Home arrow Fisco arrow LA PSICOLOGIA ECONOMICA DELL’EVASIONE FISCALE, E COME COMBATTERLA
LA PSICOLOGIA ECONOMICA DELL’EVASIONE FISCALE, E COME COMBATTERLA E-mail
Fisco
di Luigi Mittone
17 febbraio 2012
evasione fiscaleLa lotta all'evasione fiscale è una delle priorità del governo Monti. Questa volta, sembra, non a parole, ma con un'azione articolata su più livelli, e con una forte esposizione mediatica verso l'opinione pubblica. Siamo sulla strada giusta? Il problema è che l'evasione fiscaleè un fenomemo complesso che ha radici economiche,  sociali e culturali. E anche la psicologia economica ha molto dire e da insegnare.

Se si redigesse una hit parade dei temi più studiati dagli economisti sperimentali e dagli psicologi economici, quello dell’evasione fiscale figurerebbe sicuramente tra i primi dieci e forse tra i primi cinque. Lo psicologo di origine altoatesina Erich Kirchler, in un suo recente libro di rassegna della letteratura sul tema dell’evasione fiscale, ha stimato in circa 270 le pubblicazioni scientifiche che hanno come oggetto lo studio dell’evasione fiscale.
La natura di reato dell’evasione fiscale ha da sempre costituito un ostacolo per gli studi empirici in questo campo e ne ha fatto una delle palestre ideali per l’impiego dell’approccio sperimentale in economia. Tra i contributi pionieristici alla comprensione della natura complessa delle determinanti psicologiche della decisione di evadere le imposte il più importante è forse quello relativo al diverso ruolo esercitato dalle due componenti della lotteria dell’evasione: il rischio di essere scoperti e la pena a cui ci si espone. Per i modelli teorici neoclassici standard, sin dal lavoro seminale di Allingham & Sandmo del 1972, le due componenti del meccanismo di deterrenza, la probabilità di indagine e la multa, sono complementari e alternative. Se si vuole aumentare l’efficacia delle norme contro l’evasione fiscale, nella logica del modello teorico standard, basta aumentare le multe, oppure aumentare la probabilità d’indagine, oppure aumentarle entrambe, tutte e tre queste modalità sono perfettamente equivalenti, purché il valore atteso della punizione sia lo stesso. In realtà, o per lo meno in base alle evidenze sperimentali, questa perfetta equivalenza tra rischio di essere indagati e ammontare della multa non è vera, in alcuni esperimenti i “contribuenti” sembrerebbero reagire solo agli aumenti delle multe e non all’incremento della frequenza delle indagini. D’altro canto anche questo risultato empirico si è dimostrato instabile, in effetti, la decisione di evadere è parsa, sin dai primi lavori sperimentali, molto condizionata da componenti psicologiche e culturali.
Un altro esempio di scollamento tra i risultati sperimentali e le predizioni teoriche è quello concernente la relazione tra livello delle aliquote fiscali e propensione all’evasione. Il modello di Allingham & Sandmo su questo punto non era in grado di fornire indicazioni univoche. A chiarire il segno di questa relazione provvide Yitzhaki nel 1974, introducendo nel modello l’ipotesi di multa proporzionata all’ammontare evaso e dimostrando che, in questo caso, all’aumentare delle aliquote fiscali l’evasione dovrebbe decrescere. Ovviamente questo risultato suona ai più come contro-intuitivo e, infatti, molti studi successivi, sia di tipo tradizionale (econometrico), sia di tipo sperimentale hanno dimostrato che spesso la relazione tra livello delle aliquote fiscali ed evasione non è indiretta bensì diretta. Detto in altre parole se la pressione fiscale aumenta anche la propensione a evadere aumenta e dunque sarebbe necessario bilanciare questa spinta all’evasione attivando politiche parallele di inasprimento dei controlli e delle punizioni.
La portata della complessità psicologica dell’evasione fiscale va tuttavia molto di là della sola verifica delle relazioni esistenti tra gli elementi strettamente economici della scelta, invadendo la dimensione sociale di questo fenomeno. Evadere le tasse equivale a comportarsi da free rider in un gioco di offerta privata di beni pubblici. Con l’aggravante che nel caso dell’evasione fiscale il livello di contribuzione è fissato attraverso una decisione collettiva condivisa da tutti i partecipanti, mentre nel caso dell’offerta privata di beni pubblici ciascun partecipante può decidere una propria soglia di contribuzione, anche molto bassa, senza sentirsi necessariamente uno spregiudicato battitore libero. A questo proposito è interessante notare che le evidenze sperimentali sembrerebbero dimostrare che l’introduzione della dimensione di partecipazione diretta ai benefici prodotti dalla contribuzione fiscale produca un aumento considerevole della tax compliance. La condivisione del gettito fiscale tra i partecipanti al gioco della contribuzione fiscale, così come il finanziamento di un bene pubblico di cui i partecipanti all’esperimento potranno beneficiare, abbatte significativamente sia la frequenza degli atti di evasione, sia l’ammontare evaso. È importante sottolineare che l’aumento di conformità spontanea alla contribuzione fiscale, generato come effetto dell’introduzione di un meccanismo di condivisione del gettito, si osserva a parità di condizioni economiche, vale a dire senza alterare i parametri della lotteria sottesa alla decisione di pagare o di evadere le imposte.
Analogamente un potente effetto di deterrenza, indipendente dai parametri economici della decisione di evadere, è quello svolto dalla “pubblicizzazione” dei risultati delle indagini fiscali. La paura di essere esposto allo stigma sociale agisce come un potente freno all’evasione e può arrivare all’estremo di annullare quasi del tutto il fenomeno.
Naturalmente il grado di trasferibilità alla realtà dei risultati emersi dagli esperimenti è fortemente condizionato da tutti i problemi metodologici che tipicamente si associano a questo approccio di indagine empirica. Nel caso dell’evasione fiscale inoltre i problemi di trasferibilità s’inaspriscono per effetto dell’alto grado di dipendenza dal contesto tipico di questo tipo di decisioni. Nella realtà evadere le imposte richiede quasi sempre la messa in atto di strategie anche complesse e raramente si traduce nello schema super-semplificato di scelta tipico delle situazioni artificiali riprodotte in laboratorio.
Ricordati quindi i limiti metodologici dell’economia sperimentale, resta tuttavia da sottolinearne i vantaggi potenziali che questo approccio empirico offre, anche nel campo delle policy di intervento. Molto spesso i comportamenti che si rilevano in laboratorio possiedono, infatti, un alto grado di stabilità e di riproducibilità. Naturalmente si tratta di comportamenti “essenziali” che non di meno possono essere di grande aiuto, ad esempio nel disegnare una norma deterrente oppure, più banalmente, una campagna pubblicitaria contro l’evasione. Un esempio del primo tipo riguarda i modi d’indagine fiscale. Si è dimostrato sperimentalmente che le persone, per mezzo di una strategia di verifiche fiscali opportunamente scadenziate nel tempo, possono essere guidate lungo percorsi di apprendimento forzato che li condizionano a una maggior adesione spontanea alla legge.
Analogamente è possibile dimostrare, sempre ricorrendo al laboratorio, che un messaggio promozionale, ad esempio uno spot televisivo, può avere un effetto straordinariamente più efficace se è in grado di promuovere un meccanismo d’identificazione empatica, attraverso l’attivazione dei cosiddetti “neuroni a specchio”. Ad esempio, stabilito che lo stigma sociale abbia effetto nel contrastare l’evasione, un buon messaggio propagandistico dovrebbe essere in grado di innescare un efficace trasferimento dello spettatore in una situazione di esposizione al “pubblico ludibrio”, allo scopo di accentuarne le paure inconsapevoli. Per ottenere questo risultato occorrerebbe focalizzare l’attenzione degli spettatori su un singolo protagonista per innescare un effetto di immedesimazione simile a quello che si è prodotto artificialmente negli esperimenti sul cosiddetto “effetto vittima singola”. In questi esperimenti è, infatti, stato possibile dimostrare che le persone donano di più se la loro attenzione è focalizzata su un singolo povero, per esempio un unico bambino affamato, anziché su un gruppo di bisognosi, per esempio un’intera classe scolastica di bambini sprovvisti di tutto.

Allingham, M.G., A., (1972),“Income Tax Evasion: a Theoretical Analysis”, Journal of Public Economics, 1, 323-338.
Yitzhaki, S., 1974. “A note on “Income tax evasion: a theoretical analysis»”, Journal of Public Economics 3, 201-202.
  Commenti

Solo gli utenti registrati possono scrivere commenti.
Effettua il logi o registrati.

 
< Prec.   Pros. >