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CRESCITA SOSTENIBILE A LIVELLO GLOBALE: UN RISULTATO ANCORA LARGAMENTE DA COSTRUIRE E-mail
Internazionali
di Silvano Carletti
17 febbraio 2012
crescita sostenibileIl recente aggiornamento dello scenario economico mondiale curato dal Fondo Monetario Internazionale1 si caratterizza per un accresciuto pessimismo. Secondo gli economisti di Washington l’economia mondiale dovrebbe svilupparsi ad un ritmo (+3,3% nel 2012 e +3,9% nel 2013) sensibilmente più contenuto di quanto ipotizzato appena quattro mesi fa (rispettivamente, -0,7 e -0,6 punti percentuali).

Mettendo a confronto lo scenario più recente  con il precedente, la  previsione risulta modificata in misura solo limitata per i paesi del Nord America e in misura simile alla media mondiale nel caso del Giappone.
Per i paesi dell’area euro, invece, la revisione risulta molto radicale: -1,6 punti percentuali per il 2012 e -0,7 punti percentuali per il 2013. Per l’anno in corso, in particolare, si passa da un’ipotesi di crescita modesta (+1,1% nello scenario formulato nel settembre scorso) ad una di contenuta (mild) recessione (-0,5%).
A spingere gli economisti del FMI ad una riconsiderazione così profonda delle prospettive economiche dell’eurozona sono principalmente tre fattori: l’aumento dei rendimenti finanziari trainato dalle tensioni determinatesi nel mercato del debito sovrano, un possibile credit crunch indotto dai programmi di ridimensionamento degli attivi bancari (deleveraging), le ricadute delle politiche di risanamento della finanza pubblica.
Resta senza risposta la domanda di quando potrà dirsi effettivamente avviato un processo di uscita dalla crisi apertasi a metà 2007. A questo proposito è condivisibile la tesi che sostiene che il recupero di un sostenibile e soddisfacente processo di sviluppo a livello globale è in gran parte legato ad un sostanziale ridimensionamento dei grandi squilibri economico-finanziari esistenti nella scena mondiale alla vigilia della crisi. Il riferimento è soprattutto all’elevato livello di indebitamento delle economie avanzate e all’ampiezza dei saldi (positivi e negativi) nei conti con l’estero.

Non diminuisce il grado di indebitamento delle economie avanzate (Stati Uniti tra le poche eccezioni)
In queste settimane l’attenzione è particolarmente concentrata sul debito sovrano aumentato in misura cospicua ovunque: prima della crisi (2006) tra i 34 paesi Ocse quelli con un rapporto debito pubblico/Pil prossimo o superiore alle tre cifre erano solo tre, nel 2011 il loro numero è salito a nove. Per l’insieme dei paesi Ocse si tratta di un aumento di quasi 30 punti percentuali in un solo quadriennio (dal 75% al 102%). Sia il Fondo Monetario sia l’Ocse2 prospettano per i prossimi anni un ulteriore (seppur limitato) aumento di questo rapporto, conseguenza del rallentato ritmo di crescita economica ma anche della persistenza di rilevanti disavanzi correnti (nel 2011 il disavanzo pubblico statunitense è risultato pari al 9,5% del Pil).
Altro possibile riferimento per valutare i progressi verso un nuovo equilibrio globale è quello del grado complessivo di indebitamento delle diverse economie, intendendo con questa espressione la somma del debito contratto oltre che dal settore pubblico anche da imprese, famiglie e istituzioni finanziarie. Per effetto dei bassi tassi d’interesse prevalsi a lungo sulla scena mondiale questa grandezza è cresciuta sensibilmente ovunque, seppure in misura fortemente differenziata tra paese e paese: rapportato al rispettivo Pil nazionale, tra il 2000 e il 2008 +7 punti percentuali in Germania, + 36 in Giappone, +68 in Italia, + 75 negli Stati Uniti, +89 in Francia, +145 in Spagna, +177 nel Regno Unito.
Nel periodo successivo lo stesso rapporto3  ha continuato a salire seppure in misura più moderata ma con qualche importante eccezione. Rispetto al 2008, il rapporto risulta a metà 2011 cresciuto di un ulteriore punto percentuale in Germania, di 11 in Italia, tra 20 e 25 punti percentuali nel Regno Unito e Spagna, tra 35 e 39 punti in Francia e Giappone.
Negli Stati Uniti, invece, è sceso di 16 punti percentuali (dal 296% al 279% del Pil). In quest’ultimo paese, ad un aumento del debito pubblico (+19 punti percentuali) si è contrapposta una riduzione di quelli delle istituzioni finanziarie (-17 pp), di quelli delle imprese (-7 pp) e di quelli delle famiglie (-11 pp). A determinare il miglioramento della posizione delle famiglie statunitensi non è stato uno stile di vita più frugale quanto piuttosto una dura escussione dei debiti. Due terzi della riduzione del loro debito, infatti, si deve all’esproprio (foreclosure) di abitazioni gravate da mutui bancari non onorati. Considerato che ci sono ancora circa $250 miliardi di mutui con gravi ritardi nei pagamenti è ragionevole prevedere che l’esposizione debitoria delle famiglie statunitensi subirà un’altra non marginale riduzione nell’arco dei prossimi 2-3 anni.
Secondo questa chiave di lettura, la mancata riduzione del debito delle famiglie europee si dovrebbe da un lato alla più contenuta flessione dei valori immobiliari, dall’altro lato al comportamento meno aggressivo delle banche tanto nella fase di concessione del finanziamento quanto in quella del recupero del credito. E’ però opportuno anche sottolineare che il maggior rigore delle politiche di riequilibrio fiscale rilevabile in Europa ha certamente lasciato meno spazio per la riduzione del debito di competenza degli altri settori istituzionali.

Modesti e forse reversibili i progressi nei conti con l’estero
Analogamente modesti sono i passi in avanti nel riequilibrio dei conti con l’estero. Prima della crisi all’ampio disavanzo corrente degli Stati Uniti ($753 miliardi nel 2006) si contrapponevano gli avanzi della Germania  ($162 miliardi), della Cina ($233 miliardi) e del Giappone ($63 miliardi).
Escludendo l’anno di più profonda recessione (2009) che ha contemporaneamente ridotto avanzi e disavanzi, i progressi di questi ultimi anni appaiono non solo limitati nelle quantità ma anche per molti aspetti reversibili. Un’indicazione in questo senso proviene dalla considerazione della somma del valore assoluto dei saldo delle partite correnti dei quattro principali esportatori di merci (Stati Uniti, Cina, Germania e Giappone). Rispetto al livello record raggiunto nel biennio 2007-08 ($1.372 miliardi) questa grandezza risulta nel biennio 2010-11 ridotta di appena un quinto (a $1.084 miliardi), risultando ancora superiore di quasi il 30% al livello del biennio 2003-04 ($ 844 miliardi) e più che doppia rispetto al consuntivo del biennio 2000-01.

Lo squilibrio dei conti con l’estero a livello globale
(somma in miliardi di dollari del valore assoluto del saldo delle partite correnti di Stati Uniti, Cina, Giappone e Germania)
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Fonte: elaborazioni Servizio Studi BNL  su dati tratti da Fmi, World Economic Outlook, settembre 2011.

Il saldo commerciale registrato dalla Germania nel 2011 si attesta intorno ai €160 miliardi, un livello simile a quello dell’anno precedente (€155 miliardi) e del 2006 (€159 miliardi). L’indicazione che nel caso della Germania emerge con chiarezza è la natura fortemente strutturale di questa posizione attiva: l’avanzo commerciale pari in media a €60 miliardi nella seconda metà degli anni ’90 è cresciuto a €134 miliardi nei successivi cinque anni per attestarsi a  €165 miliardi nel quinquennio più recente.
Indicazione parzialmente diversa dalla Cina. Nel 2011, per il quarto anno consecutivo, il tasso di incremento delle importazioni è risultato maggiore di quello delle esportazioni. Queste ultime, comunque, risultano cresciute del  20% rispetto all’anno precedente e del 96% rispetto al dato del 2006. L’avanzo commerciale annuale ha così registrato una nuova flessione, attestandosi su valori ancora significativi ($155 miliardi) ma pari a circa la metà di quelli registrati nel 2008. In definitiva, nel caso della Cina un (lento) processo di riequilibrio negli scambi commerciali sembra effettivamente in atto.
Modesta rimane ancora l’attività di investimento degli avanzi acquisiti con gli scambi commerciali, un modo per riequilibrare la propria posizione nel contesto internazionale. Le operazioni che hanno visto nell’ultimo quinquennio la Cina nel ruolo di acquirente, infatti, ammontano complessivamente ad appena $130 miliardi4. Di qui il continuo accumulo di riserve valutarie che nel settembre dello scorso anno ammontavano a $3.201 miliardi di dollari, quindi raddoppiate rispetto a inizio 2008 e pari al 44% del Pil del Paese.
Di incerta interpretazione sono le novità che si intravedono nei conti con l’estero  del Giappone che nel 2011 ha accumulato il primo disavanzo commerciale dal 1980. In effetti i dati relativi ai primi 11 mesi dell’anno evidenziano un  disavanzo commerciale di circa $28,5 miliardi, per effetto di una crescita delle esportazioni dell’8% ed un incremento delle importazioni del 24%. Nel 2011 si sono concentrati molti fattori sfavorevoli (il terremoto, lo tsunami e il disastro nucleare di Fukushima Dai-ichi) che hanno certamente indebolito la capacita d’offerta e aumentato la domanda d’importazione. D’altra parte, però, l’ulteriore forte rivalutazione dello yen ha frenato le esportazioni, incoraggiato le importazioni, stimolato ulteriori processi di delocalizzazione produttiva (nei confronti del dollaro statunitense, lo yen è passato da una parità di 119 a fine 2006 ad una di 77 a fine 2011). Quanto strutturale sia il riequilibrio dei conti con l’estero del Giappone è quindi domanda ancora di difficile risposta.
Da parte loro, gli Stati Uniti hanno registrato nei primi 11 mesi del 2011 un disavanzo negli scambi di merci e servizi pari a $513 miliardi, con un aumento di $53 miliardi rispetto al corrispondente periodo dell’anno precedente (incremento di $85 miliardi del disavanzo negli scambi delle merci e da un aumento di $32 miliardi dell’avanzo dal lato dei servizi). In termini reali le esportazioni di merci risultano cresciute del 17%, le importazioni del 16%. Nel complesso, il disavanzo negli scambi con l’estero di merci e servizi si conferma nel caso degli Stati Uniti su livelli molto elevati  e risulta regredito di appena un quarto rispetto al livello record del 2006 (oltre $750 miliardi).

1. FMI, World Economic Outlook UPDATE, 24 gennaio 2012
2. Cfr. Fondo Monetario, Fiscal Monitor , gennaio 2012 e l’Ocse, Economic Outlook, novembre 2011
3. Cfr. McKinsey Global Institute, Debt and deleveraging: Uneven progress on the path to growth. Updated research, gennaio 2012
4. Cfr. UNCTAD, World Investment Report 2011.

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