Home arrow Politica e Istituzioni arrow CRISI DELL'ECONOMIA, CRISI DELLA DEMOCRAZIA
CRISI DELL'ECONOMIA, CRISI DELLA DEMOCRAZIA E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Gaiani
02 marzo 2012
crisi economia democraziaLa terza di copertina di questo libro ci dice che “per prepararsi a scrivere Finanzcapitalismo (parola d’autore) Luciano Gallino ha pubblicato diversi libri sul mondo che è cambiato (…) e sulle forze politiche ed economiche che hanno guidato il cambiamento”.

In effetti, ad una lettura superficiale, potrebbe sembrare che in questo libro Gallino si limiti a sintetizzare quelli che sono stati gli argomenti dei suoi libri precedenti, che negli ultimi dieci anni sono stati tutti presentati presso il nostro Circolo, magari attualizzandoli rispetto alle evoluzioni della grande crisi in atto.
Ma sarebbe, per l'appunto, una lettura superficiale, dal momento che l’affresco disegnato da questo libro è ben altro, è cioè la dimostrazione di  come tutte le criticità rilevate da Gallino nelle sue precedenti ricerche, dalla crisi del lavoro alla diffusione del precariato gabellato come flessibilità alla liquidazione del tessuto industriale italiano, dalla diffusione e dal controllo delle nuove tecnologie fino al grande imbroglio del capitalismo per procura, siano altrettanti tasselli di un disegno politico ed economico che si precisa soltanto ora, e che potremmo definire, con le parole di Nadia Urbinati, come la “depoliticizzazione delle relazioni economiche”.
In sostanza, infranto il patto keynesiano di convivenza fra democrazia e capitalismo, ci troviamo di fronte ad una reazione ormai trentennale delle forze del capitale, una reazione insieme ideologica, culturale e politica, mirante a ridurre il peso dei ceti sociali più deboli nell’architettura della società.
Tutto questo, Gallino non si stanca mai di ricordarlo, con il beneplacito ed anzi il contributo militante della politica, giacché sarebbe stato impossibile smantellare progressivamente i meccanismi di tutela dei diritti dei lavoratori e le impalcature portanti dello Stato sociale se non fossero intervenute in tal senso decisioni governative e legislative, che hanno avuto come battistrada governi conservatori quali quelli di Margaret Thatcher nel Regno Unito e Ronald Reagan negli USA, cui tuttavia si sono uniti gli esponenti di una sinistra presuntivamente riformista.
Il compromesso keynesiano si reggeva sul riconoscimento reciproco di forze tendenzialmente avverse fra di loro , come quelle che rappresentavano, per semplificare, il capitale ed il lavoro, le quali tuttavia individuavano dei possibili punti comuni in un ampliamento della sfera del benessere e dei diritti dei lavoratori che permettesse allo stesso tempo una ragionevole acquisizione di plusvalore da parte dei capitalisti, mentre lo Stato si faceva garante, attraverso la pressione fiscale e la mediazione nelle situazioni di conflitto, della tutela della pace sociale e della redistribuzione della ricchezza.
La fine della fase espansiva dell’economia globale, specie in Occidente, a seguito dello choc petrolifero degli anni Settanta arrivava a meraviglia a giustificare la reazione neo capitalistica, la quale, constatati i costi oggettivi e crescenti dell’architettura dello Stato sociale, individuava il problema da risolvere non nella lotta contro le disuguaglianze ma proprio nello Stato sociale in quanto tale, partendo col denunciare gli sprechi ed i latrocini della struttura burocratica ed arrivando a mettere in dubbio la legittimità stessa dello Stato a farsi imprenditore e garante del benessere pubblico.
E quindi, se nella fase precedente si riconosceva che la dinamica economica e le relazioni che a partire da essa si instauravano erano parti della dialettica politica, adesso si tende a negarlo, a considerarli come “variabili indipendenti” di una concezione deterministica dell’economia, nella quale lo Stato non entra o magari entra come accadeva nella fase manchesteriana del capitalismo in veste di garante e supporto del più forte.
E' perfino superfluo notare quanto la grande crisi economica in atto dal 2007 ad oggi abbia stravolto le premesse generali del dibattito politico così come lo avevamo conosciuto nel primo scorcio del secolo, mettendo in crisi una concezione fondata su di un'indefinita crescita dell'economia capitalistica, la quale avrebbe di per se stessa prodotto effetti di redistribuzione della ricchezza senza alcun tipo di ausilio da parte di fattori esterni, in particolare dell'intervento statale, decretando definitivamente il superamento non solo di ogni ideale di tipo collettivistico, ma della stessa grande invenzione riformista dello Stato sociale. Ciò che veniva nascosto al dibattito pubblico, anche se i segnali erano tutti presenti per chi avesse voluto raccoglierli, era che il sistema economico, il quale si  era progressivamente liberato di tutti -o quasi- i vincoli di natura politica che lo limitavano, sempre meno traeva la propria forza dai modelli produttivi dell'economia reale, quella basata sullo sforzo di raccolta o estrazione delle materie prime e della loro trasformazione in beni di consumo, ma anzi si autonomizzava da essi attraverso l'invenzione di strumenti finanziari sempre più sofisticati che causavano un indebitamento progressivo delle persone e delle famiglie finalizzato all'assicurazione dei beni primari (ed anche di quelli superflui) oltre i limiti del proprio reddito.
Gli ultimi capitoli del libro Gallino li dedica alla ricerca  degli strumenti per quella che definisce la “civilizzazione” del finanzcapitalismo, a partire da alcune necessarie riforme del sistema finanziario globale. Sì, riforme, perché l’approccio di Gallino è e rimane quello di un riformismo, solo che , come sempre, anche questa parola importante e nobilissima ha subito l’usura della “neolingua” (per dirla con Orwell) del pensiero unico che definisce come riformista colui che si adatta alla situazione senza domandarsi se sia buona o cattiva e che più rapidamente di altri concede lo smantellamento dei diritti precedentemente acquisiti.
L’aura mistica che si è voluto creare intorno alla questione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori è un po’ la sintesi di questo atteggiamento: il clima da guerra santa alimentato dalle forze della destra economica e politica corrisponde non tanto al fatto in sé di questa norma, la quale incide in maniera assai limitata sulla giurisprudenza del lavoro e non ha mai impedito i licenziamenti collettivi per cause economiche, ma piuttosto alla sua valenza simbolica come fulcro di un diritto specifico del lavoratore.
Le riforme suggerite da Gallino, a partire da un rigoroso ripensamento del sistema finanziario globale che ne riduca le zone d’ombra, e che passa anche attraverso iniziative come la tassa sulle transazioni finanziarie (c.d. “Tobin tax”) fino a ieri derise come utopistiche ed ora ripescate da politici di destra, sono certamente serie e razionali, ma non è un caso che l’autore le ponga interamente sotto il segno del dubbio, nel senso che la politica non sembra desiderosa di recuperare quell’autonomia intellettuale , quella capacità critica che solo sono necessarie per opporsi alla logica pervasiva del finanzcapitalismo, o anche solo per non esserne totalmente succubi.
Quel che è certo, e Gallino vi accenna nelle pagine finali, è che il persistere delle politiche ispirate ai principi della “megamacchina” provoca sempre più smottamenti e malesseri sociali diffusi, al punto che, come ha denunciato Amnesty International, gli interventi securitari e repressivi anche in Stati di provata democrazia non hanno fatto che aumentare, mettendo a rischio gli stessi principi del costituzionalismo liberale, a segno di quanto sia profondo l’intreccio fra processi economici, processi sociali e dinamiche politico – istituzionali.
Perché dalla crisi si può uscire in molti modi, ma se avesse ragione Colin Crouch, che nel suo ultimo libro afferma che il neoliberismo “realmente esistente” è stato solo scalfito dal suo stesso evidente fallimento, e che le imprese transnazionali che ne costituiscono la spina dorsale si sono rafforzate e non indebolite, dovremmo concludere che le possibilità di un riformismo reale si stanno sempre più riducendo, con conseguenze incalcolabili per la tenuta della democrazia e dello stesso vincolo sociale.
  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >