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IL “DILEMMA DI BILANCIO” E-mail
Conti pubblici
di Edoardo Reviglio

eurobondNon ci sono risorse per realizzare le politiche che il nostro Paese necessita. Le uniche riforme possibili hanno un costo, almeno nel breve e medio periodo, e quindi sono politicamente difficili. La ragione per la quale non ci sono risorse per realizzare le politiche necessarie è lo squilibrio del nostro bilancio. Il risultato è che da qualche anno in Italia la politica è "simbolica". Questo fatto è in parte responsabile della disaffezione dei cittadini verso i governi in carica ed, in generale, verso la politica.


Le ragioni dello squilibrio

 

Dal 1992 ad oggi l’Italia è stato il più virtuoso tra i paesi europei riguardo alla gestione dei conti pubblici. Lo è stato a scapito di un debito pari al doppio di quello degli altri paesi membri. Un debito che costa 70 miliardi di euro di interessi all’anno, di cui la metà va a remunerare investitori esteri che in generale non rinvestono quei denari nel nostro Paese. Dal 1992 ad oggi l’Italia ha speso per la quota eccedente il 60 per cento del Pil (soglia europea) oltre 900 miliardi di euro in più di Germania e Francia. Non solo, in questi ultimi anni Francia e Germania hanno potuto aumentare il loro debito portandolo verso la soglia del 60 per cento. L’Italia lo ha solo potuto diminuire.

 

Dal 1992 un percorso virtuoso, ma grazie alle operazioni straordinarie

 

Nel periodo considerato non ha aiutato la congiuntura economica. La crescita è stata nella media del periodo pari all’1,2 per cento. L’Italia è stato il fanalino di coda europeo della crescita anche per quei 900 miliardi di euro di costo aggiuntivo di servizio del debito che, almeno per la metà, sono stati sottratti nell’economia interna. A causa della bassa crescita hanno sofferto tutti gli rapporti della finanza pubblica.

 

Sul fronte dell’avanzo primario, ovvero la differenza tra entrate e spese totali al netto degli interessi, a partire dal 1992 si registra la difficoltà di ridurre la spesa pubblica primaria in modo strutturale.

 

Una parte dell’avanzo primario (pari allo 0,8 punti di Pil) è stato ottenuto, non da modifiche permanenti sulla dinamica delle spese/entrate, ma da operazioni non ripetibili. Esse, nel solo periodo 1997-2007, hanno incluso: l’Eurotassa (10,0 miliardi), la vendita di licenze UMTS (13,8 miliardi), imposizione dei fondi di quiescenza (3 miliardi), condoni fiscali (32,3 miliardi), scudo fiscale (1,5 miliardi), condono edilizio (1,6 miliardi), concordato fiscale (7,6 miliardi) e dismissioni immobiliari (14,6 miliardi).

 

Grazie a queste operazioni straordinarie le entrate nel periodo 1992-2007 hanno registrato una dinamica piuttosto costante, in crescita solo nel 1997 (anno di entrata in Europa) ed in questi ultimi due anni (grazie al combinato disposto dei risultati della lotta all’evasione fiscale, di un tasso di crescita che nel 2007 ha raggiunto un dignitoso 1,7 per cento, e gli effetti positivi della manovra del 2006): nel 1992 erano pari al 45,9 del Pil e nel 2007 al 47,2 per cento. La pressione fiscale è passata dal 44 per cento del 1992 (l’anno della manovra da 90 mila miliardi) al 43,3 del 2007. Sul fronte delle spesa, nello stesso periodo, - fatta eccezione per la spesa per interessi che è passata dal 12,6 per cento del Pil del 1992 al 5 per cento del 2007 – ha mostrato un trend decrescente molto moderato. La riduzione della spesa corrente (totale) è quindi stata ottenuta attraverso la riduzione sia della spesa in conto capitale sia della spesa intermedia, mentre la spesa sociale ha continuato a crescere.

 

Sul fronte della riduzione del rapporto debito/Pil hanno contribuito, oltre ad un avanzo primario che nel periodo è stato nella media pari al 4,5 per cento del Pil, una serie di altre operazioni straordinarie pari a circa un altro 0,8 punti di Pil. Esse hanno incluso: privatizzazioni di partecipazioni e di aziende (140 miliardi), cartolarizzazioni di crediti (26 miliardi), e concambio dei titoli della Banca d’Italia (21 miliardi).

 

Da questa breve analisi emergono alcune osservazioni. Primo, sembra politicamente molto difficile comprimere la spesa, anche perché l’80 per cento di essa è spesa sociale. Secondo, la difficoltà di ridurre la spesa ha richiesto una serie di operazioni straordinarie un tantum, alcune delle quali (i condoni) sono difficilmente ripetibili in tempi brevi ed altre, le privatizzazioni di partecipazioni e di aziende (quote in ENI, ENEL, Finmeccanica, CDP, RAI, Poste) sono strategicamente o politicamente difficilmente percorribili. Terzo, la pressione fiscale è aumentata a dei livelli che difficilmente possono andare oltre. Cosa fare quindi nel futuro?

 

Cosa aspettarsi dal riordino del patrimonio pubblico?

 

Qualunque intervento sul bilancio della PA ha costi politici, compresa la lotta all’evasione fiscale, un fronte su cui si potrebbero ottenere risultati significativi. Sul fronte della riordino dei beni del patrimonio pubblico si potranno ottenere risorse aggiuntive nell’ordine dello 0,5-1 punto di Pil all’anno sul fronte degli stock (riduzione del debito o finanziamento di nuovi beni) e del 0,1-0,3 del Pil sul fronte dei flussi (minori costi e/o maggiori rendimenti dei beni a reddito). Una operazione necessaria, utile e certamente possibile, ma che richiede tempo e quindi necessariamente con risultati di lunga lena.

 

Conclusione

 

L’eccessivo debito pubblico italiano unito alle difficoltà politiche di tagliare la spesa e/o di aumentare la pressione fiscale, rendono il quadro di finanza pubblica del nostro Paese molto critico per il prossimo futuro. Il basso tasso di crescita economica è anche il risultato della mancanza di risorse pubbliche da immettere nel sistema economico. A sua volta la bassa crescita economica rende più difficile proseguire nel cammino virtuoso che i vincoli europei ci costringono a seguire. Il risultato di tutto ciò è che non ci sono risorse per attuare le politiche necessarie al nostro Paese. È così che abbiamo assistito, in questi ultimi quindici anni, a campagne elettorali piene di promesse senza copertura (quindi "promesse simboliche") che nella realtà dei fatti sono quindi state solo molto parzialmente mantenute. I cittadini se sono resi conto e ciò li ha allontanati ancor di più dai governi in carica ed, in generale, dalla politica. Da ciò emerge l’idea che viviamo in un tempo contraddistinto dal "dilemma di bilancio".

Edoardo Reviglio

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