
Scritto da Luigi, il 03-03-2012 11:51
Molto ben argomentato e largamente condivisibile. Una sola osservazione: nella prima parte del saggio il riferimento prevalente è alla meritocrazia per meriti 'innati'. Ma molti meriti si conquistano, e questo potrebbe cambiare un poco alcune conclusioni. Il 10% dei miei studenti più bravi (che include un numero non trascurabile di studenti lavoratori) studia più del doppio della media del restante 90%. In questo senso può trovare qualche parziale giustificazione l'infelice riferimento agli studenti ritardatari 'sfigati'.

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