Home arrow Politica e Istituzioni arrow E’ POSSIBILE UNA RIFORMA DEL SISTEMA DEI PARTITI?
E’ POSSIBILE UNA RIFORMA DEL SISTEMA DEI PARTITI? E-mail
Politica e Istituzioni
di Lorenzo Gaiani
24 febbraio 2012
sistema partitiIn un articolo precedente avevo evidenziato il legame fra riforma elettorale e modello di organizzazione partitica, argomentando che un cattivo sistema elettorale produce partiti poco rappresentativi che in ultima analisi rischiano di diventare macchine autoreferenziali distaccate dagli interessi concreti del territorio e dalle istanze dei gruppi sociali.

Ovviamente il cammino della riforma elettorale ha un terreno suo proprio, ma questo non ci esime dal considerare con attenzione, anche alla luce di recenti episodi di malcostume politico diffuso, la possibilità di una seria riforma del sistema partitico nel rispetto delle indicazioni fornite a suo tempo dai costituenti.
Una premessa è necessaria: è un dato di fatto che la politica sia , non da oggi, sotto attacco da parte di ben individuati soggetti sociali ed economici che vogliono sempre più ridurla a scenario togliendole sostanza decisionale a beneficio della centralità dei meccanismi economici, come se essi, ha recentemente rilevato Nadia Urbinati, potessero venire completamente spoliticizzati, negando la sostanza stessa della dialettica democratica come conflitto da ricondurre a mediazione nell’ottica dell’interesse generale.
E tuttavia, nel momento in cui si rivendica la ripresa della centralità della politica, basta che l’opinione pubblica si trovi davanti a eventi come quelli che hanno visto quale protagonista l’inqualificabile Lusi per concluderne che i partiti sono un ricettacolo di delinquenti o di sprovveduti.
La riforma del costume politico può essere oggetto di un duplice approccio. Il primo è di natura etica, e su questo evidentemente le leggi possono ben poco perché si tratta essenzialmente di un fattore educativo, della correzione di istinti profondi che sono all’interno di una compagine sociale in cui il senso delle istituzioni è ancora dolorosamente carente a fronte di un individualismo e di un familismo parimenti pervasivi e dell’acclarata incapacità di tutte le agenzie formative – a partire, si direbbe, dalla stessa comunità ecclesiale- di prendere atto, a vent’anni da Tangentopoli che la separazione fra morale pubblica e privata è impossibile e che le colpe contro il bene pubblico non sono colpe astratte perché si riverberano su tutto il corpo sociale. Ma sotto questo profilo alla politica, ossia in concreto alle persone che ad ogni livello operano in campo politico, rimane essenzialmente la forza dell’esempio, cioè in sostanza il confidare nel fatto che testimonianze di onestà, trasparenza e sobrietà di costumi dimostrino all’opinione pubblica  la possibilità concreta di fare politica senza profitto personale, contribuendo a riabilitare l’immagine del sistema politico nel suo complesso. Come dice il libro del Siracide: “Chi poteva trasgredire e non ha trasgredito, fare il male e non l’ha fatto? Per questo l’assemblea celebrerà i suoi meriti”
E tuttavia, il piano che più direttamente spetta alla politica è quello normativo e qui, come è ovvio, si colloca la richiesta di una nuova iniziativa legislativa. Come è noto l’art. 49 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Il senso di questo testo, ed in particolare dell’inciso “con metodo democratico”, è stato variamente interpretato, ed è in generale prevalsa l’interpretazione per cui tale metodo è da intendersi come rivolto all’esterno, nel senso di vincolare le forze politiche a non discostarsi dai principi della democrazia parlamentare nella raccolta e gestione del consenso. Ma nello stesso tempo i partiti rifiutavano ogni altro vincolo, pensando che ogni forma di regolamentazione della loro vita interna fosse una lesione del principio di autonomia della politica, preoccupazione peraltro fondata all’indomani di un duro periodo dittatoriale che aveva compresso le libertà associative ad ogni livello.
Resta il fatto che, pur acquisendo un rilievo sempre più grande nella vita pubblica, i partiti, come del resto i sindacati e le forze associative di quello che oggi si definisce Terzo settore hanno sempre rifiutato ogni forma di regolamentazione e registrazione, anche quando hanno iniziato ad assorbire importanti risorse pubbliche in modo diretto.  
Nello stesso tempo, l’aura che circondava i partiti come veicolo di democrazia all’indomani della conclusione vittoriosa della lotta resistenziale andava progressivamente esaurendosi, e l’opinione pubblica era sempre meno tollerante verso evidenti distorsioni come la scarsa democraticità della vita interna, i bilanci opachi, i finanziamenti illeciti, i tesseramenti fasulli e tutti gli altri elementi che diedero forza alla stagione di Tangentopoli. Peraltro, la fase successiva si rivelò ancora peggiore, ed  i partiti che nacquero sulle ceneri della Prima Repubblica presentarono difetti ben più accentuati, a partire da un  leaderismo persino caricaturale che ha portato a fenomeni inauditi come quello di minoranze che pretendono di espellere le maggioranze (tentò di farlo Rocco Buttiglione allora Segretario del PPI quando il Consiglio nazionale di quel partito lo mise in minoranza sulla questione fondamentale dell’alleanza con  Berlusconi) e sempre più frequenti ricorsi ad una magistratura imbarazzata di fronte all’inesistenza di autentici riferimenti normativi.
Si pone quindi il problema, per garantire trasparenza e legalità e per recuperare rispetto verso la politica, di redigere ed approvare in tempi rapidi una legge per lo statuto pubblico dei partiti politici che definisca criteri generali ed inderogabili per la democraticità della vita interna, la selezione delle candidature alle funzione politiche, la trasparenza e la pubblicità dei bilanci e la regolarità delle adesioni, intesi quali condizioni necessarie e non aggirabili per l’accesso al finanziamento pubblico (che è comunque necessario, ferma restando l’ obbligo di pubblicità ed i tetti per il finanziamento da parte di privati), collegandolo al consenso effettivamente raccolto ed abolendo l’offensiva assurdità del flusso di denaro ancora affluente verso partiti che non esistono più. Inoltre, i partiti stessi dovranno provvedere a definire le condizioni della dialettica interna, anche attraverso la previsione dell’organizzazione delle diverse sensibilità interne ( le correnti, tanto per essere chiari) che non potranno sostituirsi al  partito ma che nemmeno il partito, o meglio le sue componenti maggioritarie, dovranno coartare.
Esistono già esempi europei cui fare riferimento, ed è importante che si raccolga il più ampio consenso in sede parlamentare, per quanto l’ambiguità dell’attuale situazione faccia comodo a molti (se si esclude il PD, con i suoi numerosi difetti, nessuna delle altre forze presenti in Parlamento può dirsi un esempio di democrazia nell’ organizzazione della vita interna) : per questo la nuova legge dovrà assumere un carattere pedagogico nel senso migliore della parola, restituendo valore e credibilità alla funzione politica.
Alla fine, ovviamente, saranno le donne e gli uomini, con le loro virtù e le loro miserie, a fare la vera differenza.
  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >