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A PROPOSITO DI TRE MISURE ANNUNZIATE: NON ╚ TUTTO ORO QUEL CHE LUCE* E-mail
Conti pubblici
di Claudio De Vincenti, Ruggero Paladini

berlusconi-tremontiAll’indomani della vittoria elettorale il Presidente del Consiglio in pectore ha annunciato tre misure immediate da varare nel primo Consiglio dei ministri, per un costo complessivo indicato in circa 4,5 miliardi di euro: l’abolizione totale dell’ICI sulla casa di abitazione, la riedizione del "bonus bebè" per i nuovi nati, la detassazione degli straordinari. Vediamole una per una con riferimento ai tre obiettivi che dovrebbero essere sottesi a un pacchetto di interventi urgenti nella fase attuale e che del resto sono anche quelli dichiarati dalla nuova maggioranza politica: una iniezione di domanda aggregata per contrastare la flessione nel tasso di crescita del Pil, il sostegno del potere d’acquisto delle famiglie in difficoltà, l’incentivo alla crescita della produttività.
* Articolo pubblicato anche su il Riformista del 29 aprile 2008

In premessa è bene ricordare che misure espansive sono oggi possibili grazie all’azione di correzione dei conti pubblici realizzata dal Governo Prodi, che lascia una eredità di bilancio ben diversa da quella che aveva trovato due anni fa. Del resto, provvedimenti di tipo espansivo erano all’ordine del giorno dell’agenda di quel Governo proprio alla vigilia della crisi politica che ha impedito venissero approntati e varati. Il punto è ora se le misure indicate dall’on. Berlusconi siano o meno le più indicate per conseguire i tre obiettivi sopra richiamati.

Cominciamo con la questione dell’ICI. Dopo l’intervento della Finanziaria 2008, che ha portato la detrazione fino a un massimo di 303 euro, quasi il 40% delle case di abitazione risultano ormai esenti dall’imposta e quest’ultima si è ridotta in misura consistente sul restante 60% (poco più di 180 euro in media ad abitazione). L’abolizione totale dell’ICI, che avrebbe un costo di circa 2 miliardi di euro, avrebbe un effetto limitato sulle case di valore catastale medio e andrebbe a vantaggio soprattutto dei possessori di case con valore catastale elevato. Sappiamo che i valori catastali presentano una elevata variabilità rispetto ai valori di mercato effettivi, con conseguenze negative dal punto di vista equitativo. Non è un caso che la riforma del catasto fosse una delle priorità indicate dal Governo Prodi. Ma in ogni caso, i benefici di un’abolizione totale dell’ICI andrebbero prevalentemente ai possessori delle case di maggior pregio. La misura non centrerebbe quindi gli obiettivi dichiarati: non sosterrebbe le famiglie che versano in maggiori difficoltà economiche e avrebbe effetti modesti sulla domanda aggregata, in quanto beneficerebbe principalmente quanti hanno una propensione al consumo inferiore alla media ossia coloro che in misura minore trasformerebbero il maggior reddito disponibile in aumento di domanda. C’è da chiedersi quindi se la cifra che verrà messa in campo non possa essere utilizzata meglio per gli obiettivi indicati, come per esempio sarebbe il caso di un miglioramento delle detrazioni da lavoro in sede Irpef.

Del cosiddetto "bonus bebè" non sono ancora noti i contorni precisi. E’ probabile che esso ricalchi l’intervento già realizzato dal precedente Governo Berlusconi, ossia l’erogazione di 1.000 euro una tantum al momento della nascita del figlio. E’ possibile che vi sia una estensione rispetto a quella misura, che si rivolgeva solo ai figli nati dal secondo in su: si parla di un onere intorno ai 500 milioni annui, che corrisponderebbe a una erogazione a tutti i nuovi nati, compreso il primo figlio (ed è augurabile che non si assista alla riedizione della discriminante basata sulla nazionalità ma che il bonus riguardi tutti i bambini nati in Italia e non solo i figli di cittadini italiani). I dubbi riguardano però l’efficacia della misura rispetto agli obiettivi. Per una famiglia in difficoltà economiche una erogazione limitata al momento della nascita ha un impatto contenuto, mentre servirebbe una misura di sostegno permanente del reddito fino al compimento della maggiore età. Ciò implica anche che gli effetti espansivi sulla domanda aggregata saranno trascurabili, giacché solo contando su un incremento permanente del reddito la famiglia può incrementare in misura significativa i suoi consumi. Anche in questo caso, esistono alternative ben più significative: nei mesi scorsi si è ragionato di un nuovo istituto di sostegno delle famiglie con figli che unifichi, incrementando i trattamenti, detrazioni Irpef e assegni al nucleo familiare in quella che è stata chiamata la "dote fiscale per i figli": si tratterebbe di un sostegno di reddito permanente per le spese di mantenimento ed educazione dei figli, in una logica di maggiore eguaglianza delle opportunità.

Infine, la questione della detassazione degli straordinari. In questo caso, l’obiettivo principale è quello dell’incentivo alla crescita della produttività del lavoro. Si è parlato sui giornali di una aliquota secca del 10%, poi di una detassazione totale. Prima di discutere i meriti della proposta, va evidenziato l’onere, che non sembra coerente con l’indicazione di un costo complessivo del pacchetto, comprensivo di abolizione ICI e "bonus bebè", pari a 4,5 miliardi. Tenendo conto dell’attuale incidenza dello straordinario sui redditi da lavoro dipendente e dell’aliquota marginale media, l’intervento sugli straordinari, da solo, costerebbe circa 6,5 miliardi nel caso di detassazione totale e 4,2 miliardi nel caso di aliquota secca al 10%. Venendo poi alla congruenza con l’obiettivo, è probabile che una misura di questo genere induca un aumento delle ore di straordinario e con esse della produttività per lavoratore. Ma attenzione a una possibile controindicazione: appare difficile, tanto più in una economia come la nostra caratterizzata dalla prevalenza di piccole imprese, tenere sotto controllo comportamenti elusivi da parte delle imprese che utilizzino la norma per dichiarare come retribuzione per ore di straordinario parte della retribuzione normale, in particolare con riferimento ai futuri incrementi salariali. In questo caso l’onere del provvedimento aumenterebbe in misura consistente e gli effetti sulla produttività si ridurrebbero di molto. Si tenga poi presente che la detassazione degli straordinari avrebbe effetti prociclici, nel senso che l’ammontare del beneficio fiscale aumenterebbe durante le fasi di espansione, quando le ore di straordinario aumentano, e si ridurrebbe nelle fase di contrazione economica; nel prossimo futuro non sembra proprio che andiamo ad una fase di accelerazione della crescita. Le imposte dovrebbero funzionare in senso inverso, come stabilizzatori automatici. Infine sarebbe bene essere consapevoli che spesso le misure di incentivazione "sprecano" risorse pubbliche, incentivando ciò che si sarebbe fatto comunque; ciò non vuol dire che siano da condannare per questa sola ragione, ma è necessaria una certa cautela.

Anche con riferimento a questo terzo provvedimento ci si può chiedere se non ci sarebbero alternative più interessanti, per esempio concentrando lo sgravio fiscale sui premi di rendimento definiti in sede di contrattazione aziendale: anche una misura di questo genere non è del tutto esente dalle osservazioni che abbiamo avanzato, ma almeno i premi di rendimento sono correlati alla misurazione ex post di aumenti effettivi di produttività e questo garantirebbe una maggiore finalizzazione dello sgravio all’obiettivo. Il limite di questa modalità di intervento è che riguarderebbe solo una parte dei lavoratori, quelli interessati dai contratti aziendali; al tempo stesso, però, esso fornirebbe anche un incentivo alla diffusione presso un maggior numero di aziende del secondo livello di contrattazione.

Una riflessione per chiudere: succede spesso che parole d’ordine di sicuro impatto di immagine sull’opinione pubblica non abbiano gli effetti desiderati sulle condizioni effettive di vita dei cittadini e sull’andamento dell’economia. Ci attende un periodo difficile, in cui sarà necessario uno sforzo di maturazione culturale per fornire parole d’ordine adeguate ai reali problemi della società e dell’economia italiana.

 

Claudio De Vincenti e Ruggero Paladini

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